Salvo di Fabio Grassadonia, Antonio Piazza

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locandina Salvo
 
Regista: Fabio Grassadonia, Antonio Piazza
Titolo originale: Salvo
Durata: 104'
Genere: Drammatico
Nazione: Italia
Rapporto:

Anno: 2013
Uscita prevista: 27 Giugno 2013 (cinema)

Attori: Saleh Bakri, Sara Serraiocco, Luigi Lo Cascio, Giuditta Perriera, Mario Pupella, Redouane Behache, Jacopo Menicagli
Sceneggiatura: Antonio Piazza, Fabio Grassadonia

Trama, Giudizi ed Opinioni per Salvo (clic qui)...In questa pagina non c'è nemmeno la trama per non fare spoiler in nessun caso.
 
Fotografia: Daniele Ciprì
Montaggio: Desideria Rayner
Scenografia: Marco Dentici
Costumi: Mariano Tufano

Produttore: Massimo Cristaldi,Fabrizio Mosca,Antonio Piazza
Produzione: Acaba Produzioni, Cristaldi Pictures
Distribuzione: Good Films

La recensione di Dr. Film. di Salvo
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Colonna sonora / Soundtrack di Salvo
Potrebbe essere disponibile sotto, nei dati aggiuntivi (clic qui).

Informazioni e curiosità su Salvo

Girato con il contributo del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, della Film Commission Regione Sicilia; del Torino Film Lab; Con il supporto di Eurimages / Media Programme.

Note dalla produzione:
NOTE DI REGIA
Durante un omicidio un killer di mafia dona la vista alla sorella cieca della sua vittima. Un miracolo, in un mondo dove i miracoli non accadono.
È ancora possibile?
Questa è la domanda da cui siamo partiti per dare senso alla storia di Salvo.
Entrambi siamo palermitani ed è stato naturale scegliere Palermo come mondo nel quale ambientare la storia.

Palermo è un mondo dove la libertà è pericolosa. Un mondo che ha bisogno di un tiranno, un oppressore, cosa inaccettabile ma in un certo senso comprensibile. Più misteriosamente c’è però una maggioranza che desidera essere oppressa, che ha bisogno di vivere in un perpetuo “stato di eccezione”, dove violenza e sopraffazione sono le uniche leggi. Uno stato in cui un vero libero incontro fra due esseri umani è inconcepibile.
L’incontro tra i due protagonisti provoca una frattura pericolosa, una sospensione di questo stato d’eccezione: la possibilità della libertà.
Questo il miracolo di cui un mondo siffatto avrebbe più bisogno e ha più timore.

Come dare forma alla storia di Salvo?
Per evitare le secche e i rischi di un cinema troppo concettuale, abbiamo articolato la storia all’interno della forma drammaturgica classica, giocando con alcuni generi riconoscibili: con il noir prima di tutto; con la storia d’amore; con la commedia nera, attraverso la coppia di piccolo borghesi, complici della latitanza del protagonista, guardiani e carcerieri del loro mondo angusto e grottesco; infine, aiutati dai paesaggi epici e desertici dell’entroterra siciliano, anche con il western all’italiana. Con cura abbiamo evitato, di certa fiction che la Sicilia e la tematica mafiosa utilizzano, le semplificazioni, gli stilemi, la ripetizione dei soliti stereotipi che generano ambigue mitologie e cloroformizzano le cose e la realtà.

Il tentativo è stato quello di “scloroformizzare" le cose e la realtà. Senso e forma del film che nella cecità della protagonista si fondono.
Non solo come segno concreto, tangibile della metafora tematica del film, ma anche come cardine intorno al quale costruire il rapporto fra i personaggi, fra ciò che vedono e non vedono, fra ciò che al pubblico mostriamo e ciò che può solo ascoltare. L’orecchio come parte integrante della visione.
Fabio Grassadonia e Antonio Piazza



CONVERSAZIONE CON GLI AUTORI
LA SELEZIONE ALLA SEMAINE DE LA CRITIQUE DEL FESTIVAL DI CANNES
Che sentimenti e pensieri ha suscitato in voi la notizia della selezione del film alla Semaine de la Critique del Festival di Cannes?
Il sentimento più forte è stato di sollievo. Profondo sollievo. Abbiamo lavorato per anni a questo progetto. In Italia il finanziamento di un’opera prima, soprattutto se non si tratta di una commedia con attori noti in televisione, è diventato quasi una missione impossibile.
Nonostante i riconoscimenti internazionali per la sceneggiatura e il successo del nostro cortometraggio Rita, abbiamo temuto di non farcela. L’inizio riprese di Salvo sembrava sempre dietro l’angolo, ma non arrivava mai. Siamo stati testardi, orgogliosi, disperatamente decisi a fare questo film, confortati dalla fiducia nel copione che avevamo scritto. Ora è un momento di gioia. Il lavoro di tutti coloro che hanno contribuito in vario modo alla realizzazione del film trova infine il suo compimento.

BACKGROUND DEGLI AUTORI
Potete dirci un po’ della vostra formazione e della vostra carriera?
Siamo sceneggiatori e i nostri studi sono stati di natura letteraria, non di stretto ambito cinematografico. Per molti anni abbiamo lavorato come consulenti per alcune case di produzione. Nel 2009 abbiamo diretto il nostro primo cortometraggio e Salvo è il nostro primo lungometraggio da registi. Ancora adesso ci consideriamo soprattutto sceneggiatori e pensiamo entrambi che il successo artistico di un film cominci dal copione.

LAVORARE INSIEME
Perché lavorare insieme? Come vi completate a vicenda?
Lavorare insieme non è una decisione legata a Salvo. Siamo entrambi palermitani e percepiamo la nostra città e il mondo a cui apparteniamo in modo simile, dallo stesso punto di vista. Diversi anni fa cominciammo a scrivere insieme sceneggiature. Dirigere insieme è una conseguenza naturale delle riflessioni e delle esperienze comuni maturate nel tempo, è il culmine di un lungo viaggio.
Difficile dire come e se ci completiamo a vicenda. Di certo le cose migliori mai fatte vengono dalle nostre conversazioni interminabili, dai nostri conflitti. Crediamo nel conflitto come parte essenziale del processo creativo.
C'è voluto tempo e sofferenza per imparare a gestirlo, ma ora siamo in grado di farlo e in modo utile, produttivo. Il conflitto è la chiave principale per esplorare fino all'estremo il potenziale di un'idea, di un tema, di un personaggio, di una situazione drammatica. Naturalmente a volte fa ancora male, ma lasciateci sanguinare…

ORIGINE DEL PROGETTO
Qual è l’origine del progetto? L’idea iniziale? Come l’avete sviluppata narrativamente?
Un miracolo, in un mondo dove i miracoli non accadono, è ancora possibile ? Questa la domanda da cui siamo partiti per dare forma e senso alla storia di Salvo. Entrambi siamo palermitani ed è stato per noi necessario scegliere Palermo come mondo nel quale ambientare la storia.
Palermo è un mondo dove la libertà è pericolosissima. Un mondo che ha bisogno di un tiranno, di un oppressore, cosa inaccettabile ma in un certo senso comprensibile. Più misteriosamente c’è però una maggioranza che desidera essere oppressa, che ha bisogno di vivere in un perpetuo stato d’eccezione, dove violenza e sopraffazione sono le uniche leggi. Uno stato in cui un vero libero incontro fra due esseri umani è inconcepibile.
L’incontro fra i due protagonisti del nostro film provoca una frattura pericolosa, una sospensione di questo stato d’eccezione: la possibilità rischiosissima della libertà. Un momento di grazia inatteso. Questo il miracolo di cui un mondo così fatto avrebbe più bisogno e ha più timore.
Per evitare le secche e i rischi di un cinema troppo concettuale, abbiamo deciso di articolare la storia all’interno della forma drammaturgica classica, partendo da un genere riconoscibile, il noir che progressivamente si arricchisce di sfumature e aperture inusuali per il genere. Come l’incontro fra i due protagonisti disattende le aspettative del mondo di cui fanno parte, così ci è sembrato coerente disattendere le canoniche aspettative del genere.

LA SICILIA
Il film si svolge in Sicilia, terra di mafia. Che importanza ha avuto per voi il fatto di girare in Sicilia, la vostra regione d’origine? O piuttosto cosa lo ha reso necessario?
Quando, dopo più di dieci anni passati a scrivere o a editare storie altrui, abbiamo deciso di lavorare su una nostra storia, è stato naturale e necessario ripartire dalla Sicilia, dal nostro rapporto personale e culturale con la Sicilia, col modo in cui è stata raccontata e di come questo modo si sia progressivamente sclerotizzato in forme e contenuti di maniera, oleografici. La stragrande maggioranza della fiction narrativa, televisiva, cinematografica di tematica mafiosa, utilizza semplificazioni, stilemi, ripetizioni di stereotipi che hanno generato ambigue mitologie e hanno cloroformizzato le cose e la realtà. La nostra urgenza è quella di “scloroformizzare” le cose e la realtà.
Abbiamo girato nei mesi più caldi dell’estate siciliana per evidenziare in maniera palpabile, fisica, la difficoltà, la pesantezza del vivere quotidiano. Volevamo cogliere una particolare atmosfera all’interno della quale immergere i nostri personaggi. Un’atmosfera che non fosse solo pura cornice fotografica. Un’atmosfera pesante, appiccicosa, malata che contribuisce a dar forma alle anime che attraversano la nostra storia.

IL MIRACOLO
Rita è cieca. L’incontro con Salvo rende possibile un miracolo.
Qual è il valore metaforico ?
In un mondo popolato da anime incatenate alla loro quotidiana nonvita, in un mondo che con maggiore o minore dissimulazione indossa la maschera della morte, in un mondo dove un vero libero incontro fra
due esseri umani è inconcepibile, il miracolo non può che essere un puro e semplice incontro: l’incontro fra i due protagonisti che li lega indissolubilmente e che fa germinare in loro il bisogno della libertà, della vita.

IL VISIBILE E L’INVISIBILE
Il rapporto tra questi due personaggi si traduce in un rapporto tra il visibile e l’invisibile. Il suono entra allora in gioco. L’orecchio è parte integrante della visione e della comprensione di questa storia che ha per coprotagonista Rita, una ragazza, almeno inizialmente, cieca.
Come mettere in scena il punto di vista di una ragazza che non vede? Di una ragazza che può sottrarsi allo sguardo altrui, o s’illude di riuscirci, solo rintanandosi dentro casa? Di una ragazza che della propria casa è regina e allo stesso tempo prigioniera?
Il tipo di inquadratura scelta all’inizio del film per raccontare ciò che accade dal suo punto di vista ci sembra restituisca il senso profondo di una cecità, quello claustrofobico della vita di Rita e generi quel senso di angoscia che vogliamo il pubblico provi in quella parte di film.
Una ragazza che in un primo momento rifiuta di utilizzare il miracoloso dono della vista e che dopo dovrà imparare a servirsene. I rumori e i suoni hanno quindi un’importanza fondamentale perché sono quelli grazie ai quali Rita si muove nel mondo e dà senso al mondo.
Grazie ai due diversi tipi di cecità, quella morale di Salvo e quella fisica di Rita, alla definizione e all’evoluzione del loro sguardo sul mondo e nella storia, abbiamo provato a suscitare nello spettatore il desiderio sottraendo allo sguardo, per produrre emozione attraverso una sorta di resistenza all’emozione, mai enfatizzandola.
Fondamentale la canzone che Rita ascolta quando Salvo entra per la prima volta in casa sua e che Salvo farà risuonare prima del finale per legare indissolubilmente Rita a sé. Per le ragioni e le scelte di messa in scena fatte, abbiamo quindi scelto di non utilizzare nessuna chiosa sonora esterna, nessuna musica di commento, di sostegno, di rinforzo.

RITA
Il vostro cortometraggio, Rita, è centrato su una ragazzina cieca.
Esiste un legame tra questi due film e i due personaggi ?
Il cortometraggio è stato realizzato quando la sceneggiatura di Salvo esisteva già. Due storie diverse con alcuni elementi chiave in comune: una ragazza cieca chiamata Rita, Palermo, uno sconosciuto che entra furtivamente in casa di Rita come snodo narrativo. La realizzazione del corto ha avuto una forte influenza sulla nostra idea del personaggio di Rita anche nella storia di Salvo e soprattutto sul modo in cui mettiamo in scena la sua cecità. Prima del cortometraggio ci eravamo posti alcune domande cruciali: come mettere in scena il punto di vista di una persona non vedente? Come indurre nello spettatore una piccola esperienza di cecità? Nel corto la macchina da presa si concentra su Rita, senza controcampi su ciò che le sta di fronte. Rita è sotto gli occhi di tutti, lo sguardo degli altri agisce anche come elemento di controllo, forma di sorveglianza. Non possiamo vedere ciò che Rita ha davanti a lei, perché lei stessa non può. Quest’esperienza è stata poi utilizzata anche nel nostro lavoro in Salvo.

SALVO
Salvo è interpretato da un attore palestinese. Perchè questa scelta ?
Abbiamo scoperto Saleh Bakri grazie a Il tempo che ci rimane, il film diretto Elia Suleiman, presentato a Cannes nel 2009. Il personaggio interpretato da Saleh in quel film, come il nostro Salvo, parla pochissimo, eppure rivela un’umanità profonda e tormentata. La sua prova d’attore ci piacque talmente che già mentre lasciavamo il cinema sognavamo di averlo come Salvo. In seguito scoprimmo che Fabrizio Mosca, il produttore italiano del film con Massimo Cristaldi, già conosceva Saleh e lo aveva incontrato grazie al padre, il famoso attore palestinese Mohammad Bakri, noto in Italia per Private di Saverio Costanzo. Una coincidenza fortunata. E fin dal nostro primo incontro in Saleh abbiamo trovato le qualità che cercavamo: purezza, presenza carismatica, intelligenza febbrile, forza e tenerezza.

LE SCELTE FORMALI
La prima parte del film ha il ritmo di un film noir. Ma lentamente l’asse si sposta verso una forma più astratta. E’ una scelta narrativa o formale?
Il film ha un inizio forte, una lunga scena d’azione e d’inseguimento, calata intenzionalmente nel genere pur contenendo alcuni segni di quello che sarà lo sviluppo successivo. Volevamo che lo spettatore entrasse nel film incalzato dalla successione di scene che vanno dall’attentato iniziale subito dal protagonista e dal suo boss fino alla lunga sequenza girata all’interno di casa di Rita, dove conflagrano alcuni elementi chiave della nostra narrazione. Lì avviene qualcosa di straordinario, che sconvolge la vita dei due protagonisti. E anche la storia e la sua resa cinematografica sterzano bruscamente verso un’altra direzione. Credevamo di essere dentro una storia e invece ci ritroviamo d’improvviso in un’altra storia che nasce dalla prima, da spettatori letteralmente precipitiamo in questa nuova storia, come vi precipitano Salvo e Rita, costretti a conoscersi e ad avere a che fare l’uno con l’altra.

SVILUPPO DEL PROGETTO
Come vi siete mossi per sviluppare il film dalla fase di scrittura del progetto alla finalizzazione ?
La decisione chiave è stata quella iniziale, di non limitarci all’orizzonte italiano, cosa che poi ha aiutato i due produttori Massimo Cristaldi e Fabrizio Mosca a costruire la co-produzione con la Francia, assicurarsi 11 diverse fonti di finanziamento e iniziare le riprese del film malgrado l’apporto delle tradizionali fonti di finanziamento italiane fosse esiguo o mancante.
Fin da quando avevamo in mano solo il primo abbozzo di storia, abbiamo deciso di sviluppare il progetto in alcuni laboratori europei, per confrontarci con un contesto culturale più ampio e libero di quello italiano: Berlinale Talent Campus, Ateliers d’Angers, Binger Film Lab, Torino FilmLab. Quest’ultima esperienza ha segnato una tappa fondamentale per la vita artistica e produttiva del progetto. Al Torino FilmLab abbiamo lavorato con Franz Rodenkirchen, lo story editor che con grande sensibilità ci ha accompagnato nello sviluppo del copione. Sempre al Torino FilmLab abbiamo ricevuto il primo significativo premio in danaro per la produzione del film e abbiamo incontrato Antoine de Clermont-Tonnere, co-produttore francese del film con Raphaël Berdugo. Il loro apporto e quello di Arte France Cinema si sono rivelati cruciali.

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