Segreti di famiglia di Francis Ford Coppola

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locandina Segreti di famiglia
 
Regista: Francis Ford Coppola
Titolo originale: Tetro
Durata: 127'
Genere: Drammatico
Nazione: U.S.A., Argentina, Italia, Spagna
Rapporto:

Anno: 2009
Uscita prevista: 20 Novembre 2009 (cinema)

Attori: Vincent Gallo, Maribel Verdú, Alden Ehrenreich, Klaus Maria Brandauer, Carmen Maura, Rodrigo de la Serna, Leticia Brédice, Mike Amigorena, Sofía Castiglione, Francesca De Sapio

Trama, Giudizi ed Opinioni per Segreti di famiglia (clic qui)...In questa pagina non c'è nemmeno la trama per non fare spoiler in nessun caso.
 
Fotografia: Mihai Malamaire, Jr.
Montaggio: Walter Murch
Musiche: Osvaldo Golijov
Effetti speciali: UPP Prague
Scenografia: Sebastián Orgambide
Costumi: Cecilia Monti

Produttore esecutivo: Anahid Nazarian, Fred Roos
Produzione: American Zoetrope, BIM Distribuzione, Tornasol Films, Zoetropa
Distribuzione: BIM Distribuzione

La recensione di Dr. Film. di Segreti di famiglia
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Colonna sonora / Soundtrack di Segreti di famiglia
Potrebbe essere disponibile sotto, nei dati aggiuntivi (clic qui).

Voci / Doppiatori italiani:
Pasquale Anselmo: Tetro
Laura Romano: Miranda
Davide Perino: Bennie
Sergio Di Stefano: Carlo / Alfie
Vittoria Febbi: Alone
Roberta Pellini: Josefina
Francesco Bulckaen: Abelardo

Informazioni e curiosità su Segreti di famiglia

Note dalla produzione:
PRESENTAZIONE
Segreti di famiglia è la prima sceneggiatura originale di Francis Ford Coppola da trent’anni a questa parte. E’ un dramma poetico che racconta la storia di una famiglia lacerata da profonde rivalità, segreti e tradimenti.
Il film è ambientato nel quartiere bohemien di La Boca, a Buenos Aires, uno dei quartiere più vecchi della città - originariamente abitato soprattutto da immigrati italiani - dove sono nati tanti cantanti, musicisti e pittori famosi.

Coppola ha cercato a lungo il protagonista del film prima di scegliere l’intenso e versatile attore e regista americano Vincent Gallo (Il valzer del pesce freccia, Buffalo ’66, The Brown Bunny). Tetro è uno scrittore che torna a Buenos Aires in fuga da una storia familiare difficile e da un padre-padrone, il famoso direttore d’orchestra Carlo Tetrocini, interpretato da Klaus Maria Brandauer (Mephisto, La mia Africa).


NOTE DI REGIA
Fin da piccolo, ho sempre voluto scrivere storie. All’inizio, sognavo di diventare commediografo, e a 17 anni ho vinto una borsa di studio in drammaturgia e mi sono laureato in Teatro alla Hofstra University di New York. Ma credo che a quell’età il senso critico sia più sviluppato della creatività, e ero convinto di non avere alcun talento. Sono diventato il “tecnico” dei nostri spettacoli universitari, e mentre lavoravo arrampicato sulle impalcature delle luci, guardavo il regista che dirigeva gli attori e pensavo: “Questo potrei farlo.” Il passaggio alla regia è stato un successo e all’improvviso mi sono ritrovato a essere il regista più ricercato della Hofstra. Ma quel successo non mi consolava del mio fallimento come scrittore. Più tardi, dopo aver visto il film muto di Sergei Eisenstein Ottobre, ho cambiato nuovamente indirizzo e mi sono iscritto alla facoltà di cinema della UCLA, dove ho cominciato la specializzazione.

A un certo punto, ho scoperto che gli anni passati a lavorare su soggetti, commedie e sceneggiature cominciavano a dare i loro frutti ed ero migliorato. Almeno un po’. Questo e la mia esperienza in campo teatrale mi davano un vantaggio su alcuni degli studenti. Alla fine, a 27 anni, quando ho vinto un premio per la mia sceneggiatura “Pilma”, ho cominciato a sentirmi un vero scrittore, e ho capito quale sarebbe stata la mia strada. Intorno ai 30 anni ho scritto sceneggiature come L’UOMO DELLA PIOGGIA e LA CONVERSAZIONE, basate in qualche modo su esperienze che avevo avuto o di cui ero stato testimone, e sognavo di diventare regista-sceneggiatore come alcuni dei grandi autori che ammiravo: LA DOLCE VITA di Federico Fellini era uscito nel 1960, e poi c’era il fascino misterioso dei film di Antonioni.

Io volevo seguire le loro orme, e scrivere sceneggiature originali. Era così che immaginavo la mia vita: inventare storie, scrivere sceneggiature e poi dirigerle. In particolare, volevo scrivere un film drammatico che somigliasse a quelli che avevo amato da ragazzo, qualcosa di intenso e personale, sul genere di FRONTE DEL PORTO di Elia Kazan, o di una qualsiasi delle opere di Tennessee Williams. IL PADRINO ha cambiato tutto, perché senza neppure rendermene conto sono diventato più famoso di quanto avrei mai immaginato. E sì, scrivevo film e li dirigevo (e producevo), ma non era esattamente quello che avevo in mente. Io volevo scrivere sceneggiature “originali”.

Invecchiando, non so se sono cambiato io o l’industria cinematografica, ma ho cominciato a non essere più così sicuro di voler fare cinema, e per diversi anni non ho più girato film. Certo, mi rendevo conto che il cinema dev’essere intrattenimento, come anche il teatro, ma ero disgustato dai film tutti uguali, dalla mancanza di coraggio e inventiva, e dalla sconvolgente successione di sequel e remake di vecchi film, fumetti e perfino programmi televisivi. Succedeva la stessa cosa nell’editoria: sembrava quasi che non esistessero nuovi romanzi, solo “bestseller”.

Chiaramente, le cose erano cambiate e io non riuscivo proprio a trovare un mio spazio. Né avevo idea di come avrei finanziato e distribuito il genere di film che volevo fare, ammesso che avessi avuto le risorse necessarie per continuare a scrivere. Alla fine ho deciso che UN’ALTRA GIOVINEZZA, un film più personale ma tratto da un racconto pre-esistente, poteva essere il modo giusto per rientrare in pista. Sapevo che quell’esperienza mi avrebbe preparato a scrivere un soggetto originale e a produrre un film con lo stesso stile e lo stesso budget.

Avevo già un frammento dell’idea che poi sarebbe diventata SEGRETI DI FAMIGLIA. Erano solo un paio di pagine di appunti che avevo buttato giù molto tempo fa. Parlavano di un ragazzo che cerca il fratello maggiore che se n’era andato di casa giurando di non tornarci mai più. Volevo ambientare il film in una città straniera, e ho scelto Buenos Aires perché pensavo che mi sarebbe piaciuto vivere e lavorare lì. Mi piacevano la musica, la cucina e la cultura. Così ho preso questo frammento di storia, l’ho ambientata in Argentina, e ho cominciato a scrivere la sceneggiatura mentre stavamo ancora montando UN’ALTRA GIOVINEZZA. Finito il montaggio, ero già pronto per girare un nuovo film.

Abbiamo iniziato le riprese il 28 marzo, e siamo andati avanti per circa 13 settimane, con un cast e una troupe prevalentemente argentini. C’erano due attori americani, Vincent Gallo e Alden Ehrenreich, due brave attrici spagnole, Maribel Verdú e Carmen Maura, un’attrice italiana, Francesca De Sapio, e il noto attore austriaco Klaus Maria Brandauer, ma tutti gli altri attori erano argentini. Con la troupe non ho avuto problemi perché tutti parlavano inglese, oppure italiano o spagnolo. Il linguaggio del cinema e del teatro è universale, è un linguaggio che tutti conoscono e che trascende la nostra lingua d’origine. All’inizio, molti dei ruoli che avevo scritto per gli attori argentini erano ruoli minori, ma quegli attori erano talmente fantastici che ho ampliato le loro parti.
Ho voluto con me la stessa squadra con cui avevo girato UN’ALTRA GIOVINEZZA: il giovane direttore della fotografia Mihai Malamaire Jr, il compositore argentino Osvaldo Golijov, il montatore Walter Murch e i produttori esecutivi Anahid Nazarian e Fred Roos.

Una sceneggiatura contiene sempre sputi tratti dalla tua vita personale, e lavorando al film arrivi a comprenderli meglio, anche se non è detto che trovi tutte le risposte.
In SEGRETI DI FAMIGLIA il tema principale è la rivalità tra gli uomini di una famiglia di artisti – il padre, i fratelli, gli zii e i nipoti - che cercano tutti, ognuno a modo suo, di esprimere talenti e personalità. Il fatto che la rivalità esista all’interno di una famiglia, tra persone che si vogliono bene, rende la vicenda più complessa e drammatica.

Anche se la storia di SEGRETI DI FAMIGLIA non è esplicitamente autobiografica, ognuno dei personaggi incarna una parte di me. Ho scritto una storia di fantasia che però pesca nei ricordi della mia famiglia, ma anche nei film e nelle commedie che ammiravo quando ero uno studente di teatro e un aspirante commediografo. Come nella tradizione drammaturgica di La dolce ala della giovinezza e La gatta sul tetto che scotta di Tennessee Williams, o persino di Desiderio sotto gli olmi di Eugene O’Neill, la figura paterna di SEGRETI DI FAMIGLIA è, in un certo senso, quella di un padre “biblico”, crudele e autoritario, uno che alla fine dovrò essere distrutto perché i figli possano sopravvivere. Sin dalle origini, e persino nel regno animale, siamo tutti stati in concorrenza con gli uomini più potenti della famiglia. Mio padre non era affatto così, era gentile e ammirevole, ma essendo anche brillante e in qualche modo vanitoso, sarebbe bastato poco perché si trasformasse in un mostro.

Dal primo momento in cui ho concepito questo film, me lo sono immaginato in bianco e nero. Via via che la storia prendeva forma, ho deciso di girare a colori le scene ambientate nel passato. Ho fatto questa scelta perché ormai il bianco e nero si vede raramente al cinema, mentre io trovo che ci sia qualcosa di unico nelle immagini in bianco e nero - certamente la luce. Ricordo i film di Akira Kurosawa nel bianco e nero del Cinemascope, e poi i film di Elia Kazan e Robert Bresson. Nella mia mente ho sempre associato il bianco e nero a un certo tipo di dramma poetico.

Anche se i temi di questo film traggono ispirazione dalla storia della mia famiglia, sono convinto che rivestano un interesse più generale, perché rivalità di questo tipo esistono in ogni famiglia. D’altra parte, ho sempre pensato che se devi affrontare l’immensa fatica di girare un film, quel film dovrebbe almeno rispecchiare i tuoi pensieri e le tue emozioni, che sono quello che più ti rappresenta.
Francis Ford Coppola


FONTI DI ISPIRAZIONE PER IL FILM
TETRO
Anche se quello interpretato da Vincent Gallo è un personaggio interamente di fantasia, Coppola e i suoi collaboratori si sono ispirati a diversi scrittori famosi per definirne la personalità e l’immagine. Cecilia Monti, la costumista del film, si era fatta una sua idea: “Tetro è un uomo creativo, un poeta, ma è afflitto da un dolore che non gli consente di esprimersi, e che lo ha costretto a un lungo ricovero psichiatrico. Per quanto riguarda l’aspetto fisico, ci abbiamo pensato a lungo a come rappresentarlo. Abbiamo studiato la vita di molti artisti e siamo rimasti colpiti soprattutto dal volto di Antonin Artaud. Come Artaud, Vincent ha la carnagione chiarissima, occhi chiari e lineamenti marcati. Gli abbiamo rasato barba e baffi e scurito i capelli, a cui abbiamo cercato di dare più volume e un effetto spettinato che lo rendeva più interessante e intenso”.
Considerato uno dei “poeti maledetti” del ventesimo secolo, Antonin Artaud (Francia, 1896-1948) è stato poeta e drammaturgo. Ha cercato di creare una forma di arte totale, che lo ha portato a gettare le basi di quello che ha chiamato “il teatro della crudeltà”. La sua filosofia anti-borghese lo ha spinto a rompere con le convenzioni tradizionali, nella vita e nell’arte. Da un puto di vista teorico, le sue opere hanno influenzato lo sviluppo del teatro sperimentale.

BENNIE
Quando Francis Ford Coppola ha incontrato per la prima volta Alden Ehrenreich, gli ha subito assegnato un primo compito: interpretare un monologo dal Giovane Holden – in particolare, il frammento in cui Holden Caulfield, il protagonista, parla del fratello morto.

In seguito, Holden è diventato il riferimento ideale per interpretare certi aspetti della personalità di Bennie. "Quando ho parlato con Francis la prima volta, mi ha detto che leggendo Il giovane Holden si capisce come funziona la mente di un adolescente” racconta Ehrenreich. “E’ una storia di formazione anche quella del mio personaggio. Così, abbiamo parlato delle analogie e soprattutto delle differenze tra Holden e Bennie, e anche di come questi due personaggi siano diversi da me. Volevamo che il personaggio di Bennie contenesse tutte queste cose”.

“Bennie è un ragazzo pieno di fiducia, di romanticismo e di alti ideali. Vede il fratello poeta come una figura romantica. Ma quando arriva a Buenos Aires e lo rivede dopo tanti anni, fatica a riconoscere in quell’uomo il fratello che aveva immaginato. E questo è un problema che riaffiora sempre, nel loro rapporto.”
All’inizio del film, Bennie viene protetto da tutti, soprattutto da Tetro, che a quanto pare non vuole rivelare al fratello la verità sulla loro famiglia. L’inevitabile passaggio dall’innocenza alla maturità si riflette anche nell’aspetto fisico del personaggio: “Bennie cambia stile di abbigliamento quando entra nell’orbita di Tetro, conosce Miranda e comincia a passare il suo tempo con i loro amici artisti.
Sviluppa una personalità che è quasi forte come quella del fratello” spiega la costumista, Cecilia Monti. “All’inizio, ho usato colori accesi per Bennie e colori scuri per Tetro. Ma via via che la storia va avanti, Bennie comincia ad assomigliare sempre di più a Tetro, e i loro stili si mescolano gradualmente. E’ un modo per rappresentare il cambiamento che avviene in Bennie.”

ALONE
“Per il personaggio del critico letterario mi sono ispirato a un critico realmente esistito in Cile, che scriveva con lo pseudonimo di ‘Alone’” ha dichiarato Coppola.
“Ho anche letto un romanzo di Robert Bolaño intitolato Notturno cileno, in cui si parla di questo personaggio che però si fa chiamare ‘Addio’. Ho fatto qualche ricerca sulla vita di Alone e ho creato il personaggio.”

Hernán Díaz Arrieta (1891-1984) – meglio noto in Cile, suo paese d’origine, con lo pseudonimo di Alone – ha dominato il mondo letterario cileno per oltre mezzo secolo grazie al suo modo molto personale e in qualche modo elitario di accostarsi alle opere letterarie. Il suo potere e la sua influenza erano talmente grandi che certi libri vendevano a seconda che li avesse elogiati o criticati. Scriveva con un suo stile personale ed elegante, e soprattutto difendeva la qualità della scrittura. Nei suoi articoli segnalava nuovi autori di talento e stroncava quelli che secondo lui non meritavano la fama di cui godevano. ‘Addio’, il principe delle lettere protagonista del romanzo Notturno cileno dello scrittore Robert Bolaño (Santiago del Cile, 1953 – Barcellona 2003),si ispira la figura di Hernán Díaz Arrieta, anche se Bolaño dà una descrizione molto libera del personaggio.

Inizialmente il ruolo di Carmen Maura si ispirava a una figura maschile, dunque, ma poi, al momento di dare un volto al personaggio, Coppola ha scoperto la scrittrice, editrice e intellettuale argentina Victoria Ocampo (1890-1979), che lo ha folgorato. “Victoria Ocampo era una scrittrice importante, amica di molti artisti d’avanguardia locali e internazionali, che accoglieva nella sua bellissima villa in campagna. Adorava andare a teatro e indossava sempre occhiali molto particolari” spiega Coppola. “Mi sono ispirato liberamente a lei per dare una fisionomia al personaggio di Alone. Anche se quella del mio film non è la Ocampo - che tra l’altro è vissuta in tempi diversi - volevo che fosse una donna di grande intelligenza e influenza letteraria, come’è stata lei.”

Pioniera del femminismo in America Latina, Victoria Ocampo è stata la fondatrice della rivista Sur, attraverso cui promuoveva e incoraggiava scambi intellettuali tra l’Europa e l’Argentina. La sua residenza di San Isidro (nota come Villa Ocampo) è stata un punto di riferimento per molti dei più autorevoli pensatori e scrittori del ventesimo secolo: Graham Greene, Albert Camus, André Malraux, Aldous Huxley, Le Corbusier, Octavio Paz, Gabriela Mistral, Tagore, Igor Stravinsky, José Ortega y Gasset, Pablo Neruda, Maurice Ravel, Walter Gropius, Jorge Luis Borges e molti altri sono stati ospiti a Villa Ocampo, dove hanno elaborato alcune delle loro idee e opere più importanti.


COREOGRAFIA
Tetro contiene un elemento inedito, rispetto agli altri lavori della ricca filmografia di Francis Ford Coppola: l’introduzione di un balletto. Nel film, infatti, una delle opere scritte da Tetro viene rappresentata nella forma di un balletto, creato da una delle più grandi coreografe argentine, Ana Maria Stekelman.

Coppola ha chiesto alla Stekelman di vedere due film di Michael Powell e Emeric Pressburger, Scarpette rosse e la favola di Coppelia nei Racconti di Hoffman, prima di creare la coreografia. Questi registi credevano in una sorta di “cinema totale” che abbracciasse molte arti visuali insieme, e hanno inserito la danza nello spettacolo cinematografico, facendone a volte l’elemento principale. In linea con questa idea del cinema come incontro di diverse forme d’arte, e per ottenere un’atmosfera surreale e quasi onirica, Powell aveva affidato le scenografie di Scarpette rosse (1948) a un pittore.

Con I racconti di Hoffmann - un adattamento dell’opera di Offenbach, sullo scrittore E.T.A. Hoffmann e le sue opere - Powell e Pressburger sono tornati alla forma del balletto utilizzando tonalità di colore diverse in ogni favola per creare atmosfere altrettanto diverse. Nella favola Coppelia, il dottor Coppelius, un misterioso inventore, possiede una bambola a grandezza naturale. La bambola è così reale che Franz, un abitante del villaggio, se ne innamora e abbandona Swanilde, la donna che ama. Ma Swanilde rivelerà al fidanzato la sua follia, vestendosi come la bambola e fingendo di farle prendere vita.

“Quando ho letto la sceneggiatura la prima volta” racconta la Stekelman, “ho isolato un pezzetto della sua essenza: i conflitti interiori e le tensioni della famiglia di Tetro. Poi, Francis ed io abbiamo guardato insieme i due film di Powell e Pressburger, e sono riuscita a individuare alcune analogie tra i personaggi di Scarpette rosse e alcuni dei personaggi di Segreti di famiglia - Carlo Tetrocini, Tetro, Naomi e la madre di Bennie. C’erano somiglianze anche tra l’aspetto e la gestualità di Naomi e il personaggio di Swanilde in Coppelia”.


LE RIPRESE IN ARGENTINA
Coppola è stato in Argentina per la prima volta nel 1998, quando ha accompagnato sua figlia Sofia al Festival Internazionale del Cinema di Buenos Aires (BAFICI), per la presentazione del suo cortometraggio Lick the Star. E si è subito innamorato della città. Con la sua architettura e la sua struttura urbanistica sembrava una grande città europea ricollocata in Sudamerica, ma con i suoi tratti assolutamente unici: il leggendario tango, i famosi gauchos delle pampas, e la cucina squisita. “A un italo-americano come me sembrava un posto esotico e familiare insieme” ha dichiaro il regista. “L’Argentina è stata molto influenzata dagli italiani, che sono arrivati ai primi del Novecento. E poi, conoscevo la tradizione del teatro e della danza argentini. Sembrava proprio un posto dove mi sarebbe piaciuto passare un paio d’anni.”

La troupe era interamente argentina, e il cast misto comprendeva alcuni attori di cinema, teatro e televisione molto popolari in Argentina. Rodrigo de la Serna, Leticia Brédice, Mike Amigorena e Sofia Gala avevano già una vasta esperienza nel mondo dello spettacolo del loro paese, e le due attrici spagnole Maribel Verdú e Carmen Maura avevano già lavorato diverse volte a Buenos Aires, in altri film.
“Le città ti influenzano attraverso le persone che incontri, e questa città mi è rimasta nel cuore per le tante amicizie che ho fatto negli ultimi dieci anni” racconta la Verdú. “Mi sento felice e libera, a Buenos Aires. Sorrido sempre quando cammino per le strade. E adoro la cucina. Ho sempre detto che se non vivessi a Madrid, vivrei qui. Qui mi sento a casa.”

Il fatto che Francis Ford Coppola stesse girando un film a Buenos Aires con attori così famosi ha suscitato grande scalpore tra gli abitanti della città e i giornalisti locali, ed è scattata la caccia alle notizie sulla lavorazione del film. La maggior parte delle scene in esterni è stata girata nei luoghi reali. “Tutte le scene sono state arredate con quello che si trova per le strade, nelle case, nei bar” spiega lo scenografo Sebastian Orgambide. “La nostra filosofia era questa: restare il più possibile aderenti alla realtà. Ovunque andassimo, immaginavamo cosa avrebbero fatto i nostri personaggi in quel contesto, in quei luoghi fisici, se fossero esistiti veramente”. Durante le riprese, il regista è intervenuto il meno possibile sullo spazio in cui si svolgeva l’azione. Nelle riprese per la strada, per esempio, il flusso del traffico automobilistico è quasi sempre proseguito normalmente. L’attrezzatura per le riprese sul set era sempre tenuta al minimo, per non alterare l’atmosfera delle location. “Mi piace girare nei luoghi reali, perché il film acquista una vitalità diversa. Quando trovo una location, mi piace studiare l’atmosfera che c’è e capire come posso usarla. Ecco perché mi ha fatto piacere che questo film fosse ambientato ai giorni nostri” osserva Coppola.

In una città grande come Buenos Aires, il regista voleva trovare un quartiere dove far vivere i suoi personaggi. E ha scelto La Boca. Tra i tanti quartieri di Buenos Aires, La Boca ha una sua personalità originale, grazie soprattutto ai suoi colori accesi e al suo stile architettonico assolutamente unico. Situato al confine sudorientale della città, alla fine dell’800 il quartiere di La Boca ha accolto un gran numero di immigranti, principalmente italiani provenienti da Genova. Qui sono nati molti artisti famosi – cantanti, musicisti, poeti e pittori - che hanno reso famoso il quartiere. La Boca è anche il luogo dove molti grandi pittori e scultori hanno deciso di vivere, lavorare e aprire i loro studi, trasformando il quartiere in un polo di attrazione per tutti quelli che sono interessati all’arte e al paesaggio urbano.

Si può ancora passeggiare per le strade fra le case che erano il prototipo dell’edilizia popolare per le famiglie di immigrati: case fatte di legno e lamiera ondulata, dipinte con colori accesi e costruite su alte fondamenta per via delle frequenti inondazioni. Con gli avanzi dei colori utilizzati per le loro barche, gli immigrati dipingevano pareti e infissi di tanti colori diversi, che cambiavano ogni volta che una scorta si esauriva. Ancora oggi, queste case sono le immagini più rappresentative di La Boca.

Il cuore del quartiere è Caminito, un museo all’aria aperta e un’isola pedonale di grande interesse artistico e culturale. Lunga solo 100 metri, la strada si apre tra due file di finestre e balconi colorati e fioriti, con i fili dei panni stesi. Le pareti della case sono dipinte di vari colori sgargianti e abbellite da murales e ceramiche.
Lungo il breve percorso si incontrano mimi, pittori, baristi, musicisti e ballerini di tango. La strada è un’esplosione di colori, suoni e ritmi, ed è anche il luogo più caratteristico e leggendario del quartiere.

La prima scena del film si svolge a pochi passi da Caminito. Durante le riprese, i turisti restavano stupefatti trovandosi di fronte Francis Ford Coppola, in carne e ossa, che girava un film. Molti andavano a salutarlo, mentre altri se ne stavano in disparte a guardare, scattando foto con le loro camere digitali o il cellulare. Dopo un po’, gli abitanti del quartiere si sono abituati a vedere il regista e la troupe in giro per le strade, a tutte le ore del giorno. A un certo punto, durante una fredda notte di aprile, alcuni ragazzi hanno regalato a Coppola una sciarpa blu e gialla, i colori del Boca Juniors, la più famosa squadra di calcio argentina, che ha preso il nome proprio dal quartiere in cui è nata. Per ringraziarli, Coppola si è tolto il berretto e si è messo la sciarpa che ha tenuto al collo per tutta la sera. Una bella foto ricordo per qualsiasi appassionato di calcio o del quartiere.

Un’altra zona scelta per le riprese è stata San Telmo, il quartiere più antico di Buenos Aires. Con le sue grandi case coloniali e le sue strade lastricate di ciottoli, San Telmo è un’area storica che ha conservato la sua atmosfera coloniale, con le case a un piano alternate a edifici moderni. Ai lati delle strade numerosi caffè riflettono il classico stile architettonico di Buenos Aires, con le loro pareti bianche, i tetti rossi e le verande aperte.
Gli appartamenti, i musei, le botteghe, i caffé e i mercati, insieme ai suoi edifici storici, hanno trasformato San Telmo in uno dei quartieri più visitati della città, oltre che meglio conservati, e un popolare luogo di ritrovo di artisti.

Una scena importante del film è quella del diciottesimo compleanno di Bennie. E’ un momento speciale per il giovane, che ha intorno a sé il fratello e i suoi nuovi amici – la “nuova famiglia” che cambierà la sua vita per sempre. L’ambientazione scelta per questa occasione è uno dei locali storici di Buenos Aires: il Café Tortoni, il più antico della città. Fondato nel 1858, il caffé ha preso il nome da un elegante caffé del Boulevard des Italiens a Parigi, luogo di ritrovo degli intellettuali parigini nell’800. Il Café Tortoni si è trasferito nel luogo dove si trova attualmente nel 1880, ed è ancora arredato con il mobilio dell’epoca, compresi i tavolini in marmo e le sedie di legno di quercia rivestite in pelle.

Anche l’attore Alden Ehrenreich (BENNIE) ha visto in Buenos Aires un riflesso di molte città europee. “E’ europea per la grande aria di vitalità culturale e artistica che si respira per le sue strade e nei suoi caffè all’aperto, sempre molto animati.
Ma senza quell’aura aristocratica di alcune città europee, che intimidisce. La gente ha una mentalità molto diversa da quella di noi americani, ed è stato fantastico, per me, vedere le cose da una nuova prospettiva. Girare il film con attori e tecnici argentini ha reso questa esperienza ancora più straordinaria”.

Per girare la scena del funerale di Carlo Tetrocini, la produzione cercava un grande teatro di posa, preferibilmente uno spazio in grado di ospitare spettacoli di opera lirica o musica sinfonica. Coppola e i suoi collaboratori hanno scelto il Teatro Nacional Cervantes. L’imponente facciata dell’edificio è un’accurata riproduzione della Università di Alcalá de Henares, in Spagna, con colonne in stile rinascimentale. Il Teatro Nacional Cervantes è stato inaugurato nel 1921 e dichiarato monumento storico nazionale nel 1995.

Le riprese all’interno del Palacio San Souci sono durate otto giorni. Situato alla periferia di Buenos Aires, questo edificio in stile neoclassico, ispirato all’architettura di Versailles, è stato costruito dall’architetto francese René Sergent per la famiglia Alvear, e inaugurato nel 1918. Nel film, rappresenta la villa di Alone, il personaggio interpretato da Carmen Maura - una donna molto ricca, mecenate di scrittori e artisti. In una delle sue bellissime sale (quella “Imperiale”), la troupe ha girato le scene del Festival della Patagonia, che riuniva vere celebrità provenientii da discipline artistiche diverse.

Uno degli aspetti più curiosi delle scene girate all’interno del Palacio Sans Souci è che la produzione ha impiegato grandi personalità del mondo culturale e artistico argentino come comparse: pittori, giornalisti, attori, modelli, registi televisivi e imprenditori famosi non hanno voluto perdere l’occasione di conoscere Coppola di persona e apparire in uno dei suoi film. L’idea era questa, come racconta la diretrice di produzione Adriana Rotaru: vedendo “recitare” questi personaggi realmente famosi, il pubblico avrebbe percepito immediatamente l’alone di “celebrità”, sia nei loro gesti che nel loro modo di parlare. I costumisti, i truccatori e i parrucchieri della produzione non hanno dovuto curare il look di questi “personaggi”, già abituati a vestirsi per le serate di gala. Mentre sfilavano sul tappeto rosso accanto ai veri attori, incalzati dai paparazzi (interpretati da figuranti) e dalle domande urlate dai giornalisti (figuranti anche loro), rispondevano sempre con la stessa naturalezza, perfettamente a loro agio.
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