Vento di primavera di Roselyne Bosch

Recensioni Film - Per dire la tua sul cinema! [+] Recensisci e Vota

Dati principali, scheda, locandina, manifesto cinema, info, curiosità per Vento di primavera - [Trama, giudizi e opinioni]
Altri film, opinioni, recensioni, informazioni - Altri film diretti da Roselyne Bosch - Correzioni/Aggiunte - Sito ufficiale di La rafle / Vento di primavera - Sito ufficiale italiano di Vento di primavera - Video YouTube di Roselyne Bosch Vento di primavera - Cerca e trova - Stampa pagina - Condividi su
Crea i tuoi ebook con EBooksWriter, i tuoi manuali e cataloghi con HyperPublish, il tuo Sito con EasyWebEditor, i tuoi CD DVD con CDFrontEnd - VisualVision.it
 
locandina Vento di primavera
 
Regista: Roselyne Bosch
Titolo originale: La rafle
Durata: 125'
Genere: Drammatico, Guerra
Nazione: Francia, Germania, Ungheria
Rapporto:

Anno: 2010
Uscita prevista: 27 Gennaio 2011 (cinema)

Attori: Jean Reno, Mélanie Laurent, Gad Elmaleh, Raphaëlle Agogué, Hugo Leverdez, Joseph Weismann, Oliver Cywie, Mathieu Di Concerto, Romain Di Concerto, Sylvie Testud
Sceneggiatura: Rose Bosch

Trama, Giudizi ed Opinioni per Vento di primavera (clic qui)...In questa pagina non c'è nemmeno la trama per non fare spoiler in nessun caso.
 
Fotografia: David Ungaro
Montaggio: Yann Malcor
Musiche: Christian Henson
Trucco: Erzsébet Forgács,Mathilde Humeau

Produttore: Jean-Robert Gibard,Alain Goldman
Produzione: Légende Films
Distribuzione: Videa CDE

La recensione di Dr. Film. di Vento di primavera
Nessun commento di Dr.Film per ora...

LEGGI e SCRIVI opinioni e recensioni su Vento di primavera
Opinioni e recensioni su Vento di primavera, clic qui...

Colonna sonora / Soundtrack di Vento di primavera
Potrebbe essere disponibile sotto, nei dati aggiuntivi (clic qui).

Voci / Doppiatori italiani:
Rodolfo Bianchi: Dott. David Sheinbaum
Chiara Colizzi: Annette Monod
Angelo Maggi: Schmuel Weismann
Francesca Fiorentini: Sura Weismann
Ruggero Valli: Jo Weismann
Arianna Vignoli: Nono Zygler
Luca Baldini: Simon Zygler
Claudia Razzi: Bella Zygler
Alessandra Korompay: Dina Traube
Letizia Ciampa: Rachel Weismann
Paolo Marchese: Pierre Laval
Dario Penne: Mar. Petain

Informazioni e curiosità su Vento di primavera

Note dalla produzione:
INTERVISTA CON ROSE BOSCH
Qual è stata la sua reazione quando le hanno parlato di un film sulla retata del Vélodrome d’Hiver?
Da anni Ilan mi parlava di questa retata, ne era ossessionato. Per quanto mi riguarda, il fatto che non esistessero delle immagini – soltanto una foto dei camion vuoti davanti al Vel’ d’Hiv – mi sconvolgeva. Io non sono ebrea, ma abbiamo molte cose in comune, e soprattutto… i bambini! Bambini che appartengono a entrambe le culture che avrebbero potuto essere perseguitati. Io credo che sia stata la loro esistenza a farmi considerare la Seconda Guerra
Mondiale e l’Olocausto da un punto di vista radicalmente diverso…

In che senso?
Ciò che ha reso la Seconda Guerra Mondiale un conflitto completamente diverso è stato l’Olocausto. Ma all’interno di questa atroce eccezione, è la prima volta che degli adulti si sono interessati espressamente ai bambini, allo scopo di annientarli. E’ un fatto unico nella storia del mondo in simili proporzioni: un milione e mezzo di bambini sono stati
sterminati. Infatti è una delle ragioni che mi hanno spinta a realizzare questo film e a girarlo dal punto di vista dei bambini. Ma per molto tempo ho creduto che un film simile fosse impossibile.

Perché?
Mi chiedevo anzitutto se avrei avuto la forza morale. Io sono un’ex giornalista. So come ci si immerge in un argomento, come questo turbi il tuo sonno, la tua vita. Così indugiavo, non mi decidevo… e poi c’erano le centinaia, le migliaia di domande… Come rappresentare una simile barbarie restando il più possibile vicina al senso di umanità?
Come far recitare centinaia di bambini, quando il personaggio principale ha appena cinque anni? Come girare «frontalmente», senza abbassare lo sguardo, ma senza rendere la vista delle scene «intollerabile»? Come ritrovare dei superstiti, quando appena 25 persone su 13.000 rastrellate sono ritornate vive, e nemmeno uno dei 4.051 bambini?
Come mostrare la violenza senza mascherarla, ma senza nemmeno sublimarla… Come rendere giustizia ai «Giusti» di Francia, coloro che hanno aiutato quei bambini ebrei, senza dare l’impressione di voler unicamente fornire ai francesi una coscienza pulita?

E lei ha trovato queste risposte?
Sì, grazie alla sincerità. La mia, quella degli attori e della troupe che hanno condiviso con me questa avventura. E’ la risposta «morale». Per quanto riguarda la risposta artistica, per girare le scene con un bambino di 5 anni che soffre, ho utilizzato «il gioco», tutto quello che permette agli attori più piccoli di instaurare un approccio leggero con la macchina da presa e soprattutto con totale innocenza. Non ho dovuto spiegare ai gemellini che interpretano il ruolo «unico» di Nono che cosa è stata la Shoah, o i treni di deportazione. Loro sapevano che cosa è un «prigioniero» e recitavano nella lingua madre. Tutti noi abbiamo «giocato», me compresa. Abbiamo gridato, pianto insieme per interpretare il personaggio. I gemelli dicevano: «Nono fa così o cosà». Ne è prova il fatto che non si sono mai identificati col personaggio. E poi ho fatto in modo che la mia regia mettesse il pubblico al «centro» dell’azione.
Affinché si sentisse umiliato, ingannato, maltrattato. Ho fatto in modo che fosse in costante «empatia».

In che modo?
La macchina da presa è un essere vivente. Respira. Ho chiesto ai miei tre operatori di girare come se fosse un reportage. Eppure l’azione non è narrata come «in diretta», al contrario. Ho creato due coreografie : quella degli attori di fronte alla macchina da presa e quella delle tre macchine, che a loro volta «danzavano» intorno agli attori.

E per quanto riguarda la narrazione?
Ho cercato di mostrare la quotidianità delle famiglie ebree, affinché fosse ben chiaro che erano… come le altre! A tavola si raccontavano le barzellette… si gioiva per un bel voto… ci si teneva al caldo… ho mostrato questa comunità come era: persone molto modeste che non minacciavano nessuno. Che lavoravano duramente senza lamentarsi, senza creare disordine sociale, che veneravano la Francia. Ho deciso che la mia rappresentazione non sarebbe mai stata «passiva». Troppo spesso al cinema si sono mostrati i deportati come esseri passivi, sottomessi. Io volevo che si capisse che nessuno ha il diritto di puntare delle armi contro i figli altrui.

E’ un film «di parte»?
Io non sono ebrea, quindi non lo è. Credo di aver mantenuto la «giusta distanza». Io vivo una condizione «mista», ma non ho mai rinunciato a me stessa, alle mie origini mediterranee. Anche mio padre fu internato, come anarchico catalano nei campi di Franco. Anche lui evase, come Joseph, ma aveva 20 anni! La nostra famiglia le persecuzioni le aveva già conosciute…. Per me l’Olocausto ha una risonanza universale. Un giorno di quattro anni fa ho detto a Ilan : «Voglio fare questo film, ma a condizione di incontrare dei superstiti, perché io voglio raccontare la vita, non la morte. Voglio parlare del futuro, non del passato».

Lei parla di un film «per il futuro», in che senso?
«Chi non conosce la propria storia è condannato a ripeterla». Non ricordo chi l’ha detto. Quando viaggiavo come inviata, ho potuto constatare quanto sia vero questo aforisma. E per questo ho fatto un film «per il futuro». Si insegna ai bambini l’obbedienza, ma bisognerebbe insegnare loro anche «il dovere della disobbedienza» quando l’ordine è «immorale». Bisogna saper dire «no». In questo film faccio dire al personaggio di Annette Monod, interpretato da Mélanie Laurent : «Ribellatevi. Ammutinatevi». E lei si rivolge a un gendarme. Ciò che dicono gli storici è che se tutte le forze armate francesi si fossero rifiutate in blocco di eseguire quella retata, questa non avrebbe mai avuto luogo.

Ma incontrare dei superstiti ormai non è una cosa complicata?
Volevo che i personaggi principali fossero veri. Ma ovviamente la maggior parte di coloro che erano adulti all’epoca dei fatti ormai sono scomparsi. Restano coloro che erano bambini, però un bambino che aveva 10 anni nel 1942, oggi ne ha quasi ottanta!

E allora come ha fatto?
Mi sono rivolta a Serge Klarsfeld che da 25 anni, senza sosta, rintraccia le vittime dell’Olocausto. Egli è in grado di dire chi è partito, con quale convoglio, con chi e in che data… Ma Klarsfeld si occupava dei morti, mentre io cercavo dei superstiti. E poi ciò che interessa uno storico non necessariamente interessa il cineasta. Tuttavia Serge Klarsfeld è
stato un consulente storico formidabile quando ho iniziato a interessarmi dell’estrema complessità dei rapporti tra Vichy e le autorità tedesche. Si può parlare addirittura di «commercio» di esseri umani. Le ferrovie francesi emettevano delle fatture a Berlino, caricando un tanto a testa per ciascun ebreo trasportato fino alla frontiera tedesca.

Ma non ha mai incontrato dei bambini?
Diciamo che chiedevo l’impossibile. Immaginavo una banda di piccoli personaggi alla «Pulbots»1 ebrei. Avendo vissuto a Montmartre nel 1942, volevo ambientare la vicenda sulla collina di Montmartre. Però tutti i superstiti che ho rintracciato erano degli evasi della prima ora, quindi nessuno poteva raccontarmi la vita nei campi del Loiret.

Però a lei interessava mostrarli?
Sì, più di tutto il resto. Questo a mio parere sarà uno dei grandi shock provocati dal film, soprattutto sui più giovani.
Chi sa che anche in Francia c’erano delle baracche di legno identiche a quelle di Auschwitz, con tanto di torrette d’osservazione, cani e chilometri di filo spinato? Le pochissime foto esistenti sono state accuratamente ritagliate per eliminare i gendarmi francesi. Di questo fu responsabile il governo di Vichy, e sicuramente in seguito lo stesso De Gaulle… in nome della riconciliazione nazionale… ho raccolto delle testimonianze, delle lettere. Ho visionato centinaia di ore di materiale video, di trasmissioni radiofoniche e letto tonnellate di libri e archivi della propaganda…

Quanto è durato questo periodo di documentazione?
Praticamente tre anni, mi ci dedicavo tra le 7 e le 9 ore al giorno, cinque giorni a settimana. Durante le riprese non ho mai avuto un momento di scoraggiamento, ma il periodo dell’inchiesta mi ha provato. Soprattutto leggere le lettere indirizzate ai campi di concentramento scritte dai bambini che erano stati deportati senza i genitori o da quelli che erano stati gettati dai treni. Erano richieste d’aiuto… parole così pudiche e al tempo stesso dignitose… quelle piccole parole erano intollerabili. Mi immergevo in quelle letture. Quando ci si butta a capofitto in un simile vortice, si tenta di capire, ma in questa tragedia c’è qualcosa che rientra nella sfera dell’inesplicabile. E’ come una linea dell’orizzonte che si allontana davanti a noi, man mano che avanziamo.

Che cosa cercava nella sua inchiesta?
Ho ripercorso giorno per giorno, ora per ora, lo svolgersi degli eventi accaduti. So tutto dei presenti, persino quali liquori hanno bevuto durante quella riunione al civico 31, dell’Avenue Foch, il quartier generale della Gestapo. Presto mi sono resa conto che non avrei rispettato la cronologia storica per una ragione molto semplice : sarei dovuta entrare in un «tunnel» di trattative politiche di circa 20 minuti, seguite dalla retata. Ma al momento di scrivere, l’altra parte del cervello, l’emisfero sinistro, quello della sensibilità, dell’immaginazione, ha preso il sopravvento. La cronologia è saltata. Nel film coesistono parallelamente eventi accaduti a mesi di distanza. E’ tipico dell’arte affrancarsi dalle costrizioni.

Qual è stato il primo personaggio reale che ha identificato?
Quello dell’infermiera, interpretata da Mélanie in modo straordinario. Annette era una donna eccezionale. Mi sono imbattuta in alcune interviste radiofoniche e televisive di un’infermiera che in punto di morte – è scomparsa nel 1995 – aveva accettato di raccontare quello che aveva visto. Annette Monod, inviata al Vel’ d’Hiv, si rese conto della catastrofe sanitaria in atto, della profonda ingiustizia. Organizzò l’arrivo degli internati nei campi del Loiret. Rimase con loro, accettando di partire con i deportati senza sapere che erano destinati ai campi di sterminio. Quando l’ha saputo, è stata ricoverata in ospedale quattro mesi. Ma non ha mai abbandonato la sua missione. Alla fine della guerra era al Lutetia per assistere i sopravvissuti. Oggi è considerata una dei «Giusti delle nazioni», i non ebrei che Israele onora per aver salvato degli ebrei durante la guerra. Una donna incredibile : dopo la guerra ha fatto visita nelle carceri ai condannati a morte fino all’abolizione della pena capitale nel 1981. Dopo la pensione ha militato per Amnesty International contro la tortura. Avrei voluto sapere di più su di lei, ma è morta senza figli. Devo a lei anche l’invenzione del personaggio del piccolo «Nono», che non vuole salire sul treno… era il suo protetto. Si chiamava Jacquot, aveva 3 anni, Annette non ne conobbe mai il cognome. Quando lo mise sul treno, Jacquot gridava : «Voglio scendere, non voglio restare al buio!» Tutte frasi che nel film faccio pronunciare al mio «Nono».

Il vero «Nono» è tornato veramente, come racconta il film?
No, ma molti bambini piccoli furono ritrovati lungo la ferrovia. Abbastanza piccoli da poter essere lanciati dai finestrini dei vagoni dai genitori disperati, ma troppo piccoli per poter ricordare la propria identità. E vennero soprannominati «I bambini zavorra».

Dove ha rintracciato il personaggio del bambino, Jo Weismann, il sopravvissuto, protagonista del suo film?
In un documentario di 15 anni fa. Ero scoraggiata, ma mi forzai a visionare quell’ennesimo documento. Poi, all’improvviso sentii un uomo, Joseph Weismann, dire : «Vivevamo a Montmartre… eravamo in Rue des Abbesses, vennero a prenderci… e dopo tre o quattro giorni ci portarono alla Gare d’Austerlitz… e poi arrivammo al campo di Beaune-La-Rolande». Non era possibile! L’unico bambino sopravvissuto ai campi di cui ero a conoscenza era un neonato di sei mesi che avevano nascosto dentro una zuppiera per farlo scappare. Joseph Weismann poi proseguiva: «Incontrai un amichetto che si chiamava Joseph Kogan e decidemmo di evadere, passammo sotto 5 metri di filo spinato». Ero sopraffatta dall’emozione, quando lo sentii dire : «Se un giorno qualcuno farà un film su quello che ci è accaduto…» e poi riprendeva: «No, credo che nessuno oserà mai, perché è disumano». Era lui! Immediatamente chiamai Klarsfeld che mi disse che non ne aveva mai sentito parlare.

Pensava di ritrovarlo ancora vivo?
Non necessariamente. Soprattutto perché le mie prime ricerche non mi avevano dato risultati su di lui. Poi, poco prima di partire per le vacanze, era l’estate del 2007, Klarsfeld mi inviò le copie delle lettere inviate a Jacques Chirac nel 1995 per ringraziarlo di aver riconosciuto la responsabilità della Francia in quella retata. Improvvisamente lessi «…Rue des Abbesses… Vel’d’Hiv…. Campo del Loiret», lessi il nome… era lui! Era una lettera di Joseph Weismann.
La lettera risaliva a oltre 15 anni prima, era stata spedita da Le Mans. Cercai su Internet… non risultava nessun Weismann a Le Mans. Decisi di affidarmi alle poste e gli spedii una lettera. Scrissi: «Lei ha detto che nessuno avrebbe osato girare un film, questo film io lo sto facendo. E se vuole, lei ne sarà uno dei personaggi principali, mi richiami a questo numero. Se i suoi figli, parenti, vicini… qualcuno della sua famiglia trovasse questa lettera, per favore, richiamatemi in qualsiasi caso». E lanciai il mio «messaggio nella bottiglia». Qualche giorno dopo, ero nella sala d’imbarco dell’aeroporto, pronta per partire per Los Angeles, quando mi chiamarono dal mio ufficio per dirmi: «Ha chiamato un certo Jo, ha detto che lei avrebbe capito». Ho ritrovato anche un’altra sopravvissuta che era evasa dal
Vel’ d’Hiv, la piccola Anna Traube. L’ ho rintracciata a Nizza, ora ha 89 anni.

Si è ispirata ai loro ricordi?
Sì e no… ad esempio Joseph aveva enormi difficoltà a parlare dei suoi ricordi. Era troppo doloroso. Ho soltanto mantenuto qualche informazione che lui ha voluto darmi. Sua madre era religiosa, suo padre era comunista e io l’ho trasformato in un trotzkista. Faceva il sarto, ma sarebbe stato troppo scontato, così l’ho fatto diventare un artista che dipingeva riproduzioni del Sacro Cuore in gesso. La sua era la sola famiglia di ebrei che abitava in quello stabile. Per questo vennero rastrellati. Nessuno era venuto ad avvertirli. Ho chiesto a Jo il permesso di collocarlo nel contesto di una piccola comunità. Sapevo che all’epoca a Montmartre esistevano comunità del genere.
Alcuni mi hanno raccontato che quella strada nel 1940 era ebrea al 90%. Ho ricreato una comunità a partire da persone reali, ma che vivevano sparse in tutta Parigi. Altrimenti avrei avuto soltanto alcuni frammenti di vita. Il dottore David Scheinbaum, interpretato da Jean Reno, è una sintesi di vari medici di cui ho trovato traccia. Sapevo che aveva una moglie che era morta di parto nel Vel’ d’Hiv. C’erano stati diversi casi di suicidio, madri che si erano gettate dai tetti con i loro bambini. Seppi di un portiere che usava la frase in codice «richiamare il gatto» per avvertire le famiglie ebree, ho rintracciato un pompiere che aveva 20 anni all’epoca dei fatti e ora ne ha 90, che raccontava come il suo capitano, nonostante gli ordini, avesse fatto distribuire da bere a tutte le persone ammassate nel Vel’ d’Hiv. Tutti questi dettagli sono assolutamente veri.

Qual è stata la fase più dura durante la scrittura?
E’ stata difficile l’inchiesta, non la scrittura. Io ho scritto questa sceneggiatura in cinque settimane, senza interruzione, tutta d’un fiato. E’ stato come un fiume in piena… Il compito più difficile era di intrecciare in modo logico e fluido le tre storie che si snodano: quella dei deportati, quella di Pétain, Laval e gli altri e quella di Hitler sulla terrazza del Berghof. In questo sono stata agevolata dal desiderio di fare questo film. Il mio morale non è mai stato tanto positivo come durante le riprese. Una volta che ci sei dentro, che sei sul set, sai perché stai girando quel film, perché ti svegli al mattino… Hai la sensazione che stai per realizzare qualcosa di cui non ti pentirai mai, a prescindere dal successo che avrà il film. Certo, fisicamente è stato duro, e non sempre facile con centinaia di bambini e comparse. Ovviamente tutti noi abbiamo manifestato dei sintomi psicosomatici: lombalgie, herpes, cali di voce, emicranie… ma sul set siamo stati eroici.

Che cosa l’ha sorpresa maggiormente in tutto questo lavoro di ricerca e di scrittura?
Ero convinta che tutta la Francia fosse antisemita. E Klarsfeld stesso mi ha dimostrato che è falso. Il mattino della retata 12.000 persone si sono volatilizzate nel nulla. In un Paese occupato non avrebbero potuto trovare rifugio se non nelle case dei vicini, e questa per me è stata una rivelazione.
In Vento di primavera (La Rafle) lei ha deciso di privilegiare i destini dei singoli… Volevo che il pubblico si identificasse con quelle persone, che «diventasse» Sura e Schumel, a cui vengono strappati i propri figli… Sul set questo ho dovuto ripeterlo migliaia di volte : «Raccontiamo LA DIMENSIONE INTERIORE, questo è il punto di vista, non ce ne sono altri».
Ma allo stesso tempo non ha esitato a collocare in controcampo delle scene con Hitler ed Eva Braun sulla terrazza del Berghof…
Senza la presenza di Hitler si sarebbe potuto credere che fosse stata la Francia l’istigatrice di questi eventi. Il film mostra un’estate di «morte». Dalla più alta carica di potere, Hitler, alla vittima più fragile, Nono, un bambino piccolo che viene fatto salire su un treno…

Il cast unisce attori famosi a debuttanti, addirittura sconosciuti. Lei ha affidato a Jean Reno e Gad Elmaleh ruoli costruiti su dei registri che finora erano rimasti poco esplorati…
Li conosco e li apprezzo da molto tempo. Ma sapevo anche che non mi avrebbero detto di sì soltanto per il fatto che li conoscevo. Avevano già rifiutato altri miei progetti! Per me Jean Reno «era» il dottor Sheinbaum. Emana una grande calma, un’enorme umanità. E poi Jean ha delle mani enormi, come molti ostetrici o pediatri. Ha una sorta di nobiltà innata che si porta dietro in qualsiasi ruolo, compreso ne I Visitatori. E’ un cavaliere ebreo, per me non poteva che essere lui. Gad ha un figlio coetaneo dei miei e quando ho visto come si comportava come padre, come raccontava le barzellette a suo figlio che aveva paura dell’aereo, mi sono commossa enormemente. Schmuel è un ottimista, un uomo fiducioso, come del resto lo erano la maggior parte degli ebrei dell’epoca. Il ruolo era perfetto per Gad, anche se
lui ne aveva un po’ paura, per il fatto che è un ebreo sefardita e non ashkenazita e temeva di non essere credibile come immigrato ebreo polacco… Allora gli ho detto : «Vedrai, con dei piccoli occhialetti tondi ti “benugionizzeremo”!» Al primo incontro non la smetteva di indignarsi, si alzava, si risedeva, camminava avanti e indietro… Tutta questa collera, questa emozione ha nutrito il suo lavoro durante le riprese. Gad è estremamente sensibile, ride molto, forse per soffocare le lacrime… Ho avuto la fortuna che Jean e Gad abbiano accettato.
Come Sylvie Testud, Catherine Allégret, Anne Brochet, Thierry Frémont, Isabelle Gélinas, che hanno accettato pur interpretando dei ruoli minori.

Come ha pensato a Mélanie Laurent per interpretare Annette, l’infermiera protestante che accompagna i bambini fino alla fine…
Mélanie Laurent per me è stato un incontro magnifico. All’inizio per Annette volevo un’attrice giovane, ma che fosse matura. Una donna dall’aspetto fragile, una figura minuta, ma in grado di sprigionare una forza enorme…
Qualcuno mi fece il nome di Mélanie Laurent. L’avevo vista ne «La stanza dei morti», e l’avevo trovata piena di maturità e di forza, ma non sapevo se avrei potuto riplasmarla completamente. Le inviai il copione. Al telefono singhiozzava così forte che non riuscivo a capire chi mi stesse chiamando. Era molto preoccupata per l’argomento.
Poi seppi che suo nonno, che per lei aveva avuto un ruolo importantissimo, era stato deportato ad Auschwitz ed era sopravvissuto.

Come ha costruito il suo ruolo?
Con il ricordo. Anzi con i suoi ricordi e con le testimonianze che avevo raccolto. In seguito Mélanie mi ha spiegato che non ama provare. E’ un’attrice istintiva, e questo è un bene, perché lo sono anche io. Io non amo «l’esercizio di stile». Se una cosa sembra facile, allora è quella giusta. Io non credo alle sofferenze inutili, credo che sia poco proficuo
torturare gli attori per ottenere il meglio. Adoro lavorare con Mélanie perché lei è «schietta». Se non è di scena, esce dal set, senza aspettare. Io l’ho soprannominata la mia «paracadutista». Quando dico «uscire dalla trincea!» lei è sempre la prima a lanciarsi. E’ resistente, coraggiosa, molto intelligente, di una semplicità imbarazzante. Il contrario
dell’attrice capricciosa. Per me è una benedizione. Io in vita mia non ho mai sopportato i bambini viziati. Nella vita in generale, ma in questo film in particolare. Senza pensarci, mi sono circondata di una troupe di veri combattenti che come me non considerano questo mestiere un mezzo per appagare le proprie frustrazioni. Sul set c’erano delle personalità molto forti. Ma non c’era assolutamente vanità. Una sfumatura… che fa la differenza.

E Raphaëlle Agogué, che interpreta la madre del piccolo Jo ed è stata la rivelazione del film, come l’ha scoperta?
Come sapete, all’inizio avevo proposto il ruolo a Emmanuelle Seigner e le avevo chiesto di recitare con un leggero accento yiddish, tanto per sottolineare la distanza del personaggio dalla società francese. Ma lei era convinta di avere un’immagine troppo francese, che non sarebbe stata credibile con un accento da caratterista, seppur leggero. Mancavano tre settimane alle riprese, bisognava trovare rapidamente una sostituta. Guardai sui siti delle agenzie i volti delle attrici e scelsi in base a quello che mi dicevano, non è stata una scelta arbitraria. Raphaëlle era naturale, senza trucco, senza sorriso. Acqua e sapone. Le chiesi di fare un provino. La scena in cui suo figlio le viene strappato dalle braccia. Se riusciva a far quello, avrebbe potuto fare il resto. Lei si è imposta fugando ogni mio dubbio. Ha recitato con quell’accento come se le appartenesse da sempre.

Dato l’argomento, il suo lavoro con gli attori è stato diverso rispetto al suo primo film, Animal?
No, direi di no. Non amo molto provare, preferisco andare subito al cuore della scena. La sola differenza è che all’inizio avevo distribuito a tutti una cartellina dove avevo raccolto molte foto, alcuni testi… avevo dato loro delle cose da vedere per metterli nello spirito di ciò che li attendeva. E poi ovviamente ci sono gli attori bambini, soprattutto gli interpreti dei due ruoli protagonisti, Jo Weismann e Nono…
Ho dovuto vederne 200 per i ruoli principali e circa un centinaio per gli altri. A sei settimane dall’inizio delle riprese non avevo ancora trovato Joseph e cominciavo a temere che non lo avrei mai trovato. Forse perché lo avevo immaginato troppo… avevo cominciato a lavorare su alcuni bambini, li avevo addirittura affidati a degli insegnanti di recitazione, ma non andavano bene. Erano abbastanza bravi per i ruoli secondari, ma non per quello di Jo, per cui erano previsti quaranta giorni di riprese. E poi, finalmente, tra gli ultimi candidati che ho esaminato, c‘era Hugo, un bimbo di 11 anni con una grande sensibilità, uno sguardo pieno di umanità. Persino chi era in ufficio, nella stanza accanto, avendolo sentito recitare una scena molto dura, corse a dirmi che era sconvolgente. E’ un bambino molto
maturo per la sua età, che possiede una forte autodisciplina, una volontà ferrea e che ama lavorare. Per Nono, il bimbo di cinque anni, non riuscivo a trovare nessuno. Poi la responsabile del casting mi portò due gemellini identici, che nessuno sarebbe in grado di distinguere. Erano incredibili. Avevano l’ingenuità e l’innocenza tipica della loro età e un
talento straordinario. Erano meravigliosi, due folletti. E poi non avrei avuto a disposizione soltanto tre ore di lavoro - non si può far lavorare un bambino di cinque anni per oltre tre ore di fila - ma essendo in due, ne avrei avute sei! La difficoltà era dirigerli e passare dall’uno all’altro, perché i gemelli sono come dei vasi comunicanti. Si scambiano il ruolo di buono e cattivo continuamente, lo so perché i miei sono uguali.

Prima lei accennava alla volontà di raccontare la storia dall’interno, che conseguenze ha avuto questo sull’approccio come regista?
In realtà ho girato con tre punti di vista e due universi : quello del potere, che sapevo di dover affrontare con rigidità, quasi sempre girando con la macchina da presa fissa, e quello dei deboli, di cui la cinepresa doveva abbracciare i destini.
La prima parte del film descrive quella che io definisco «la felicità». Nonostante tutto, la vita a Montmartre è leggera, anche per chi porta la stella di David. Dal momento della retata, abbiamo girato con la macchina a mano e, dato che il piano di lavorazione era di sole quattordici settimane, abbiamo girato sempre con due o tre macchine da presa contemporaneamente. E’ tutto di forte impatto. Poi, nel campo di concentramento, la maggior parte delle inquadrature sono ad altezza bambino, all’altezza dello sguardo di Jo. Il punto di vista dei bambini sul nostro mondo insensato di adulti mi sembrava più forte. Che cosa avranno pensato di noi? Avevo calcolato che avrei potuto girare circa tre inquadrature al giorno, per tutta la durata del film, per sei giorni a settimana. E’ molto poco, soprattutto con dei bambini, con delle scene di folla e dei cani poliziotto… Bisognava parlare, parlare continuamente e tradurre in ungherese. Parlare a tutte le comparse per mantenerne l’attenzione, affinché durante l’azione, non ci fosse nessuno in campo lungo che ridesse o scherzasse. Parlare con gli attori perché dopo la parola «motore» entrassero nel vivo della
scena.

Se lei dovesse conservare una sola immagine di questa avventura…
Il piccolo Nono che corre con il suo orsacchiotto infilato sotto il braccio quando viene a sapere che i bambini partono per raggiungere i loro genitori. Il bambino corre verso il camion smanioso di partire perché crede di ritrovare la sua mamma. Quel bambino è esistito, è stato descritto dalle infermiere. E’ questa l’immagine: quella della fiducia cieca che questo bambino testimonia davanti agli adulti, quella che resta la più forte… E anche l’incontro con Joseph. Quando è arrivato a Montmartre, non è riuscito a restare più di un’ora sul set, era troppo sconvolto. Era accompagnato dalla figlia che è ripartita portandosi via una copia della sceneggiatura. Poi mi ha inviato una mail dicendo: «Volevo ringraziarla. Finalmente sappiamo che cosa è successo nella baracca durante la perquisizione». Jo non era mai riuscito a
raccontarglielo. Al Vel’ d’Hiv Joseph ha una breve scena con suo nipote. Poco prima è successo qualcosa di incredibile.
Quando è arrivato al Vel’ d’Hiv ci siamo accorti che era il 16 luglio del 2008, ovvero 66 anni esatti dalla retata. Allora abbiamo deciso di osservare un minuto di silenzio. Non potrò mai scordare quel momento.


INTERVISTA CON ILAN GOLDMAN
L’idea di dedicare un film alla retata del Vel’ d’Hiv è stata sua…
Avevo questo desiderio da molto tempo. Rose si è immersa totalmente nell’argomento per capire se fosse possibile girare il film in modo umano, frontale e diretto. Era un mio forte desiderio, poiché si tratta di un evento legato a ciò che c’è in me di più profondo, e produrre un film che raccontasse questa storia mi ha permesso di far coniugare la mia
interiorità con il mio mestiere. Io sono un figlio della comunità ebrea di Montmartre, che ha sofferto molto: un quarto dei bambini ebrei rastrellati a Parigi risiedeva a Montmartre. Non si deve dimenticare che i tre quarti di quei bambini erano francesi. Come produttore, questo mi lasciava sbalordito: «Il Vel’ d’Hiv è stata la retata più massiccia di tutti tempi e nessuno ci ha mai girato un film!» Dunque era un soggetto straordinario. La Shoah del resto è il più grande interrogativo del XX secolo. Come degli uomini hanno potuto fare questo ad altri uomini? Ho visto quasi tutti i film sulla Seconda Guerra Mondiale, ma non ne ho mai visto nessuno che avesse come tema centrale la deportazione degli ebrei francesi. La retata del Vel d’Hiv ne è la manifestazione più eloquente e la più terribile. E’ un evento accaduto 67
anni fa e il cinema non lo aveva mai affrontato.

Perché ha pensato a Rose Bosch per la sceneggiatura e la regia ?
Perché conoscevo il suo talento e la sua sensibilità, perché sapevo che ci avrebbe messo spessore, profondità ed emozione.

A quali domande deve rispondere questo film ?
Vorrei che una volta per tutte si dicesse quello che Vichy ha fatto subire agli ebrei. Quello che Laval, Bousquet, Pétain e il Collaborazionismo hanno inflitto a un intero popolo. E allo stesso tempo vorrei rendere omaggio al popolo francese. E’ un fatto poco noto, ma i due terzi della comunità ebraica francese sono sopravvissuti alla guerra. E’ la percentuale più alta tra tutti i paesi occupati dalla Germania Nazista e questo non certo grazie alle nostre autorità!
Questo è l’argomento che mi interessava. Contrariamente a quanto si possa immaginare, il popolo francese non deve avere la coscienza sporca. Nel complesso si è comportato bene durante la guerra. Nello schedario degli ebrei c’erano 25.000 dossier, ma ne sono stati rastrellati 13.000, quindi gli altri 12.000 ebrei sono stati fatti fuggire o sono stati
nascosti, è un numero enorme! Del resto il film lo dice chiaramente. Per i Nazisti e il Collaborazionismo la retata del Vel d’Hiv è considerata un «insuccesso». Per me questo film è stata l’occasione di una riconciliazione del popolo con la propria storia e un mettere in guardia sulla libertà di manovra che concediamo a coloro che abbiamo mandato al potere perché ci rappresentino.

Oltre a raccontare avvenimenti storici, naturalmente ci sono delle questioni che restano aperte ancora oggi. L’atteggiamento delle autorità, della polizia, l’obbedienza agli ordini, l’immigrazione…
Certo, i miei nonni venivano dalla Russia e dalla Polonia, erano arrivati senza documenti, non parlavano francese, erano senza titolo di studio, senza denaro, ma avevano preferito la Francia all’America perché, come diceva mia nonna, l’America era il paese per chi voleva «avere» e la Francia per chi voleva «essere». Grande lezione! Che cosa ci deve un immigrato quando arriva da noi? E che cosa gli dobbiamo noi? Come si possono vestire i panni della
Repubblica senza rinnegare se stessi? Tutto questo è molto più che appassionante: è vitale!

Lei ha letto la sceneggiatura in corso d’opera o l’ha letta d’un fiato?
L’ho letta una volta terminata, ma naturalmente Rose mi aveva parlato precedentemente della sua idea di raccontare la retata del Vel’ d’Hiv attraverso i bambini e più precisamente - dopo averlo incontrato – attraverso l’infanzia di Joseph Weismann… E’ questa la grande idea del film, la scelta di raccontare partendo dal punto di vista dei bambini…
Quando Rose mi ha dato da leggere la sceneggiatura, mi sono chiuso nel mio studio a casa. Più procedevo nella lettura, più mi sentivo diviso tra l’emozione personale e la soddisfazione professionale, tra la voglia «di andare a vedere» e quel timore reverenziale che mi annodava le budella in attesa che calasse la tensione. Quando ho chiuso il copione, non ero soltanto soddisfatto professionalmente, come qualsiasi produttore che abbia un’ottima sceneggiatura, ma ero anche un marito fiero della donna della sua vita!

E’ stato un film più difficile da produrre rispetto ad altri ?
Dopo il successo de «La vie en rose»2, pensavo ingenuamente che le cose sarebbero diventate per me più facili.
Sfortunatamente non è stato così. Purtroppo abbiamo a che fare nella maggior parte dei casi con gente che non ha memoria… Ho sentito dire dei commenti orribili, frasi del tipo : «E’ storia antica», «Non importa a nessuno!» E queste sono parole che feriscono. Ma poi, come in ogni prova difficile, accadono delle cose straordinarie. Vento di primavera (La Rafle) è stata l’occasione per ritrovare la Gaumont, con cui avevo realizzato «1492 : La conquista del
paradiso, Vatel, I fiumi di porpora, Il bandito corso».

Allo stesso tempo si percepisce che non ha lesinato sui mezzi : la scenografia, le comparse…
Parliamo sempre di un budget di circa 20 milioni di euro. Le voci di spesa maggiori sono state per la scenografia e per le comparse, ma era impensabile concepire il film in modo diverso! Anzitutto il Vel’ d’Hiv. Abbiamo cercato di ritrovare in Francia degli edifici che gli somigliassero, ma invano. E così è stato necessario ricostruirlo. Lo stesso per il campo di Beaune-La-Rolande. Il nostro amico Olivier Raoux e nostro compagno di strada anche per «La vie en Rose» ha fatto miracoli. Quanto alle comparse, sono state molto numerose. Abbiamo pagato oltre 10.000 generici, più o meno il numero degli ebrei rastrellati, ma non avremmo potuto fare altrimenti. E’ il numero che fa della deportazione e dello sterminio un crimine così mostruoso. E bisognava rendere conto di quel numero…

Lei ha assistito alle riprese più assiduamente del solito ?
Sì, ero fisso sul set. Volevo vivere con Rose quest’avventura, volevo vedere mia moglie affrontare la sua sfida più grande e vedere la regista di Vento di primavera (La Rafle) al lavoro…

Di sua moglie che cosa l’ha sorpresa maggiormente?
La conosco troppo bene per sorprendermi della sua forza. Ma francamente ero ammirato… La vedevo dirigere tutto con fermezza e grande maestria, ma allo stesso tempo, conoscendola profondamente, mi accorgevo dei suoi momenti di dubbio, a volte vedevo il suo sconforto interiore e la tenacia, malgrado tutto, di voler andare avanti, e poi i momenti di grazia in cui sentiva che il lavoro riusciva bene, quando dirigeva i bambini… E’ stato un lavoro sul contegno degli attori, delle scene, dei movimenti di macchina e della luce… Non è possibile che il pubblico non se ne accorga. Se i miei nonni fossero vivi, ne sarebbero fieri. Se dovesse salvare un’immagine, un solo momento di quest’avventura… Rose che gira la scena in cui Nono urla piangendo : «Non voglio partire, lasciatemi stare…» Ha cinque anni e mezzo, non fa l’attore. In quel momento mi sono reso conto quanto lei si immedesimi nei suoi attori, fino a che punto incarni la situazione, piangendo con lui, fino a che punto cancelli tutti i canoni della regia tradizionale per entrare nell’innovazione totale… Non c’erano più assi, obiettivi, soltanto la tragedia, come se in quel momento il cinema fosse stato reinventato sotto i miei occhi.



INTERVISTA CON JOSEPH WEISMANN
Ricorda il momento in cui Rose Bosch le ha detto di voler realiz zare un film sulla retata del Vel’ d’Hiv?
Ricordo la sua telefonata. Mi chiamò da Los Angeles dicendomi : «Sono a 12.000 chilometri dalla Francia, ho visto la sua intervista ne «La Marche du Siècle», la trasmissione di Jean-Marie Cavada, ho sentito quello che ha detto, che nessuno avrebbe osato fare un film sulla retata del Vel’d’Hiv. Io questo film voglio farlo. Non le dico altro, rientrerò a Parigi la settimana prossima, la chiamerò, ci incontreremo». Io caddi dalle nuvole. Quell’intervista l’avevo rilasciata esattamente diciassette anni prima. Pensavo che fosse stata messa da parte da tempo. E’ stata una casualità incredibile che Rose vi ci sia imbattuta. Ricordo molto bene quello che avevo detto, perché per me è un’idea fissa. Volevo che la gente sapesse che quei bambini rastrellati il 16 luglio 1942 avevano sofferto. Volevo provare a trasmettere quello che avevo visto, quello che avevo subìto, perché io ero stato uno di loro. E’ vero, dissi nel corso di quell’intervista, che nessuno avrebbe mai osato girare un film, perché era stata fatta vivere a quei bambini un’esperienza disumana, fuori dall’umano…

E come ha reagito alla volontà di Rose di fare questo film ?
Con molto interesse, perché corrispondeva al mio desiderio di testimoniare. Dopo la guerra io sono rimasto per molto tempo senza voler raccontare nulla. Sono passato per tutte le fasi, anche per quella di non voler più essere ebreo e di voler cambiare il cognome! Poi sono diventato un ebreo aggressivo: stavo sempre sulla difensiva, pronto a impegnarmi in prima persona, a battermi addirittura fisicamente, pensando che qualcuno se la prendesse con gli ebrei. Devo ammettere che ho sofferto molto dopo che la guerra era finita, anche se non temevo più per la mia vita, cosa invece che era accaduta nei tre anni successivi all’evasione dal campo di Beaune-La-Rolande: avrei potuto essere arrestato da un giorno all’altro. Una volta cessato il pericolo, avevamo una sola ossessione: attendere il ritorno dei nostri genitori. Certo, non avevamo la minima idea, soprattutto noi bambini, di cosa fosse accaduto, della Soluzione Finale, dell’orrore dei Lager… Immagini il nostro stato quando lo venimmo a sapere! Eppure io ho continuato ad attendere ancora a lungo i miei genitori… E poi, dopo la guerra, l’antisemitismo non era morto, anzi. Tutto questo fece sì che io decidessi di non parlare più di niente, che volessi restare in silenzio.

Allora che cosa la spinse a testimoniare ne La Marche du Siècle ?
Un giorno, circa 20 anni fa, fui invitato dal sindaco d’Orléans a un dibattito sui bambini in tempo di guerra. C’erano dei grandi storici, come l’americano Robert Paxton e c’era anche Simone Veil. Io ero seduto accanto a lei, la guardavo con ammirazione, ma non dicevo niente, non intervenivo, l’ascoltavo. E poi finimmo per metterci a chiacchierare tra di noi. Le dissi : «Non voglio più sentire parlare di nulla, ho sofferto abbastanza, e poi non sarei in grado di prendere la parola…»
E Simone Veil mi rispose : «Lei ha torto, signor Weismann. Nei riguardi di coloro che ha perduto, di tutti coloro che non sono sopravvissuti, lei deve compiere il dovere della memoria». Aveva seminato un granellino che alla fine è germogliato.
Uno o due anni dopo decisi di cominciare a testimoniare. Prima iniziai nelle scuole della regione, compreso il più grande collegio cattolico della Sarthe perché quello che mi interessa, oggi che non mi considero più un ebreo, ma un «francese degiudeizzato», per citare la formula di Raymond Aron, è parlare ai bambini, che siano ebrei, cattolici o musulmani, neri o bianchi, raccontare quello che io ho vissuto alla loro età, quando avevo 11 anni. Sono bambini, e quando i bambini soffrono, non contano la religione, la razza, le origini. E così, poco a poco, sono uscito dal mio silenzio e mi sono accorto che avevo qualcosa da dire ai bambini di oggi. Anche se non è sempre facile per me, perché in un certo senso, ogni volta, mostro le mie cicatrici, riapro le mie ferite, anche dopo tanti anni… Da quando ho iniziato a lavorare al film con Rose, da più di due anni, sto vivendo un periodo difficile. Non tutti i giorni, ma molto spesso…

Che cosa l’ha colpita la prima volta che ha incontrato Rose Bosch?
Ho capito subito che si era gettata anima e corpo come se fosse la sua storia. E questo non lo ha mai smentito. Forse doveva incontrare qualcuno come me e forse io dovevo incontrare qualcuno come lei… Mi ha fatto parlare, parlare, parlare… scriveva, ma mi anticipò che non avrebbe raccontato la mia vita, ma una storia di finzione ispirata alla mia vita e piena di altri elementi che aveva scoperto nelle sue ricerche. Questo film in effetti non è una biografia di Joseph Weismann, ma una storia corale. Mi inviò il copione e in effetti anche se ci si avvicina molto, non è tutta la mia vita. Ma questo non ha impedito ai miei figli a cui l’ho fatto leggere di dire: «Papà, ci sei tu dietro ogni frase».

E sul set che impressione ha avuto vedendola lavorare?
Ho capito quanto fosse faticoso girare un film. Un lavoro massacrante! Rose è una professionista straordinaria! E poi, ancora una volta, ho avuto la sensazione che fosse la sua storia, che il film fosse «suo» tanto quanto «mio». Lei ci ha messo tutta se stessa, la testa, il cuore, le viscere, ha sofferto… credo che addirittura degli attori si siano ammalati… si sentiva che al di là del film in sé, Rose ne stava facendo una questione personale. E’ per amore di suo marito? Per amore dei suoi figli? Ha delle motivazioni a me sconosciute? In ogni caso, la sua determinazione e il suo coinvolgimento mi hanno colpito molto.

Lei non ha esitato ad andare sul set?
No, affatto. Questo film l’ho desiderato e detto ciò, dovevo assumerne la responsabilità. Sono andato sul set con mia figlia e i miei nipotini, che hanno anche fatto da comparse nella scena della retata e nel Velodromo.

…e lei è stato accanto a loro?
Sì, Rose mi aveva proposto di interpretare un ruolo, ma io non volevo. Dato che lei insisteva, ho accettato… ma è un cameo, alla Hitchcock, soltanto un’apparizione. Mi si vede nel Vel’ d’Hiv insieme ai miei nipoti. Anche mio figlio recita un piccolo ruolo : è il gendarme che avverte la portiera, interpretata da Catherine Allégret, che la retata è imminente.

Qual è stata la sua sensazione quando è arrivato la prima volta sul set?
La prima reazione l’ho avuta nel laboratorio dei costumi. Ho avuto l’impressione che un carico da 20 tonnellate mi piombasse sulla testa! La retata doveva essere girata nel 18mo Arrondissement, come dire a casa mia. Io sono nato in Rue des Abbesses e andavo a scuola in Rue Lepic. Bisognava salire una scala per entrare nel teatro di posa. Arrivato ai piedi della scala, comincio a salire e che cosa vedo? Una folla immensa di persone vestite come negli anni ’40, la maggior parte di loro portava la stella di David. Non me l’aspettavo. Di colpo mi sono ritrovato nella bagarre dell’arresto, nella confusione di quei giorni… bambini, vecchi, giovani, uomini, donne, gendarmi, miliziani… era come se il tempo fosse tornato indietro… sono rimasto… non so come dire… sono rimasto KO. Ero perplesso, non sapevo più dov’ero. E credo che le persone che mi erano intorno se ne siano accorte, perché sono entrato di corsa nel teatro, avevo bisogno di piangere. Dovevo respirare. Uno shock incredibile, che non mi sarei assolutamente mai aspettato. Stavo vacillando, letteralmente. Lavorando con Rose, anticipando il film, non avrei mai immaginato tutto questo. Certo, ho avuto anche altri shock sul set, ma nessuno forte come il primo.

E quando ha conosciuto il piccolo Hugo, che interpreta il suo personaggio?
Anche questo è stato un momento molto forte. Stavano per girare la scena in cui i deportati vengono fatti salire sui pullman, dopo la retata. Mi sono presentato, gli ho detto : «Come va? Come te la stai cavando?» E ho visto quel piccolo ometto di 11 anni, l’età che avevo io, che mi ha detto guardandomi negli occhi : «Spero di non deluderla». Non può immaginare, ancora oggi mi vengono le lacrime agli occhi… ed è bravissimo nel film !

E quando ha conosciuto Gad Elmaleh e Raphaëlle Agogué che interpretano i suoi genitori?
E’ stato diverso. Anzitutto, sono molto diversi fisicamente da mio padre e da mia madre, e poi li ho visti molto poco durante le riprese. Eppure è stato strano e commovente sentirli pronunciare delle frasi dette dai miei genitori. Come nel momento in cui mio padre chiede a un ufficiale: «Al ritorno dalla guerra (in effetti mio padre aveva fatto la Grande Guerra) dove andremo?» E l’ufficiale gli risponde: «Ascolti, non posso dirglielo con certezza, ma le do la mia parola di ufficiale che lei non lascerà la Francia». E’ per questo che dietro a tutte queste scene i miei figli mi riconoscono, e anche io… E’ successo un episodio curioso quando sono arrivato a Budapest, dove, grazie a una persona geniale, Olivier Raoux, lo scenografo, è stata ricostruita una parte del Vel’ d’Hiv. Anche se è soltanto uno scorcio, è reso molto bene, al punto che ho detto a Olivier: «Ma là dentro è disgustoso! Puzza di piscio». Un odore insopportabile di orina mi ha preso alla gola.
Rose, mia figlia e gli altri mi hanno detto: «No, affatto». Era la memoria olfattiva che mi aveva assalito improvvisamente! E quando ho visto il film l’altro giorno per la prima volta, mi è tornato immediatamente alla gola quell’odore.

Aveva paura di vedere il film ?
Sì e no. No, perché come le ho già detto, a partire dal momento in cui ho accettato, anzi desiderato questo film, dovevo assumermene la responsabilità. Ma diciamo che prima della proiezione ero in uno stato di curiosità angosciata. Sapevo che sarebbe stata una prova molto dura. Ma poi, appena è iniziato il film, ho attraversato lo schermo, ero dall’altra parte, ho rivissuto il mio passato. Devo dire che il Vel’d’Hiv è stato reso in maniera impressionante! Il rumore assordante, quel baccano, tutta quella gente… Il film non insiste molto sul momento in cui viene svuotato il Velodromo, né sul tragitto in treno che non finiva mai… ma non poteva mostrare tutto! Beaune-La-Rolande dista meno di 100 km da Parigi, ma salimmo sul treno al mattino e arrivammo la sera! Era interminabile e faceva un caldo asfissiante. Il campo è stato ricostruito alla perfezione e la vita nel campo è stata rappresentata con grande fedeltà.
Certo, siamo al cinema, e l’episodio del piccolo Hugo che si innamora della figlia di Madame Traube, non è vero, e nemmeno la bella foresta che si attraversa prima di arrivare al campo, eppure anche questo mi ha riportato immediatamente là. La differenza principale tra ciò che ho vissuto io e quello che vive il piccolo Hugo è la mia evasione. Viene appena evocata nel film. Ciò che Rose voleva raccontare, che «doveva» raccontare, era l’orrore della retata, quello che accadde al Vel’d’Hiv e a Beaune-La- Rolande, culminante nella scena della separazione, che è incredibile. Pare che tutti abbiano sofferto durante questa scena e che qualcuno sia addirittura svenuto. Di tutta la mia storia, questa è la parte più dolorosa. L’evasione è un’altra cosa, è stata una fatica fisica. Il giorno della deportazione, invece, ha un’atmosfera apocalittica, quasi dantesca. E’ terribile da guardare, ma doveva essere terribile, perché è stato realmente un momento tragico, preceduto poco prima dalla perquisizione, ugualmente molto dura. Per fortuna mia madre non aveva nascosto niente e non fu picchiata come la donna che la precedeva. L’ho raccontato io a Rose… e anche la deportazione… Bisognava vedere lo spavento di quel giorno, la lacerazione… donne che urlavano come ossesse… i bambini che restavano e vedevano partire fratelli e sorelle, che gridavano e piangevano…
Ricordo di aver pensato quando lo raccontavo a Rose: « Come potrò uscire da me stesso e trasmetterlo a Rose, come riuscirà a farlo venire fuori di fronte alla cinepresa?» Beh, lo ha reso al massimo. Io dovevo essere deportato, dovevo partire con i miei genitori e le mie due sorelle, poi ci hanno separato brutalmente. Al momento in cui il convoglio dei genitori è partito per lasciare il piazzale, si sono messi a urlare i genitori e anche i bambini che restavano. E’ stato orribile! Allora arrivarono dei tedeschi, me lo ricordo come se fosse ieri. Rivedo i pantaloni dell’ufficiale con le bande rosse. Era con sei soldati armati. I bambini non erano ancora stati autorizzati a partire con i genitori. Quanti ne rimasero di noi? Non lo so… 50? 100? 200? L’ufficiale tedesco diceva additando alcuni bambini: «Tu… tu… e tu!» e io ero uno dei «tu». E fu così che io non fui deportato. Mi riaccompagnarono dentro il campo. Poi, quando ci dissero che saremmo stati riuniti ai nostri genitori 10-15 giorni dopo, decisi di evadere.
Che cosa mi ha spinto a evadere dopo che ero stato destinato a raggiungere presto i miei genitori? Sono giunto alla sola conclusione valida: l’istinto del toro che fiuta l’odore del mattatoio. Su 1.000 che vanno al macello, 999 avanzano a testa bassa e uno si rivolta, si gira di schiena e pianta le corna in avanti… non vedo altra spiegazione.
Gli attori parlano del loro incontro con lei come di un momento particolarmente commovente, ma c’è un’attrice con cui lei ha stretto un legame molto forte: Mélanie Laurent…
La adoro, ne sono follemente innamorato! E’ bellissima, ho di lei dei ricordi molto calorosi e toccanti. Ci siamo subito dati del «tu» , è stato amore a prima vista, conservo una foto in cui mi tiene tra le braccia a cui tengo molto. Ho un grande desiderio di rivederla. E poi, che attrice! Ora che ho visto il film, voglio esprimerle tutta la mia ammirazione e il mio affetto, trasmette una tale emozione, un calore e una umanità in un contesto dove non ce n’era affatto…

Si ricorda di infermiere come Annette Monod ?
Al campo, no. Io non sono stato malato. E poi ero con i miei genitori e le mie sorelle… Ma ho ritrovato Annette Monod, se non sbaglio a Orléans, nel dibattito di cui le ho parlato. Allora era una anziana signora, dal volto rigato di rughe.
Trasmetteva una grande commozione e umanità. Abbiamo chiacchierato un po’ e ovviamente abbiamo parlato di Beaune-La-Rolande, lei ne era ancora sconvolta. Era una donna dalla grande purezza.

In che cosa secondo lei è importante che un film simile venga fatto oggi ?
E’ importante mostrare quello che l’umanità è capace di fare a dei bambini e la difficoltà di quei bambini che una volta separati dai genitori, non avevano altra speranza, pur non avendo ancora vissuto, che attendere la morte come una liberazione… I Nazisti e Vichy hanno condotto una guerra inumana contro i bambini. A pensarci, è inimmaginabile… Nel 1942 io sono stato condannato a morte, non avrei pensato che nel 2010 sarei ancora stato vivo! E’ questo che mi ha salvato, il mio istinto di sopravvivenza, dei geni resistenti e il fatto che sono un tipo ottimista e gioioso.
Detesto la negatività. Quando vengo assalito dalla tristezza e sento di toccare il fondo, do un colpo di piede per risalire.
Non voglio restarci, mi appoggio sui miei figli e sui miei nipoti. E’ ovvio che quando evoco tutto questo, allora mi prende l’angoscia, mi sento soffocare… Come quando sento che un battello carico di immigrati clandestini naufraga in mare e i suoi occupanti annegano, o che vengono rimpatriate delle persone – e immaginate le difficoltà e gli ostacoli incontrati – che avevano percorso migliaia di chilometri per fuggire dal loro paese dove erano perseguitati e morivano di fame… Io mi sento profondamente solidale con loro, nel profondo di me stesso. E’ anche per questo che credo che sia importante raccontare questa storia ai giovani d’oggi. Perché sono loro che scriveranno la storia di domani. Se il film ha una ragion d’essere, è questa!


INTERVISTA CON JEAN RENO
Che cosa l’ha sorpresa e toccata maggiormente leggendo la sceneggiatura di Vento di primavera (La Rafle)?
La cosa che mi ha sorpreso di più è che Ilan mi abbia proposto di fare il film. Non è il genere di soggetto, né di personaggio, che di solito mi richiedono. E questo mi ha toccato molto. Mi è venuto a trovare, ancora non aveva la sceneggiatura, aveva soltanto il desiderio di testimoniare, di raccontare quell’evento terribile, mi ha parlato di Joseph Weismann, che avevano appena ritrovato… Io sono rimasto sorpreso e lusingato di poter partecipare a un film che tratta un tema così importante, che evoca un momento tanto doloroso, non un film di finzione, ma che riaccende la fiamma della memoria. Ero fiero per i miei figli di partecipare a un film che raccontava questo. Allo stesso tempo ho sempre avuto paura delle opere che «danno lezioni». Forse questo perché anche io sono un immigrato e mi è sempre stato difficile prendere la parola in nome della comunità nazionale… Quando Rose mi ha dato la sceneggiatura, non vi ho trovato niente di manicheo e ho detto subito di sì.

Come definirebbe il suo personaggio, il dottor David Sheinbaum ?
Per me è semplicemente l’incarnazione del giuramento d’Ippocrate. Mi sono ancorato a questo. Esercitare la professione a qualunque costo, chiunque ci sia da curare, alleviare il dolore, compiere i gesti elementari… Non può accompagnare quei bambini fino alla fine. E’ come un filo che lo tira, ma che lui non può seguire. E si ritrova laggiù, nel campo, in mezzo alla
foresta, con loro… Leggendo la sceneggiatura, mi sono chiesto come sarebbe stato possibile, per me che vivo alla luce del sole, libero di muovermi, di fare le mie commissioni, dove e come voglio, senza portare la stella di David, come avrei potuto interpretare un uomo che, a causa della comunità a cui appartiene, si ritrova privato di tutto e praticamente condannato a morte?
Come fare per interpretare quest’uomo dall’interno? Forse soltanto pensando che un giorno potremmo tutti essere membri di una comunità oppressa, disprezzata, sottomessa alla barbarie. Io non sono ebreo, ma sono stato cresciuto da ebrei. Ho passato molto tempo con loro. A Casablanca, nella mia infanzia, coesistevano tutte le comunità, tutte le nazionalità, tutte le religioni. Musulmani, ebrei, francesi, americani, corsi… Questi interrogativi me li sono posti prima di girare. Al momento delle riprese, come sempre, tutto accade secondo leggi chimiche, sul set si crea sempre una certa magia, un ambiente di lavoro e poi senza dubbio, devo ammettere che anche se non ci penso, l’esperienza mi torna utile… Ad ogni modo ho interpretato Sheinbaum come un bambino, non come un adulto. Con una sorta di innocenza e purezza. Altrimenti sarebbe stato impossibile. Sarebbe stato distrutto, senza poter agire, senza poter far niente…

Come ci si protegge da un ruolo e da un soggetto del genere? E ci si può proteggere?
Sì, conviene proteggersi per non smarrirsi… Quando ci si ritrova dentro il Vel’d’Hiv , si capisce in quali condizioni sono rimaste quelle persone per diversi giorni, praticamente senza gabinetti, senz’acqua… ci si lascia investire da tutto questo, non si può che rimanere annichiliti e non si riesce ad andare avanti. Durante le riprese molti hanno sviluppato delle malattie psicosomatiche. Il mio rimedio è stato di dire sciocchezze, molte sciocchezze! E’ un trucco andaluso: quando sono depresso, io scherzo. Come la barzelletta sulle bombe da disinnescare! Mélanie ha capito al volo. Rose all’inizio è rimasta un po’ sorpresa, poi ha capito che era un modo per scacciare i fantasmi… E mangiavo molto. Moltissimo! E sono anche ingrassato. Gad, che è un tipo piuttosto angosciato, mi diceva: «Ma porca miseria, come fai a digerire tutto quanto?» E io gli rispondevo: «Rimangeremo stasera!» Era folle!

Lei conosceva Mélanie Laurent, che interpreta la sua infermiera?
No, affatto. Ha quei grandi occhi, sembrano dei laghi. E’ una persona molto presente… E’ molto professionale e soprattutto ascolta gli altri, sa reagire in funzione della recitazione degli altri attori. Ma è anche tranquilla e determinata.
All’apparenza è una donnina fragile, ma dentro è fortissima. E’ una persona solida. Ma questo non impedisce anche a lei di ammalarsi! Il nostro rapporto è scritto molto bene nella sceneggiatura. In un altro momento, in un altro luogo, quell’uomo e quella donna avrebbero potuto vivere insieme altre cose. Ma là è impossibile. Non riesco nemmeno a immaginare che quel medico si spogliasse! Immagino che dormisse col camice bianco. E’ come se non avesse moglie, famiglia, che si identificasse col suo mestiere. In fondo potrebbe essere tutti i medici del mondo…

Era da tempo che non la vedevamo interpretare un personaggio così comune, così realistico, né recitare sul registro emotivo. Questo ha cambiato qualcosa nel suo lavoro?
Ho l’impressione che questo film segnerà una svolta. Come se si fosse costruito qualcosa di nuovo. Per quanto mi riguarda, ho sempre distinto tra attore e persona, ma si può dire che oggi Jean abbia accettato Jean Reno, che abbia accettato l’assenza di distanza tra il suo lavoro e i personaggi… All’inizio della mia carriera mettevo sempre una grande distanza tra i personaggi e me, dicevo loro: «Non voglio invischiarmi con le vostre vite, voi non c’entrate con me !» anche se questo in parte è falso. Oggi è come se quella distanza sia stata abolita, come se le due cose si stiano riannodando, riunendo. A una certa età, indubbiamente diventa più facile vivere…

Che genere di regista è Rose Bosch sul set?
Una mano di ferro in un guanto di velluto. E’ retta, onesta, vede tutto e sa quello che vuole e come ottenerlo. E’ molto forte, ma cerca di non fare mai del male a nessuno… Anche lei ha somatizzato. Non ha girato questo film per caso. Questo film è suo figlio! Anzi, è «loro» figlio, di Rose e di Ilan. Lui è stato quasi sempre presente sul set. Era la memoria. C’era l’ombra di suo padre e della sua famiglia…

Cosa ispira il fatto di girare un film come Vento di primavera (La Rafle) oggi ?
Il fatto di porsi semplicemente le grandi questioni dell’umanità. E’ giusto fare un film come questo. E’ bene che la gente lo veda, è bene che la storia sia incentrata soprattutto sui bambini, perché i bambini eravamo noi ieri, e saremo noi domani, questo è tutto ciò che conta. Perché la storia non si ripeta.

Se lei dovesse conservare una sola immagine, un solo momento di questa avventura?
Il campo! Faceva paura. Perché è la negazione dell’individuo. Non esiste più libertà, intimità… Intorno c’è la natura, l’acqua, le montagne… Il campo, il filo spinato, sono la negazione di tutto il resto e molto di più… Quando eravamo là, pur essendo sulla location di un film, immaginavamo di vedere la ruspa in movimento. Era terrificante. Ci arrivavamo tutte le mattine, con la troupe, ma era sempre terribile. Allora io dicevo delle stupidaggini, raccontavo barzellette, chiedevo che cosa avremmo mangiato a pranzo… Semplicemente perché non si può restare sereni davanti a questa storia.
L’altra immagine è quella dell’arrivo sul set, il 16 luglio, di Joseph Weismann per girare la scena del Vel’d’Hiv. Abbiamo osservato un minuto di silenzio, posso dire che ne siamo usciti devastati. Tutta la durata del minuto di silenzio non si poteva piangere. E siamo ripartiti con una spada nel cuore… E oltre a questo, Joseph è il tipico abitante di Montmartre, il classico «Poulbot» che parla con il classico accento parigino. Quando si pensa che dopo la guerra ha fatto la sua vita, ha avuto tre figli, è incredibile! L’incontro con lui è stato uno dei grandi shock emotivi del film.


INTERVISTA CON MÉLANIE LAURENT
Qual è stata la sua reazione alla lettura della sceneggiatura di Vento di primavera (La Rafle)?
L’ho letta tutta d’un fiato, ma non senza difficoltà. Leggendo la scena della perquisizione nel campo, ad esempio, non riuscivo più a respirare. Era di una tale violenza… Piangevo voltando ogni pagina. Appena ho finito di leggere la sceneggiatura, ho chiamato Rose, ma non riuscivo quasi a parlare per i singhiozzi ! Già la giornata che avevo passato con lei mi aveva sconvolta. Mi aveva mostrato i documenti, le foto… Mi aveva spiegato come ogni scena e ogni personaggio, anche quelli di cui ci si accorge appena, erano nutriti di storie vere, di persone che erano esistite. Mi ha raccontato la storia di ciascuno. Forse è questo che mi ha toccata di più, ogni aneddoto è reale, tutto è accaduto così, lei ha fatto delle ricerche e soprattutto mi ha dato l’opportunità di partecipare a un vero dovere della memoria. I film come Vento di primavera (La Rafle) non sono soltanto dei bei ruoli, ma sono film necessari, sono film sia importanti che stupendi da fare, quindi non bisogna esitare.

Come definirebbe Annette Monod, il suo personaggio?
Nella vita è stata un’eroina vera. Quella donna si è battuta per tutta la vita contro le ingiustizie. Dopo la guerra si è occupata dei detenuti, ha militato contro la pena di morte e la tortura… E’ straordinario poterla interpretare. Nel copione è un personaggio molto ben descritto. Si avvia sul registro del sorriso, quasi sulla leggerezza che in quegli anni si respirava anche a Parigi. Annette ha appena preso il diploma, è felice, a parte la prima esperienza che vive da infermiera, cioè quella al Vel’ d’Hiv! Si ritrova in un luogo disumano e deve confrontarsi con l’ingiustizia. Da quel momento vuole partire con loro. E questo è ancora più bello. Lei ha capito che sarebbe andata incontro all’orrore, ma non ha esitato un secondo… Dopo Je vais bien, ne t’en fais pas, so di essere un’attrice drammatica. Amo queste scene. Nelle scene di ingiustizia parto molto veloce! Ma sul set ho vissuto tutto molto intensamente. Non sopportavo che si trattassero così dei bambini, che li mettessero sui vagoni, nemmeno al cinema (nel senso della finzione cinematografica)! Piangevo, ero piena di collera, avevo voglia di salire sui vagoni, di farli scendere, avevo voglia di uccidere tutti, ero invasa da una tale rabbia…
Tutto quello che non avevo potuto fare nel film di Tarantino (Bastardi senza gloria) ho avuto improvvisamente l’opportunità di farlo.

Il fatto che sia realmente esistita ha influito sul suo modo di lavorare? Questo le ha dato una responsabilità supplementare?
No, non più di tanto. Se l’avessi conosciuta, senza dubbio questo avrebbe cambiato delle cose, ma è morta nel 1995.
L’incontro con Joseph è stato un momento molto forte. Per lui venire sul set è stato uno shock. Doveva arrivare una sera a Budapest, lo aspettavo nella hall, volevo assolutamente abbracciarlo, era un autentico bisogno fisico. Quando è arrivato, ci siamo gettati l’uno nelle braccia dell’altro. Mi ha detto: «E’ lei la mia infermiera?» E io gli ho risposto: «Sì, sono quì per occuparmi di lei durante le riprese». E ho cominciato a fargli delle domande in rapporto al film e a quello che aveva vissuto. A un certo momento si è fermato: «Non posso raccontare». Ed è scoppiato a piangere. Per me è stato un incontro incredibile. Comunque è stato il film più carico di emozioni che abbia mai vissuto. Da un lato è stato un periodo estremamente felice e dall’altro un’esperienza sconvolgente, prostrante. E’ stato anche allegro, l’aspetto dell’infermiera che si occupa dei bambini presto ha sconfinato nella vita vera. A Budapest eravamo tutti nello stesso hotel, intorno a un giardino. C’era un continuo andirivieni, io lasciavo la porta aperta, i bambini venivano a svegliarmi la mattina e io raccontavo loro delle storie…

Non era in fondo il suo modo per entrare nel personaggio?
Si, ma non solo. Trovavo necessario stabilire un legame molto forte con i bambini perché, nel film, loro mi amano e mi sono molto attaccati, soprattutto il piccolo Nono. Ma sentivo anche in un certo senso di dovermi prendere cura di loro, quasi di esserne responsabile. Avevo l’impressione che il ruolo andasse oltre quello di girare, che dovevo occuparmi dei bambini. Il set è un momento violento, anche se non sempre i bambini si rendono conto di ciò che recitano. Per tre mesi ricevono un’attenzione da adulti e poi, di colpo, tornano a scuola e ridiventano bambini come gli altri. E’ difficile. Hugo, che interpreta il ruolo del piccolo Jo, l’ho rivisto, sono andata a trovarlo, ogni tanto lo chiamo, siamo rimasti in contatto.
Mi sembrava impossibile agire in modo diverso e Rose sul set è stata molto intelligente.

In che senso?
Comprendendo il mio bisogno di stabilire un legame con i bambini e anche lasciandomi scherzare tra una scena e l’altra. Le avevo detto: «Fidati di me, ti darò l’emozione necessaria al momento necessario, lasciami stare anche se a volte esagererò con gli scherzi, perché ne avrò bisogno». E lei lo ha capito molto bene. Era uno sfogo necessario perché altrimenti non avrei potuto resistere. Anche soltanto il campo, al momento dell’arrivo, è di una tale violenza! Ma questo sfogo non è bastato, perché mi sono ammalata lo stesso. E’ stata una miscela curiosa. Ho incontrato delle persone straordinarie, mi sono intesa alla perfezione con Ilan Goldman che era sempre presente. Ero affascinata dalle comparse ungheresi, sono state magnifiche, hanno dato moltissimo. Era una bella sensazione essere circondata da tutti… E’ stato un periodo di riprese molto allegro, salvo che all’improvviso, a causa della storia narrata dal film, si affrontano delle emozioni che, se si è ipersensibili, si finisce per non dormire più, o comunque per dormire molto male! Durante questo film tutte le notti ero deportata, tutte le notti cercavo di salvare il mio fratellino… E quando ti svegli al mattino, sei esausta per aver corso tutta la notte. E poi ci sono state delle giornate torride, con 45 gradi...

Ma allo stesso tempo può dire che questo serviva al personaggio…
E’ vero, ma di solito lo detesto. Non lavoro mai in questo modo. In realtà penso di essermi ammalata per questo, perché non sopportavo che il film si impossessasse a tal punto della mia vita. Preferisco che ci sia una scissione tra il set e la vita.
Qui è stato complicato mantenere la distanza tra le scene che giravamo e il resto della giornata… E così mi è venuto l’herpes. Giravamo le scene del Vel’’Hiv, ero vestita da infermiera, interpretavo l’infermiera, ma tra una scena e l’altra mi stendevo su una barella torcendomi dai dolori! Avevo degli spasmi perché i farmaci che prendevo erano molto forti e Rose mi diceva: «Ci fermiamo», ma io mi sono rifiutata. Era quasi una forma di schizofrenia. Mi dicevo: «E’ normale che lei stia in questo stato, è normale che abbia delle crisi di spasmi, perché quello che vede è orribile…» Io che amo i ruoli in cui non ci si deve truccare, i ruoli veri, ero stanca perché per me questo significa essere attrice – ero servita!

Che tipo di regista è Rose Bosch sul set?
E’ una donna forte. E allo stesso tempo ha una grande dolcezza. Io recito molto poco con le donne, ma lei l’adoro. I rapporti sono diversi. Non si scade mai nella seduzione, si resta sempre sul lavoro. Rose è forte, intelligente, appassionata, molto generosa. E’ una regista – e questo mi piace – che si prende cura degli attori, che non vuole far loro del male, che non li maltratta mai per ottenere qualsiasi cosa, non c’è mai manipolazione. E’ estremamente gradevole avere un regista che ti mette a tuo agio. In lei c’è qualcosa di estremamente dolce a livello fisico. E’ una vera comandante, che sa essere ferma, che sa coinvolgere tutti in un soggetto che ha particolarmente a cuore. Dal punto di vista strettamente della regia, sa quello che vuole, fa attenzione alle inquadrature, ai piani, ha delle ottime idee. E’ bello sapere di essere in buone mani…

E Jean Reno che partner è?
E’ molto gentile, molto disponibile. E’ stato molto divertente e molto semplice. Ha fatto bene a scegliere il registro interpretativo dell’emozione pura…

In realtà i suoi partner principali sono i bambini. Si dice che per un attore non ci sia niente di più difficile…
Bisogna partire dal principio che la scena è per loro e dunque noi attori dobbiamo essere perfetti a ogni scena. Bisogna aiutarli, non si può pensare al proprio ego in presenza di un bambino, gli si dà tutto, si fa di tutto per farlo stare bene.
Bisogna recitare in continuazione, essere costantemente inventivi. Questo richiede molto tempo ed energia, ma è divertente perché bisogna adottare un mare di stratagemmi quando non hanno più voglia, quando sono stanchi… e io adoro tutto questo. Con i gemelli che interpretavano Nono è stato affascinante. Sono due personalità molto diverse, ma allo stesso tempo, a seconda dei momenti, a seconda di chi lavorava e di chi era a riposo, le loro personalità si invertivano…
Per questo ho passato con loro molto tempo fuori dal set. E’ importante stabilire un legame col bambino, perché a 4 anni lui se ne infischia di essere professionale, di girare bene la scena…

C’è qualche scena che temeva?
Direi di no. Più mi sembra intensa e dura e più mi piace, a condizione che la scena sia ben scritta. Addirittura ho trovato più difficile dover ridere su quella bicicletta anni ‘40 che mi faceva sussultare sul pavé di Parigi. E’ l’unico giorno che mi ha messo ansia.

Perché considera importante girare un film come Vento di primavera (La Rafle) oggi?
Perché, con tutto quello che accade intorno a noi, è giusto ricordare che degli eventi come la retata del Vel’d’Hiv sono accaduti… Per ricordare, per diffidare di tutto quello che potrebbe assomigliare a quello, da vicino o da lontano. E’ anche un film sulla scelta. Perché all’improvviso c’è un pompiere che disobbedisce e dà da bere ai prigionieri? E perché il gendarme esegue gli ordini che gli hanno impartito, anche se sono disumani? Il film mostra che abbiamo sempre una scelta.
E’ giusto ricordarlo ed è vero per tutte le epoche, ieri come oggi e, purtroppo, anche per domani…

Se dovesse mantenere una sola immagine, un solo momento di tutta questa avventura?
Beh, credo che sarebbe prima di leggere la sceneggiatura, il pomeriggio che ho passato con Rose. Anzitutto perché per un’attrice è un momento simbolico. E’ l’inizio di qualcosa. Si desidera esserci, si fantastica sul personaggio, sulle scene. Si vive il desiderio, la promessa, la fiducia… In seguito, sono stata totalmente sconvolta da tutto quello che Rose mi diceva e mi mostrava. A ogni storia che mi raccontava avevo i brividi per tutto il corpo e le lacrime agli occhi. Lei ne parlava con una tale passione, un tale coinvolgimento. Lei sapeva come voleva girare le scene. E’ una sensazione estremamente piacevole essere con un regista che sa quello che vuole, su cui sai di poter contare, di cui ti fidi e quindi non hai paura di dare tutta te stessa…


INTERVISTA CON GAD ELMALEH
E’ stato sorpreso quando Rose Bosch e Ilan Goldman le hanno proposto il ruolo di Schmue l Weismann in Vento di primavera (La Rafle)?
Sapevo che Rose stava lavorando a Vento di primavera (La Rafle) da diversi mesi perché in quel periodo stavo girando Coco, prodotto da Ilan. Quindi ci vedevamo spesso e sentivo parlare delle ricerche che stava facendo Rose. Quando andavo a casa loro, la vedevo uscire dal suo studio completamente immersa nella storia della retata. E poi, senza propormi il ruolo, Ilan mi diede la sceneggiatura da leggere. La lessi tutta d’un fiato. Mentre leggevo, piangevo e avevo desiderio di partecipare al film. Certo, prima di accettare il ruolo, provavo una certa inquietudine.
L’inquietudine di coloro che si sentono a proprio agio nella commedia e si apprestano a vestire i panni del registro drammatico. Ho chiesto a Rose e Ilan, e non per falsa modestia, se credevano veramente che io, che mi considero un attore comico, avrei potuto interpretare un ruolo così drammatico. Rose mi ha detto che mi aveva visto con mio figlio e ciò che aveva visto nella mia riflessione sull’identità l’aveva commossa e le aveva fatto pensare di aver bisogno di me per questo ruolo. Questi sono stati degli argomenti che non solo mi hanno toccato, ma che hanno anche spazzato via le mie angosce. Ho accettato di essere il padre di questa famiglia. A prescindere dal ruolo, al di là del film stesso, mi sono presto interessato molto al progetto umano, alle questioni che il film solleva su tutti i piani: sociale, filosofico, religioso, morale, storico, politico… Io stesso mi sono posto immediatamente un mucchio di domande e non mi vergogno di dire che ho imparato moltissime cose.
Non basta essere ebrei per sapere tutto della Shoah. Ovviamente avevo sentito parlare del Vel’ d’Hiv. Sapevo che era un episodio tragico, non soltanto della storia ebraica, ma anche della storia di Francia, ma non ne conoscevo tutti i dettagli, né ovviamente il contesto. Quello che mi ha interessato, essendo un ebreo sefardita, è che è esistita una Shoha sefardita: i tedeschi sono arrivati fin nel deserto libico a cercare gli ebrei! Pazzesco! Ho provato un sentimento strano: mi sono sentito al tempo stesso vicino a questa identità ebraica e molto fiero di essere marocchino perché il Marocco, durante la Seconda Guerra Mondiale, ha protetto gli ebrei. Se non lo avesse fatto, i miei genitori non ci sarebbero più e nemmeno io…

Una volta superata l’inquietudine, ha lavorato a questo personaggio in modo diverso dal solito?
Senza ridurre o minimizzare il lavoro dell’attore, una volta indossato il costume, trovato il trucco adatto, ritrovarsi nel campo insieme alle comparse vestite da prigionieri, tra le baracche, basta essere davanti alla macchina da presa… E’ già sconvolgente. Bisogna evitare di cadere nella trappola di farci condizionare dall’emozione. Per questo ho cercato un approccio piuttosto naif al personaggio: «Ma che cosa dite? Voi sognate! I tedeschi non farebbero mai una cosa del genere!». C’è una battuta che lo definisce bene : «Non ho mai visto tanti ebrei ammassati, come pensate che possano farci del male? Sarebbe troppa fatica!»

Come considera la figura di Schmuel Weismann?
Non è un utopista, ma un ottimista. Un vero ottimista che ha fiducia nella Francia e pensa che «la speranza sia l’ultima a morire». A un certo punto, in effetti, non resta che la speranza. Che cosa si può fare quando si hanno dei fucili puntati addosso, a parte dire: «Ne usciremo»? Del resto anche io ho sempre pensato che se fossi capitato in una catastrofe, sarei sopravissuto!

In che cosa le è più vicino?
Sì, anch’io ho questo ottimismo. Del resto tuttora non ho accettato l’idea, o meglio l’ho rifiutata, che il mio personaggio non sia riuscito a cavarsela e che sia morto come tutti gli altri che sono partiti con lui: il suo attaccamento alla famiglia è molto simile al mio. Anche se non bisogna essere padre per angosciarsi di una sciagura che viene inflitta a dei bambini, ho subito pensato a mio figlio quando ho visto quei ragazzini e il suo attaccamento alla Francia è molto simile al mio. Troppo spesso si dimentica che gli ebrei francesi sono figli di immigrati, arrivati qui senza niente e hanno fatto di questo Paese la loro patria. C’è questo aspetto, «Vengo da fuori», in cui mi riconosco bene. Io vengo sempre da un altro luogo, per questo sono sempre «di fuori».

Che ricordo ha del suo incontro con Joseph Weismann?
Estremamente commovente. Di colpo ci si ritrova di fronte alla realtà, alla verità ed è di una forza estrema… Ed è anche impressionante. Tutto quello che possiamo fare è infinitamente inferiore a quella che è stata la realtà… Ho ripensato alle immagini de La Marche du Siècle che Rose mi aveva mostrato, ho ricordato l’emozione di quella testimonianza… e poi interpreto il personaggio di suo padre! Su questo abbiamo scherzato. Lui mi chiamava «Abbà», «papà» in ebraico. Ed era commovente e buffo! E’ un uomo pieno di humour.

Interpretare il ruolo di un ebreo ashkenazita, per lei che è sefardita, è stata un’ulteriore sfida?
Avevo qualche dubbio, ma francamente interpretare un ahskenazita, un mussulmano o uno slovacco epilettico… non era questo che mi faceva paura. Era più il registro drammatico che mi impressionava. Ma Rose mi ha diretto molto bene, senza mai lasciarmi andare in quello che sapevo fare. Del resto ho capito proprio in questo film che bisogna abbandonarsi completamente e avere una grande fiducia nella persona che ti dirige: è questo il modo migliore per inventare delle cose,
per lasciare che le cose ci sfuggano di mano. Io, che mi conosco bene, che conosco bene il mio lavoro, ho scoperto durante la proiezione del film alcune mie espressioni che non conoscevo, che non avrei immaginato e che mi sono sfuggite, ma che Rose non soltanto ha saputo catturare, ma anche suscitare… Sono sorpreso del lavoro che ha fatto, dal lavoro che abbiamo fatto insieme, di come lei abbia cercato l’emozione…

Come ha lavorato insieme a lei?
E’ talmente immedesimata nel suo soggetto, nella verità e nella forza di questo argomento, che non erano necessarie grandi spiegazioni nella direzione degli attori, era sufficiente darci delle piccole indicazioni per non farci fare delle cose che divergessero dalla verità. Non diceva: «Voglio che tu faccia questo così», ma: «Schmuel, era piuttosto così». Si era talmente impegnata nelle sue ricerche che aveva delle idee molto precise sui fatti che sono accaduti e sui personaggi. E per questo è stato più facile fidarsi e abbandonarsi.

Che cosa la colpisce di lei?
È una persona molto emotiva e allo stesso tempo una forza della natura. E’ una guerriera. In genere ciò che mi rassicura negli artisti non è vedere che sono dei guerrieri, ma che dietro questo aspetto sono delle persone fragili. Lei è esattamente così: sono rimasto colpito – e commosso – di vederla a volte mentre rivedeva alcune scene con le lacrime agli occhi, e alla seconda sentirla dire: «Ok, buona, passiamo alla scena successiva!». Con grande pudore riorganizzava il set.

C’è una scena che la metteva particolarmente in ansia?
La scena della separazione, quella con i bambini. Non si può dire… ripenso a quel momento a Budapest. C’erano le cineprese, i tecnici, era un set cinematografico, ma stavamo girando qualcosa che è accaduto realmente. Giravamo un film, ma stavamo per riprodurre qualcosa che è accaduto veramente. E’ sconvolgente, lacerante… E allo stesso tempo avevo bisogno di energia per interpretare quella tristezza. Non ci si può accontentare di essere là e avere l’espressione triste, bisogna mettere un’energia vera per diventare il padre dilaniato, bisogna dimenarsi, bisogna dare, bisogna gridare… Si deve uscire dalla nostra natura più profonda… Anche le scene con Jean Reno sono state dure. Eravamo molto commossi, non parlavamo… non si parlava! E allo stesso tempo, non ci crederà, ma sul set abbiamo riso molto. Abbiamo girato in Ungheria e io ho parlato un finto ungherese per tre settimane! Con Jean dovevamo dire una barzelletta a ogni inquadratura, alla fine di ogni ripresa per non lasciarci sopraffare. Per non parlare delle battute salaci e dei giochi di parole scurrili che non oserei ripetere qui! Era la nostra cintura di sicurezza, ne avevamo bisogno.

Lei non aveva mai girato con Jean Reno…
No, anche se ne avevo il desiderio da tanto. Sono stato felice di poterlo fare, perché nutro per lui un grande affetto.
Veniamo entrambi da Casablanca, ma non abbiamo in comune soltanto le origini. Come dice lui: «Ci sono delle cose che non si dicono – e che nemmeno tra di noi ci diciamo – che ci legano». Mi piace molto quest’idea del «non dire» che cosa ci lega molto fortemente. Penso di capire esattamente che cosa intende con questa frase. Sono stato molto felice di aver girato con lui delle scene commoventi. E’ straordinario. Lo sguardo che si scambia con Mélanie Laurent al momento della partenza, dà i brividi… L’attrice che interpreta mia moglie, Raphaëlle Agogué, anche lei è straordinaria. E’ una vera rivelazione. Dovrebbero darle un premio! Ha fatto un lavoro incredibile, sembra che abbia avuto da sempre quell’accento.
Non è soltanto credibile – per un attore la credibilità è il minimo – ma è ciò che porta con sé, la grazia, la presenza affettuosa, il potere di emozionare… E Hugo, che interpreta mio figlio, è di una straordinaria verità, naturalezza, semplicità. E’ così tenero! Ed è anche incredibilmente buffo! Mi ha fatto piangere molto nel film, ma sul set mi ha fatto ridere molto. Ha una natura comica. Ci divertivamo moltissimo insieme. Ci facevamo le smorfie, ma questo non gli impediva al momento di girare, di essere superconcentrato e sconvolgente. E’ gioioso, solare…

E Mélanie Laurent la conosceva?
Poco. Non ho molte scene insieme a lei, ma trovo anche lei solare. Ha un senso della speranza, di forza… E’ come una finestra da cui filtra la luce. C’erano persone come lei in quel luogo… Quando si entra nel Vel’d’Hiv – la scena del resto è impressionante – lei capisce immediatamente la situazione disastrata e non esita un momento a darsi da fare… Non è un film manicheo, è questo che è bello… La portiera che allerta gli ebrei, la vicina che vuole salvare il piccolo Nono, i pompieri che danno da bere e prendono i messaggi… C’è una visione vera di coloro che hanno aiutato, di coloro che si sono rifiutati di collaborare…

Perché secondo lei è importante realizzare un film come Vento di primavera (La Rafle) oggi ?
Per tutte le questioni che solleva, sotto tutti i punti di vista. Anche su Dio ovviamente – o sull’assenza di Dio – come sul ruolo delle autorità e dei media, sul nostro comportamento di fronte a situazioni di ingiustizia, sulla necessaria organizzazione della protezione dell’infanzia… D’un tratto, quando si vede il film, il dibattito sull’identità nazionale pare il tema meno importante... ci sono molte altre lezioni da trarne.
Se dovesse salvare un solo momento, un’immagine di quest’avventura… Penso che sarebbe la notte in cui giro la scena con Hugo nel campo, quando non riesce a dormire e guarda fuori dalla finestra… La sentinella delle SS che ci sorvegliava era fuori campo, ma credeva di essere inquadrata e, mentre la macchina era su di noi, continuava a fare la ronda con il cane… sono stato folgorato dalla verità di quel momento. C’ero dentro. E’ stato terrificante…


INTERVISTA CON RAPHAËLLE AGOGUÉ
Come è arrivata a girare Vento di primavera (La Rafle)?
E’ successo molto velocemente, quasi dall’oggi al domani! Il mio agente mi chiamò il venerdì per fare un provino il sabato. Avevo due lunghe scene da recitare con accento yiddish. Per primo mi ha ricevuta Olivier Carbone, responsabile del casting. Poi ho incontrato Rose varie volte nel suo ufficio e lei mi ha fatto recitare quasi tutte le scene del film. Quando mi ha comunicato che avrei ottenuto la parte, ho avuto appena il tempo di realizzare che le riprese sarebbero iniziate dopo tre settimane.
E’ stata sorpresa quando le hanno proposto il ruolo di una madre ebrea polacca con tre figli?
Anzitutto ero entusiasta di aver superato un provino per un film così importante, per un ruolo di comprimaria. In realtà, io non sono ebrea, né polacca e non ho figli! Ma è esattamente questo a essere eccitante per un’attrice, poter incarnare dei personaggi tanto lontani da sé e non essere associata a un solo tipo di ruolo.

Come ha lavorato sull’accento di Sura Weismann?
All’inizio, per il provino, sono andata su Internet per trovare dei video di persone che avessero quell’accento. Mi sono imbattuta in alcune interviste di Marek Halter e mi sono ispirata a queste. Rose ha subito apprezzato il risultato. Non ho cercato di ricalcare a tutti i costi l’accento yiddish, non volevo cadere affatto nella caricatura. In seguito, per le riprese, ho lavorato con un insegnante sulle battute in yiddish per acquisire l’accento proprio di quella lingua. L’aspetto tecnico di questo lavoro mi è piaciuto e mi ha permesso di scoprire la ricchezza della cultura yiddish, soprattutto attraverso la sua musica.

Come definirebbe il suo personaggio?
E’ una specie di «Madre Coraggio», molto religiosa, che cresce i suoi figli, si occupa della casa, lavora molto… una donna concreta. Regola la vita della sua casa. Sente abbattersi l’uragano fuori e chiude le imposte tra i suoi figli e l’incertezza del mondo esterno. E’ interessante la sua evoluzione. All’inizio la vediamo agire ed educare i figli nell’umiltà, nella discrezione e nel rispetto delle regole. Poi, di fronte agli eventi e alla dura realtà che le si impone, la scorza si incrina e si rivela una donna forte e ribelle. E’ questo che incoraggia suo figlio a evadere.

Per lei qual è stata la sfida più grande?
Soprattutto di riuscire a rendere credibile il mio personaggio e di essere all’altezza dell’emozione delle scene.

Da quali scene ha cominciato?
Abbiamo iniziato con le scene in esterno a Montmartre e in particolare con quella in cui le madri ebree sono al parco con i loro figli e si fanno cacciare dalla sentinella. Ma è stato il mio secondo giorno quello più interessante. Giravamo la scena di quando si sale sui pullman, subito dopo la retata. Pochi istanti prima avevo incontrato Gad per la nostra prima scena insieme. Tutti gli arrestati erano stati ammassati nel piazzale, c’era un gran numero di comparse e l’emozione era molto forte. Tanto più forte perché Joseph Weismann era sul set, molto sconvolto dalle comparse che indossavano la Stella di David. E Hugo è andato verso di lui per dirgli: «Io interpreto il suo personaggio, spero di non deluderla!» E’ stato molto commovente assistere all’incontro tra i due Jo…

Ha sentito una particolare responsabilità, o per lei è stato un personaggio come un altro?
Il film rappresenta una parte della vita di Joseph Weismann e tutti i fatti sono collegati, ma per il mio personaggio non ho cercato di assomigliare alla vera madre di Joseph. L’idea era piuttosto di incarnare una madre ebrea come purtroppo ce ne erano tante nella stessa situazione. Sappiamo quanto l’argomento sia importante, sconvolgente, tragico, ma ho cercato di mantenere una certa distanza in rapporto a tutto questo. Non volevo lasciarmi fagocitare per non turbare la mia recitazione. Forse è più adesso che ne parliamo, che mi assumo la responsabilità che ci spetta. Credo di essermi resa conto soltanto oggi di essere stata colpita da questo personaggio più di quanto volessi ammettere. Pensavo: «Non è la mia storia, ma fa parte della Storia…» Tuttavia, aver interpretato quel personaggio, aver conosciuto tutta quella gente e Joseph Weismann in particolare, mi ha fatto veramente capire la dimensione di quegli eventi tragici e che riguardano tutti noi.

Aveva sentito parlare della retata del Vel’ d’Hiv?
Un po’ a scuola, alla televisione o in famiglia, ma non conoscevo le circostanze precise. Mi sono informata, ho letto molto, soprattutto il libro «La grande Rafle du Vel’d’Hiv»3 che mi ha insegnato molte cose. Rose mi ha fatto vedere anche La Marche du Siècle, con la testimonianza straziante di Joseph Weismann. Attraverso tutti questi documenti ho preso coscienza dell’orrore di quel periodo. Molti di noi sapevano del Nazismo e dei Lager in Germania, ma quanti conoscevano la realtà francese? Per questo il film è importante.

Lei ha detto di aver incontrato Gad Elmaleh solo pochi istanti prima di girare la vostra prima scena, eppure formate una vera coppia…
Avremmo dovuto conoscerci prima delle riprese, ma non è stato possibile. Allora ci siamo scoperti man mano che giravamo. Gad è una persona molto gentile, molto indipendente e la sua presenza sul set è stata molto utile soprattutto con i bambini. E’ stato un vero piacere e una fortuna lavorare con un artista come lui! E credo che il fatto di aver girato in Ungheria abbia dato a tutta la troupe una maggiore coesione.

Le scene nel campo sono particolarmente dolorose e dure…
Sì, erano soprattutto le scene della separazione che mi mettevano in ansia. Scene tecnicamente molto pesanti, con moltissime comparse, concitate... ma soprattutto molto intense emotivamente. Quelle scene sono state girate verso la fine delle riprese, quindi eravamo fiduciosi e pronti a dare il massimo. Quando c’è stata la prima volta quel movimento di folla, i bambini, le madri, i soldati… credo che fossero circa 200 figuranti, è stato veramente impressionante!

Che cosa si aspetta da un regista?
Mi piace che il dialogo sia aperto, che si possa avere uno scambio reale e sono capace di dare moltissimo quando mi fido.
In particolare, le situazioni che Rose aveva scritto erano molto chiare. Rose sa quel che vuole dall’inizio. E si fidava anche di noi come attori. A volte le dicevo: «Sei sicura che è questo che vuoi?», ma era più il mio bisogno di essere rassicurata.
Ho ammirato la sua costanza, nonostante il piano di lavorazione fosse molto serrato, la complessità dei suoi compiti, la fatica evidente… E’ sempre stata disponibile per noi.

Oltre a Gad, lei ha conosciuto Jean Reno, Mélanie Laurent…
Sì! Che occasione straordinaria aver potuto lavorare con degli attori della levatura di Gad, Jean o Mélanie, ma anche con Sylvie Testud, Anne Brochet o Catherine Allégret... In questo film ho incontrato soltanto degli attori formidabili. E il piccolo Hugo che interpreta mio figlio, è stato anche lui un partner notevole, di grande compostezza, con grande presenza. Temevo questo rapporto e dover recitare con un bambino, non lo avevo mai fatto, ma l’ho apprezzato molto. Non ho avuto con lui un rapporto da adulto a bambino, ma da attore ad attore.

Ha detto che Vento di primavera (La Rafle) è quasi il suo primo film. Che percorso aveva seguito precedentemente?
Ho sempre desiderato fare l’attrice e ho cominciato la mia formazione molto presto, con dei corsi e al conservatorio. Dopo qualche apparizione televisiva, adesso ho avuto la vera occasione di lavorare al cinema.


INTERVISTA CON Hugo Leverdez
Come ti sei ritrovato a interpretare il ruolo di Joseph Weismann in Vento di primavera (La Rafle)?
Veramente avevo spesso desiderato di recitare in un film. E così mia madre ha cominciato a informarsi dei provini per i casting. Un giorno mi ha parlato del casting de La Rafle. Ci sono andato, ho fatto il provino, è andato bene e poco tempo dopo ho saputo la bella notizia: ero stato preso!

Rose Bosch ti ha fatto leggere il copione o ti ha raccontato la storia?
Entrambe le cose. Prima mi ha dato il copione e poi ci siamo visti nel suo ufficio e lo abbiamo riletto insieme. Là mi ha raccontato la storia e mi ha fatto delle domande per essere sicura che avessi capito bene. E’ stato bello… la cosa terribile è che purtroppo è una storia vera, sono accadute delle cose orribili a causa di un pazzo furioso che si chiamava Hitler!

Avevi già sentito parlare della Seconda Guerra Mondiale e della deportazione degli Ebrei?
Sì, un pochino. E poi, prima del film, i miei genitori me ne hanno parlato un po’. Poi anche Rose…

Come ti sei preparato al personaggio?
Sapevo che era una parte importante. Quel ragazzo ha vissuto tante di quelle cose… Rose voleva che fossi il più naturale possibile, così sono stato naturale. E’ stato molto semplice. Però nello stesso tempo ci sono state delle scene più difficili da interpretare.

Ad esempio quali?
La scena della perquisizione in cui una donna davanti a noi viene picchiata. Anche se sai che è un film, che ci sono effetti scenici, fa lo stesso molta paura. E’ stata difficile soprattutto la scena della separazione, quando sono con mia madre nel campo e ci annunciano che i bambini non possono partire. Tutti piangevano… ma allo stesso tempo, quello che si percepiva sul set era molto forte, la scenografia era talmente ben ricostruita che sembrava vera… e questo ha facilitato le cose.

Come hai fatto per interpretare le scene commoventi?
Ho cercato di mettermi nei panni del vero Joseph Weismann che aveva vissuto veramente quelle cose o di immaginarmi in quella stessa situazione…

Tu hai conosciuto il vero Joseph Weismann…
Sì, all’inizio delle riprese. Eravamo in una stradina di Montmartre, stavamo andando sul set. L’ho visto sul marciapiede e subito ho pensato che fosse lui. Sono andato verso di lui e gli ho chiesto se fosse Joseph Weismann. Lui si è voltato e mi ha detto: «Sì, perché?» E io gli ho risposto: «Perché sono io che interpreterò il suo personaggio». Lui mi ha abbracciato, mi ha preso tra le braccia e piangeva… Gli faceva un grande effetto essere là… Sapevo di avere una grande responsabilità e non volevo deluderlo. Poi è venuto sul set a Budapest con il nipotino. Ha girato anche qualche scena nel Vel’ d’Hiv.
Abbiamo parlato molto. Quando mi raccontava delle storie, era spesso sul punto di piangere, perché gli erano accadute veramente. Ma era anche sollevato che fosse finito e ancora sconvolto per le cose orribili che aveva vissuto e visto.

Come era Rose Bosch durante le riprese?
C’erano delle scene difficili da girare, molto commoventi, con la folla, era stressante. Ma lei sapeva quello che voleva e di colpo per noi è stato molto più facile. Bastava fare quello che lei chiedeva. E si capiva bene che quello che diceva lo pensava veramente, era molto sincera. A me ha dato soprattutto delle indicazioni tecniche, riguardo agli spostamenti, agli sguardi, alla macchina da presa, ai suoni… per la scena della separazione mi ha chiesto «pensa alla tua famiglia». Io ho pensato alla mia sorellina. E così mi sono venute le lacrime agli occhi.

E gli attori che interpretano i tuoi genitori, Gad Elmaleh e Raphaëlle Agogué?
Erano carini e simpatici. Raphaëlle è meravigliosa, mi dava dei consigli e anche Mélanie era adorabile. Con Gad ho riso molto. Mi faceva delle smorfie e io gli rispondevo. Era buffo… sono rimasto in contatto con loro, anche con la parrucchiera, la truccatrice, i costumisti e gli altri tecnici e con le bambine che interpretano le mie sorelle e con altri bambini del cast. E poi con una comparsa ungherese che presto verrà ad abitare da noi a Parigi…

Non è stato difficile dopo le riprese tornare alla vita normale?
No, perché mi ero preparato. Durante le riprese molte persone, i miei genitori, Mélanie, la parrucchiera e la truccatrice, che erano molto gentili, mi dicevano: «Devi stare attento, perché dopo il film dovrai tornare alla vita normale». Allora sapevo quello che mi attendeva… E’ andata bene. Certo, a scuola (ha cominciato la prima media) i miei compagni mi hanno fatto delle domande e io ho risposto, ma niente di più, non volevo essere accusato di essermi montato la testa!
Vorrei che molta gente andasse a vedere il film. Non per vedere me o gli altri attori, ma per la storia, che è accaduta veramente e che è davvero orribile. Spero che non riaccada mai più…

Che cosa hai provato quando ti sei visto nel film ?
In effetti è stato molto strano. Quando mi sono visto, ho creduto che fosse un’altra persona a recitare, non riuscivo a giudicarmi…

Quest’esperienza ti ha fatto venire voglia di diventare attore?
Oh, sì ! E’ stato il mio primo film e l’ho adorato.


NOTE
1) F. Poulbot, grande disegnatore di fumetti per bambini ambientati nella Grande Guerra.
2) Film sulla vita di Edith Piaf prodotto da Ilan Goldman, regia di Olivier Dahan, titolo originale «La Mome»
3) Libro di Claude Lévy-Paul, uscito in Francia marzo 2010.

[an error occurred while processing this directive]
[+] aggiungi informazioni e curiosità su Vento di primavera oppure [+] scrivi recensione e vota Vento di primavera

Vota, leggi trama e opinioni su Vento di primavera di Roselyne Bosch - Torrent, scaricare Vento di primavera di Roselyne Bosch, streming

Questo sito è gestito con HyperPublish e molto olio di gomito.
Questo è un sito di cinema film movies amatoriale: le informazioni provengono dai miei studi, dal contributo degli utenti e da fonti reperibili nel pubblico dominio. Non posso garantire la validità delle informazioni ma faccio del mio meglio. Posso inoltre garantirti la mia onestà quando dico che un film è bello. Aggiungi anche tu la tua opinione e fai sapere a tutti senza limiti come è il film! Ti invito ad andare al cinema, non è bello scaricare torrent guardare streaming vedere megavideo striming divx emule movies nemmeno in anteprima. I copyright dei film / movies appartengono ai rispettivi proprietari.



Qualche film interessante: La vida de los peces, La variabile umana, Vipera, Victoria, Verano, Le vite degli altri, Le verita' negate, La vie en rose, Il vento, di sera

Film in ordine alfabetico: 9.99…20 D 20 F…50 V 500 …UNA - ...A…A PR A PR…ACQU ACRI…AH S AI C…ALIL ALL …AMAZ AMAZ…AMOR AMOR…ANIJ ANIM…APPU APPU…ASPR ASSA…AVVI AWAK…L'AM L'AM…LE A LE A…UN A UN A…UN'A - A BE…BALL BALT…BE K BE L…BENV BENV…BING BIOS…BLOO BLOO…BOX BOXI…BULW BUMA…LA B LA B…THE THE …UNA - ...C…CAPT CAPT…CAVA CAVA…CHE CHE …CICO CIDA…CODI CODI…COMM COMM…COSA COSA…CUCC CUOR…IL C IL C…LA C LA C…PORC THE …UNA - ...E…DEAD DEAD…DEST DEST…DIRT DIRT…DORI DORM…DUE DUE …LA D LA D…UNA UNA …UNA - ...E…EFFE EFFE…EMPI EMPL…EVAN EVAN…L'ES L'ES…UN'E - A FA…FAUS FAUS…FINO FINO…FRA FRAG…FROZ FRUI…I FR I FR…LA F LA F…UNA - A GL…GET GET …GIOV GIOV…GOMO GOMO…GRIN GRIZ…IL G IL G…LE G LE G…UNA - A HI…HARR HARR…HESH HESH…HONE HONE…HUNG HUNG…UN H - GLI …IMMO IMMO…INCO INCR…INTE INTE…IQBA IRAQ…L'IN L'IN…UN'I - I JO…JESU JET …JOYF JU T…THE - K.36…KING KING…THE - A LE…LAND LAND…LEGE LEGI…LIBE LIBE…LONT LONT…LULU LUMI…UNA - A MA…IL M IL M…LA M LA M…MAES MAGA…MANS MANS…MATE MATE…MENO MENO…MILO MIMZ…MO'J MOLI…MO'T MOTO…MY G MY I…UN M UN M…UNA - I NO…NARU NARU…NEMM NEMM…NO ( NO -…NON NON …THE THE …UNA - GLI …OCTA OCTO…ONDE ONDE…ORO ORO …UN'O - O - …IL P IL P…LA P LA P…PANE PANE…PASS PASS…PEPP PEPP…PICC PICC…PLAT PLAY…PRAI PRAN…PROF PROF…THE THE …UNE - A QU…QUEE QUEE…THE - I RA…LA R LA R…RAIN RAIS…REMB REMB…RIDE RIDI…ROBO ROCC…THE THE …UNA - O - …IL S IL S…LA S LA S…SALE SALI…SCAR SCAR…SECO SECO…SETT SEVE…SHOR SHOR…SKOO SKY …SOLO SOLO…SPAC SPAC…STAR STAR…STRE STRE…SUR SUR …THE THE …UNO - I TE…TADP TAFA…TEMP TEN …THE THE …TI V TI V…TORO TORQ…TRE TRE …TURI TURI…TWO TWO …UNA - GLI …L'UO L'UO…UNDE UNDE…UZAK - A VE…LA V LA V…VAJO VALD…VERO VERO…VIRG VIRT…VUOT - I WA…WARC WARC…WILD WILD…WWW - X - Y - Z
Registi in ordine alfabetico: 0..9 A B C D E F G H I J K L M N O P Q R S T U V W X Y Z
Cerca...
RecensioniFilm.com 2017 tutto il Cinema raccontato dal pubblico - Accordi - Software - Crea Ebook - Screen savers - Privacy e cookies - Contatti, suggerimenti - Film senza limiti - Streaming