Regista: Ogawa Kazuya
Titolo originale: Pink Subaru
Durata: 96'
Genere: Commedia
Nazione: Giappone, Italia, Israele
Rapporto:
Anno: 2009
Uscita prevista: 02 Settembre 2011 (cinema)
Attori: Nidal Badarneh, Nahd Bashir, Adib Jahshan, Nozomi Kawata, Akram Khoury, Mantarô Koichi, Salwa Nakkara, Merav Sheffer, Raquel Shore, Akram Tillawi
Soggetto: Akram Telawe,Kazuya Ogawa,Giuliana Mettini
Sceneggiatura: Akram Telawe, Kazuya Ogawa, Giuliana Mettini
Trama, Giudizi ed Opinioni per Pink Subaru (clic qui)...In questa pagina non c'è nemmeno la trama per non fare spoiler in nessun caso.
Titolo originale: Pink Subaru
Durata: 96'
Genere: Commedia
Nazione: Giappone, Italia, Israele
Rapporto:
Anno: 2009
Uscita prevista: 02 Settembre 2011 (cinema)
Attori: Nidal Badarneh, Nahd Bashir, Adib Jahshan, Nozomi Kawata, Akram Khoury, Mantarô Koichi, Salwa Nakkara, Merav Sheffer, Raquel Shore, Akram Tillawi
Soggetto: Akram Telawe,Kazuya Ogawa,Giuliana Mettini
Sceneggiatura: Akram Telawe, Kazuya Ogawa, Giuliana Mettini
Trama, Giudizi ed Opinioni per Pink Subaru (clic qui)...In questa pagina non c'è nemmeno la trama per non fare spoiler in nessun caso.
Fotografia: Hiroo Yanagida
Montaggio: Kazuya Ogawa
Musiche: Yasunori Matsuda
Produttore: Mario Miyakawa
Produttore esecutivo: Zenjiro Miyakawa,Hideyuki Miyakawa,Antonio Miyakawa,Teppei Takanabe
Produzione: Compact
Distribuzione: Iris Film
Montaggio: Kazuya Ogawa
Musiche: Yasunori Matsuda
Produttore: Mario Miyakawa
Produttore esecutivo: Zenjiro Miyakawa,Hideyuki Miyakawa,Antonio Miyakawa,Teppei Takanabe
Produzione: Compact
Distribuzione: Iris Film
La recensione di Dr. Film. di Pink Subaru
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Colonna sonora / Soundtrack di Pink Subaru
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Informazioni e curiosità su Pink Subaru
Girato in Israele e Palestina.Note dalla produzione:
Presentazione
Pink Subaru è un'opera prima. Il soggetto originale è di Akram Telawe, un arabo israeliano, regista teatrale alla sua prima esperienza cinematografica, e di Ogawa Kazuya, giovane videomaker giapponese che vive in Italia e che di questo film è il regista, anche lui al suo primo lungometraggio. La singolare unione di due formazioni e culture così diverse ha dato vita a un fortunato e originale connubio di esperienza e freschezza, mestiere e invenzione, trasmettendo all'opera un sapore insolito e una ricchezza notevole. Il Giappone è anche presente nel racconto vero e proprio: il protagonista, arabo israeliano e interpretato dallo stesso Telawe, lavora a Tel Aviv in un sushi bar, e l'inaspettato accostamento della cultura giapponese con quella israeliana e più specificamente araba dà luogo a interessanti considerazioni, oltre che all'immediato e inevitabile spunto comico.
La sceneggiatura originale è stata scritta contemporaneamente in italiano, arabo ed ebraico dagli stessi Telawe e Ogawa, ed è stata rivista e riscritta in inglese da Jeremy Pikser, sceneggiatore americano candidato all'Oscar e al Golden Globe per il film "Bulworth" del 1998, vincitore per la stessa sceneggiatura del LA Film Critics Association Award, e professore alla New York University. Le riprese sono state effettuate totalmente in Israele, tra Tayibe (città israeliana a maggioranza di popolazione araba, vicina al confine con la Palestina), i suoi dintorni, Tel Aviv, Tulkarem e il Mar Morto. Cast e crew sono quasi esclusivamente locali, israeliani sia arabi che ebrei, a parte i due attori giapponesi, l'operatore steadycam - nonché DOP-, la focus puller, e il regista del backstage.
Il film è una commedia, e come tale racconta la vita quotidiana e gli avvenimenti di una piccola comunità di amici, familiari, gente comune. Qui sta l'originalità dell'opera, da cui programmaticamente le vicende politiche e ideologiche, e i loro tragici risvolti che lo spettatore, soprattutto occidentale, è abituato ad associare a questi luoghi, sono assolutamente bandite, lasciate sullo sfondo come dato di fatto, ma non protagoniste. Nessuna ingenuità e neanche disimpegno, quindi: semplicemente, la macchina da presa decide di mettere a fuoco altro, anzi, tutto il resto: quello che i telegiornali non inquadrano, fondamentalmente, ma che descrive assai efficacemente la situazione da una prospettiva molto ravvicinata, microscopica rispetto al solito.
Un punto di vista neutrale, o meglio un non-punto di vista, che attraverso il dipanarsi di eventi quotidiani mostra semplici tranches de vie di gente comune, le loro esistenze, tra il lavoro di tutti i giorni, i bambini che devono andare a scuola, un matrimonio da organizzare... e un banale furto di un'auto nuova (una Subaru, anche questa nota interessante -assolutamente inaspettata- di come questa casa giapponese sia l'auto maggiormente presente sul luogo), evento dal quale scaturisce l'azione. La politica, se c'è, affiora dall'autenticità delle situazioni, dove i checkpoint, mai nominati o inquadrati, fanno comunque parte del paesaggio, reale ed emotivo. Un umorismo leggero e immediato, quasi "involontario" e quindi genuino, è la luce che illumina tutto il film, ne addolcisce i momenti più aspri e contribuisce al ritmo dell'azione.
Note di regia
“Durante il mio primo viaggio in Palestina, un giorno mi trovavo al telefono con un amico giapponese, quando all’improvviso ci fu un forte rumore, come di esplosione, che lasciò il mio interlocutore dall’altra parte della cornetta letteralmente scioccato. “Era una bomba? Stai bene?” mi chiedeva, quando in realtà si trattava semplicemente di fuochi d’artificio per un matrimonio, ovvero qualcosa di molto comune in Palestina. Durante il mio soggiorno non mi è mai capitato di sentire delle vere bombe, mentre al contrario ho sentito tantissimi fuochi d’artificio, praticamente ogni giorno. E questa è una delle ragioni per cui mi premeva far sapere al pubblico quanto straordinario, bello e interessante sia questo paese.
Ho soggiornato a Tayibe, una città di arabi israeliani. Lì la gente mi guardava incuriosita, forse perché nessun giapponese era mai stato da quelle parti prima d’ora. Io però vi ho trovato tante connazionali: le automobili giapponesi, soprattutto Subaru. E in quanto giapponese, mi è venuta voglia di raccontare una storia attraverso le nostre auto.
Innanzitutto, ho deciso di non parlare di guerra o politica nel film, e nemmeno di pace, una parola che talvolta viene usata in modo troppo politicizzato.
Ho vissuto a New York, dove coesistono innumerevoli etnie differenti in quello che viene soprannominato “melting pot”. Israele e Palestina hanno in qualche modo la stessa qualità di New York, grazie alla loro storia millenaria di immigrazioni e occupazioni. Il mio intento è quello di esprimere artisticamente questa cultura mista e contaminata, attraverso il punto di vista giapponese di un’automobile giapponese.
Spero che il pubblico percepisca attraverso il film che alla fine siamo – noi esseri umani - tutti uguali, e che la felicità è qualcosa di molto semplice”. [Kazuya Ogawa]
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