Miral di Julian Schnabel

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locandina Miral
 
Regista: Julian Schnabel
Titolo originale: Miral
Durata: 102'
Genere: Drammatico
Nazione: Gran Bretagna, Israele, Francia
Rapporto:

Anno: 2010
Uscita prevista: Venezia 2010,03 Settembre 2010 (cinema)

Attori: Willem Dafoe, Freida Pinto, Alexander Siddig, Hiam Abbass, Omar Metwally, Yasmine Elmasri, Makram Khoury, Jamil Khoury, Shredi Jabarin, Doraid Liddawi, Ruba Blal
Soggetto: Rula Jebreal
Sceneggiatura: Rula Jebreal

Trama, Giudizi ed Opinioni per Miral (clic qui)...In questa pagina non c'è nemmeno la trama per non fare spoiler in nessun caso.
 
Fotografia: Eric Gautier
Montaggio: Juliette Welfling

Produttore: Jon Kilik, Tabrez Noorani, Sebastián Silva
Produttore esecutivo: François-Xavier Decraene
Produzione: Pathé
Distribuzione: Eagle Pictures

La recensione di Dr. Film. di Miral
Ben fatto, un'occasione sfruttata bene di raccontare un pezzetto di Storia di Israele in modo coinvolgente.

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Colonna sonora / Soundtrack di Miral
Potrebbe essere disponibile sotto, nei dati aggiuntivi (clic qui).

Voci / Doppiatori italiani:
Gemma Donati: Miral
Roberta Greganti: Hind Al-husseini
Federica De Bortoli: Nadia
Laura Lenghi: Fatima
Franco Mannella: Jamal
Massimo Bitossi: Hani
Angelo Maggi: Eddie
Ada Maria Serra Zanetti: Bertha Spafford
Laura Amadei: Lisa
Pierluigi Astore: Sceicco Al Sabbah
Bruno Alessandro: Governatore Khatib
Enrico Chirico: Ali
Milvia Bonacini: Samar Hilal
Nadia Perciabosco: Zia Tamam

Informazioni e curiosità su Miral


Note dalla produzione:
“La questione è, possiamo costruire la nostra vita qui, non basandoci sulla forza e il potere, ma sulla solidarietà umana e la comprensione reciproca: c’è chi pensa che possiamo creare un focolare nazionale ebraico in questo territorio, mettendo
fine alle aspirazioni politiche degli arabi, quindi imponendo l’esistenza di un focolare ebraico con atti di violenza per un lungo periodo – una politica che secondo me è destinata a fallire...
Altri, invece, pensano che possiamo creare un focolare ebraico qui, solo se cerchiamo sinceramente un modus vivendi e un terreno d’intesa con i nostri vicini... Non sono pronto a cercare di ottenere giustizia per gli ebrei se ciò implica l’ingiustizia per gli arabi.”
Judah Magnes

La carriera di Judah Magnes, leader della comunità ebraica, riflette l’impegno di tutta una vita al servizio del suo popolo. In veste di rabbino riformista, Magnes fu titolare di diverse cattedre. Esponeva punti di vista anticonformisti, soprattutto rispetto alla tradizione e al Sionismo. Difendeva una visione più tradizionalista dell’Ebraismo, temendo le tendenze assimilazioniste dei suoi pari.
Ulteriormente, Magnes si trovò in disaccordo con l’atteggiamento generale di riforma del Sionismo, disapprovando energicamente la denazionalizzazione dell’Ebraismo. Per lui, gli ebrei della Diaspora e gli ebrei della Terra di Israele avevano la stessa importanza per lo Stato d’Israele. La comunità ebraica rinnovata nella Terra di Israele avrebbe valorizzato la vita degli ebrei nella Diaspora. Benché egli stesso fosse emigrato in Palestina nel 1922, Magnes sosteneva che l’aliyah, l’immigrazione ebraica nella Terra di Israele, era una questione di scelta personale, e non rifletteva nessuna forma di “negazione della Diaspora”.

In Israele, Magnes partecipò attivamente alla fondazione dell’Università Ebraica. Ne fu il primo Cancelliere e in seguito fu presidente della giovane università. Magnes pensava che l’università fosse il posto ideale per una cooperazione arabo-ebraica, e si adoperò instancabilmente per raggiungere questo obiettivo.
Magnes s’impegnò in prima fila tutta la vita a favore della riconciliazione con gli arabi. Nel periodo pre-statale, Magnes si oppose alla creazione di uno Stato ebraico unico. Secondo lui, la Palestina non sarebbe stata né ebrea, né araba. Invece si pronunciò a favore di uno Stato binazionale, nel quale tutti avrebbero avuto gli stessi diritti. Era l’opinione espressa dal gruppo “Berit Shalom”, che Magnes contribuì a fondare nel 1925. “Berit Shalom” era innanzitutto un movimento d’intellettuali, e non attirò mai le folle. Pacifista convinto, con i principi del compromesso e della comprensione che gli erano congeniali, Magnes lavorò al raggiungimento di questi obiettivi fino alla morte, nel 1948.


IL COMMENTO DEL REGISTA
Il film è tratto dal libro La strada dei fiori di Miral scritto da Rula Jebreal. Quando ho letto il libro ho pensato che fosse una storia perfetta per trarne un film, inoltre mi sono sentito quasi costretto a raccontare questa vicenda. E’ una storia che parla dell’amore, dell’istruzione, della gente e della speranza. Racconta le storie di 4 donne Arabo-Israeliane sullo sfondo della complessa realtà politica di queste regioni, dalla nascita dello Stato di Israele, nel 1948, agli Accordi di pace di Oslo, nel 1994.

La prima di queste 4 storie è quella di Hind Husseini, una donna che ha dedicato tutta la sua vita agli orfani. Nel 1948, Hind trovò 55 bambini abbandonati per le strade di Gerusalemme, e allora decise di creare l’orfanotrofio “Dar Al Tifl”, che è stato una vera e propria casa per oltre 3000 ragazze. Inizialmente, Hind finanziò l’istituto con il suo denaro, con tutto quello che le era rimasto delle proprietà di famiglia, creando una vera e propria oasi per le giovani ragazze
Palestinesi. Credo ci sia un’enorme differenza tra un bambino che cresce in un’atmosfera come questa e un bambino che invece cresce in un campo profughi, separato dal resto del mondo da un muro di cemento. In questa storia abbiamo la possibilità di vedere entrambi questi mondi.

Miral è una giovane ragazza che ha vissuto presso l’Istituto Dar Al Tifl. Lei è il risultato dell’amore di Hind, dell’istruzione che ha saputo darle. All’inizio della sceneggiatura leggiamo, “Miral è un fiore rosso che cresce ai lati della strada. Probabilmente ne avrete visti milioni”.
La maggior parte delle persone guidano lungo la strada senza neanche notare la loro bellezza. Seguo la storia di Israele da tutta la vita. Da bambino, a New York City, vidi Exodus al Rivoli Theatre assieme ai miei genitori. Tutti quanti si alzarono in piedi quando nel film cantarono ‘l’Hatikvah’, portandosi le mani al petto. Mia madre e mio padre erano molto, molto orgogliosi.

Hanno collaborato con l’Hadassah1 e la B’nai Brith2”. Vent’anni fa, i miei dipinti sono stati ospitati in una mostra presso il Museo Israeliano di Gerusalemme. I miei genitori avevano programmato di venire a vederla ma non ci riuscirono perché fu proprio allora che iniziò l’Intifada. Girare questo film a Gerusalemme mi ha permesso di vedere questo mondo così
diverso per la prima volta, e di lavorare in un ambiente che solo in pochi hanno visto veramente. Lì sono stato testimone della lotta tra l’umanità e l’ideologia. E’ di questo che parla il film. Miral cresce intrappolata in questo vortice e cerca di sopravvivere e di imparare, e alla fine sceglie di dedicarsi alla pace.

Julian Schnabel
1 - Ndt. Organizazione Zionista Americana delle Donne è una organizzazione volontaria Ebraico Americana delle
donne, fondata nel 1912 da Henrietta Szold; è ora una delle più grandi organizzazioni ebraiche, con 270.000 membri in tutto
il mondo, la maggior parte dei quali sono donne.
2 - Ndt. L’Ordine Indipendente B’nai B’rith è la più antica organizzazione ebraica di volontari ancora esistente e attiva.


PARLA L’AUTRICE
Ognuna delle storie raccontate nel mio libro e in questo film è vera. Ho cambiato i nomi, ho collegato gli eventi, ho mescolato personalità e personaggi differenti, ma è tutto vero. Non esiste spazio per l’immaginazione nel Medio Oriente. Puoi solo raccontare quello che hai visto coi tuoi stessi occhi. Ogni singolo giorno questo luogo ti obbliga a decidere chi devi essere e cosa devi fare. E’ un qualcosa che ti viene imposto.
Dopo che ho lasciato Gerusalemme per recarmi in Europa, ho sentito che i miei ricordi, la mia identità mi erano stati rubati. Ho capito che dovevo raccontare la mia storia, dovevo unire il mio passato con il mio futuro, non solo perché era importante per me, ma perché ci sono tante ragazze che hanno vissuto queste stesse cose e che le vivono tutt’ora. Miral in parte sono io... ma è anche tutte queste ragazze. Ho scritto questo libro per i miei figli, per mia figlia Miral e
per tutte le altre Miral che vivono ancora a Gerusalemme.

Per Julian, nel tradurre il libro nel film, la cosa più importante era riuscire a mantenere l’onestà di queste storie e di questi personaggi. Mi ha fatto moltissime domande: chi, dove, cosa e perché. Ha tentato di comprendere questo argomento in tutta la sua profondità. Quando abbiamo iniziato le ricerche per le location e per gli attori del film, voleva andare praticamente ovunque. Voleva vedere ogni cosa coi suoi occhi, voleva parlare con le persone da ogni prospettiva possibile. Siamo andati a Ramallah, a Jaffa, ai campi profughi. Voleva comprendere i conflitti interiori che dividono i Palestinesi. Prima di ogni ciak mi chiedeva: “E’ realisticamente autentico?”

Come accade a Miral, ad un certo punto, anche per me è arrivato un punto di svolta in cui ho sentito di dovermi impegnare attivamente. Oggi, posso dire che l’amore e i valori che ho ricevuto da Hind Husseini - che credeva fermamente nella virtù dell’istruzione - mi hanno salvato la vita. Più avanti nella mia vita, in veste di giornalista, ho avuto l’opportunità di essere testimone dei conflitti in Iraq, Afghanistan e Pakistan, che mi hanno fatto capire che
l’istruzione è senza dubbio la migliore arma. E’ questo che il film e la vita di Miral raccontano.
Mostrano come l’istruzione possa distruggere e disarmare il fanatismo.
Oggigiorno, molto spesso, sembra che l’unica soluzione possibile sia quella militare, mentre, l’unica vera speranza per le persone normali, che cercano di vivere delle vite reali, è la diplomazia e la pace.
Rula Jebreal




IL FILM
“Miral è un fiore rosso. Cresce ai lati della strada. Probabilmente ne avrete visti milioni.”
Pochi argomenti suscitano tanto fervore, passione e furore quanto il conflitto Israelo-Palestinese e solo pochi film hanno osato affrontare questo tema fino ad oggi. Ma con Miral Julian Schnabel affronta questo tema attraverso una dimensione umana utilizzando come sfondo della storia un conflitto durato oltre mezzo secolo, per raccontare la storia di quattro donne che nella loro vita vedono alternarsi disperazione e coraggio, provocazione e altruismo, dolore e saggezza, paura e amore, cercando al contempo di sopravvivere, di confrontarsi e di riparare un mondo ormai in frantumi. Il film è ambientato nel periodo che va dal 1948 al 1994 e le quattro storie in esso contenute tracciano i contorni della genesi della creazione dello stato di
Israele: dalla fine della sanguinosa prima Intifada, fino ad arrivare alla fugace speranza generata dagli Accordi di Oslo. Il tutto è raccontato attraverso il punto di vista profondamente personale di una giovane ragazza Palestinese.

Miral è il quinto film diretto da Schnabel, uno dei più celebrati pittori americani viventi, ma anche un filmmaker che gode di un’ottima reputazione, capace di scavare nel tessuto della vita moderna con umanità, emozione e con un’intensa grazia. I suoi film - tra cui Basquiat, il ritratto dell’artista di New York degli anni ‘80; Prima Che Sia Notte, la biografia dello scrittore cubano perseguitato, Reinaldo Arenas, per cui Javier Bardem ha ricevuto le nomination agli Academy Award® e ai Golden Globe®; e Lo Scafandro e La Farfalla, la storia plurinominata agli Oscar® del trionfo spirituale dello scrittore rimasto paralizzato – offrono tutti un punto di vista personale che non impone barriere tra l’immagine e il sentimento e permette allo spettatore di penetrare nel profondo dei personaggi e di vivere in prima persona le storie raccontate. Anche Miral si muove similmente.

Per certi versi Miral potrebbe rappresentare una deviazione per Schnabel in termini di tematiche, tuttavia, anche questo film rimane dentro a questa tradizione consolidata. Quando ha iniziato ad apprendere di più in merito alla situazione nel Medio Oriente, il regista ha ritenuto che il cinema, in modo specifico, fosse il mezzo più adatto per affrontare questo argomento.
Schnabel ha iniziato ad interessarsi alla storia di Miral dopo aver letto il libro scritto da Rula Jebreal, l’acclamata giornalista palestinese che lavora in Italia.
Jebreal nel suo libro era stata capace di sollevare il sipario sulla realtà della vita quotidiana dei profughi Palestinesi in un modo che Schnabel non aveva mai visto prima di allora. Aveva descritto gli effetti più profondi della violenza, della vergogna, della privazione e dell’incertezza sulle donne.

Il regista sentiva la necessità di raccontare questa storia che nessuno conosceva, per dare a Miral la sua voce cinematografica, anche se la sua è solo una delle molte voci di coloro che sono vittime di questo conflitto.
“Ho sentito che era mia responsabilità fare questo film sia come regista che come essere umano. Pensavo a pellicole come La Battaglia Di Algeri e El Salvador - al modo in cui ho riflettuto sulle tematiche in esse descritte – e volevo fare lo stesso con questa storia. Miral è solo una tra milioni di ragazze, ma è anche colei che eredita tutte le pressioni, le ansie e le speranze che il popolo Palestinese ha accumulato nel corso di quattro decenni. La sua storia non si fonda sui dettagli degli eventi storici, ma sui sentimenti”.

Attraverso il ritratto intimo e semi-autobiografico di quattro donne intrappolate in questa situazione caotica, Jebreal è stata capace di svelare la realtà della vita quotidiana dei profughi palestinesi. La sua storia inizia con il racconto della vita di Hind Husseini, una donna realmente vissuta, considerata da molti un’eroina, che è divenuta una vera e propria leggenda vivente. Hind è stata una benefattrice conosciuta in tutti il mondo. Nel 1948 trovò per le strade di Gerusalemme 55 bambini orfani, li prese con sé e costruì un orfanotrofio, e in seguito creò anche una scuola per le giovani ragazze Palestinesi abbandonate dai genitori e traumatizzate dalla guerra.

Con un salto in avanti di vent’anni, la storia si sposta poi negli anni ‘60, dove Jebreal mette a confronto la storia di Hind con quella di altre due donne che hanno alle spalle un percorso di vita completamente diverso e che si incontrano in una prigione Israeliana: sono Fatima, un’infermiera, la cui rabbia per quello che ha visto la spinge alla ribellione e alla violenza, e Nadia – un personaggio ispirato alla vita della vera madre della Jebreal – un’adolescente sfuggita agli abusi, che inizia a provare una grande ammirazione nei confronti di Fatima.

Nadia alla fine sposerà il fratello maggiore di Fatima, e la loro figlia Miral sarà colei che chiuderà il cerchio di questa storia, perché proprio Miral finirà, attraverso una serie di dolorose circostanze, nella scuola per orfani di Hind. A Miral verrà offerta l’occasione di poter vivere una vita nuova, ma dovrà confrontarsi con la straziante realtà dell’Intifada degli anni ’90; lei stessa andrà a lavorare come insegnante in un campo profughi.


L’ADATTAMENTO
La cruda onestà dell’autrice e sceneggiatrice Rula Jebreal deriva dal fatto che la storia di Miral rispecchia da vicino la sua esperienza di vita, che a sua volta rispecchia la realtà di molte delle persone che sono nate nei territori occupati del Medio Oriente.
Come Miral, anche la Jebreal è stata un’orfana che ha vissuto in prima persona esperienze tragiche e la cui vita è stata trasformata grazie alla scuola di Hind Husseini. Come Miral, anche la Jebreal, alla fine, ha deciso di perseguire la strada dell’istruzione piuttosto che quella del sangue. “Ognuno di questi personaggi ha un
legame con me, con la mia comunità, la mia società e la mia cultura”, sottolinea la scrittrice. “Volevo scrivere qualcosa su queste quattro donne - Hind, Nadia, Fatima e Miral – che rappresentano quella generazione che ha subito l’influenza della prima Intifada. Sono delle ragazze come me, nate in una società precaria”.

Il libro è stato pubblicato in Italia nel 2004, ma per poter affrontare anche l’adattamento cinematografico, la Jebreal è dovuta tornare ancora più indietro nel tempo, alla ricerca delle sue memorie e dei suoi sentimenti più fragili e dolorosi. “Scrivere un libro è un processo individuale in cui metti dentro l’anima. Ma quando
si trasforma un libro in un film, si è esposti a molte più domande, discussioni e dibattiti”, spiega. “Lavorare assieme a Julian mi ha spinta a riscoprire dei ricordi che non avevo perso ma che non erano più nella mia mente e nel mio cuore. I nostri scambi di idee hanno reso ogni personaggio più grande, più profondo e più
forte. E’ stata un’avventura meravigliosa”.

Durante tutto il percorso, Schnabel l’ha assiduamente spinta ad andare sempre più a fondo. “Il mio compito era quello di un investigatore, per aiutare Rula a confrontarsi col suo passato con totale onestà e senza lasciar fuori nulla”, spiega.
Era intenzione di Schnabel affrontare questi argomenti senza alcun preconcetto. Il regista voleva apprendere quanto più possibile riguardo a quel particolare atteggiamento mentale che si sviluppa tra le persone normali che vivono quotidianamente in uno stato di Guerra semi-permanente. “Com’è crescere in un mondo che sembra non avere futuro? Quali scelte si è spinti a prendere? Come si può gestire la vergogna e la rabbia? Come si vive? Queste erano tutte domande che Rula ha dovuto affrontare e di cui abbiamo dovuto parlare “, spiega Schnabel.

Jebreal era emozionata all’idea di vedere il regista affrontare un tema ideologico come questo con uno sguardo fresco, avendo egli poco familiarità e una comprensione piuttosto limitata di questa particolare realtà. “Quando abbiamo iniziato a parlarne, ho capito che Julian aveva una conoscenza relativamente limitata del conflitto, di chi siano i Palestinesi o addirittura del perché ci sia un conflitto”, racconta. “Ma aveva una grande curiosità. Aveva una fame enorme di sapere cosa significasse vivere in questa parte del mondo. Il suo era un punto di vista estremamente innocente e puro. Allo stesso tempo, capivo che così come aveva fatto Lo Scafandro e La Farfalla per suo padre, voleva fare Miral per il futuro dei suoi figli”.

Per la Jebreal scrivere la sceneggiatura del film rappresentava anche la possibilità di rendere un ulteriore omaggio a Hind Husseini, che è stata una forza estremamente importante nella sua vita e che è ancora un’eroina per moltissime donne, e non solo Palestinesi. “Hind è stata la mia mentore, mia madre. E’ parte della mia mente, del mio cuore e della mia coscienza”, spiega la Jebreal. “Mi ha insegnato che non esiste
niente che non possa essere fatto, che si può riuscire a realizzare qualsiasi cosa con il duro lavoro, con lo studio e la dignità. Spero che questo film renda onore a lei e al posto che ha lasciato in eredità”.

Una delle speranze più grandi dell’autrice è che il film riesca a risvegliare quella stessa passione che ha permesso ad una donna come Hind Husseini di aiutare così tanti bambini ad andare avanti con le loro vite e a trascendere la violenza e l’oppressione del loro mondo.
“Vedo la mia scuola oggi e sono così triste, perché ora ci sono solo 300 studenti nel collegio. Ci sono ragazzi e ragazze, orfani come me, come lo ero io a Gaza, che attendono solo che qualcuno vada a salvarli”, spiega la Jebreal. “Per ora non hanno la possibilità di entrare nella scuola, per ricevere un’istruzione e avere una speranza per il futuro. Per me è essenziale che il progetto di Hind venga portato avanti per offrire una nuova speranza a tante ragazze, per molte generazioni”.

Secondo Schnabel la storia di Miral, il modo in cui questa donna ha scelto di affrontare la sua vita, descrive, allo stesso tempo, tematiche come i diritti civili, il valore dell’amore, il perdono e l’importanza dell’istruzione.
“Miral è colei che eredita tutte le pressioni, le ansie e le difficoltà psicologiche che si sono accumulate per il popolo palestinese durante quel particolare periodo storico”, spiega. “In primo luogo il film parla dei bambini e del loro non essere né violenti né politicizzati”.

Dopo essersi recato a Israele per un viaggio di esplorazione, che ha avuto un forte impatto su di lui, Schnabel ha iniziato a pensare sempre di più che un film permettesse un approccio più viscerale e diretto a questo mondo, che ci viene raccontato quasi esclusivamente da notiziari brevi e succinti. “Credo che una delle caratteristiche di questo film sia che mostrerà che il popolo palestinese è esattamente uguale a qualsiasi altro popolo”, afferma il regista. “Vogliono avere una casa; vogliono andare a lavoro la mattina; vogliono vedere i propri figli tornare a casa da scuola e non vogliono vederli uccisi”.

Uno degli obbiettivi primari di Schnabel era di riuscire ad intrecciare delle storie umane attraverso le immagini, ma senza fingere obbiettività. “Questa è una storia che si sviluppa sullo sfondo di eventi concreti e storici. Ma è anche una storia espressionista e altamente soggettiva”, spiega inequivocabilmente. “Ho pensato che l’unico modo in cui avrei potuto apprendere qualcosa di reale su questo argomento fosse di venire qui, immergermi in questa realtà e incontrare le persone. Volevo fare questo film per capire in prima persona quale fosse la realtà; è questo che sono venuto a scoprire”.

In sostanza, ciò che ha spinto Schnabel e la Jebreal ad affrontare questo progetto è stata l’incrollabile speranza di giungere alla pace e alla riconciliazione. Il fatto stesso di riuscire a girare il film con un cast ed una truppe composti sia da Palestinesi che da Israeliani ha convinto ancor più il regista del fatto che siano
in molti a desiderare di trovare un terreno di intesa.
Prosegue: “Se i politici non ci riescono, forse le persone comuni possono farcela. Forse gli artisti possono farcela. Forse un film può aiutare le persone ad essere anche solo un pò più gentili e comprensive le une nei confronti delle altre”.



LE RIPRESE
Rula Jebreal ha accompagnato Julian Schnabel in Israele per fare le ricerche necessarie per il film. Questo viaggio ha avuto un impatto molto profondo sul regista e di conseguenza anche sull’insieme di immagini, paesaggi e suoni del film.
In una delle scene più emozionanti del film, vediamo l’infermiera Fatima che trasporta una bomba in un cinema, dove Schnabel ha deciso che dovesse essere proiettato il thriller di Roman Polanski Repulsion, del 1965.

Nella sequenza, il regista alterna i volti impauriti degli spettatori, al terrore sul viso del personaggio principale di Repulsion, allo sguardo disperato di Fatima, in una sequenza che rivela come una donna comune possa trasformarsi in un solo istante in un’omicida.
“Ho visto il film di Polanski, a New York, quando ero ancora un adolescente: mi ha molto colpito il fatto che un film potesse avere un effetto così duraturo su di me. Mi piaceva l’idea di usarlo in Miral”, dice Schnabel. “Mi piaceva anche il contrasto visivo tra Ruba, coi suoi capelli scuri, e la bionda Catherine Deneuve. Ovviamente, non ho scelto la scena della violenza sessuale a caso. Ci sono delle connessioni tra lo stupro e la distruzione dell’edificio, tra i volti degli spettatori nel cinema e quelli dei profughi nei campi”.

Lo stupro e la violazione (del corpo e della casa) sono tematiche che collegano diverse delle donne di Miral, e rappresentano una realtà costante, specialmente tra le donne, nelle zone di guerra di tutto il mondo.
Nadia, la madre di Miral, viene svuotata spiritualmente dalla violenza che subisce. Fatima uccide dei civili nel bel mezzo di una scena di stupro di un film. E il fatto che Miral assista alla distruzione di un edificio da parte dei bulldozer – una sorta di sventramento del corpo familiare – è la scintilla che, quando è ancora una ragazza, la spinge a prendere parte al conflitto.

Per Rula Jebreal è stato particolarmente difficile assistere a quest’ultima scena, anche se si svolgeva su un set cinematografico. “Mentre guardavo quell’edificio cadere a pezzi, non c’erano più degli attori. Ho provato esattamente le stesse sensazioni di quando ero giovane”, rivela. “Mi ricordavo di tutte quelle persone impotenti di fronte alla distruzione della loro casa, della loro vita e dei loro ricordi. Per me come per Miral, è stato quello il punto di svolta. E’ questo che trasforma una ragazza in una donna impegnata politicamente, che sente di non avere altra scelta se non quella di impegnarsi nella lotta. Rivedere quella scena durante le riprese del film è stato molto difficile. Ma è stato anche terapeutico”.

Un’altra scena particolarmente difficile per la Jebreal è stata quella in cui sua madre si suicida nell’oceano. “Siccome l’attrice che interpretava mia madre non sapeva nuotare, Julian ha chiesto a me di fare quella scena”, ricorda la Jebreal. “Quando vedete la sua testa tra le onde in realtà quella è la mia testa.
Sono entrata nell’acqua, pensando solo a mia madre ed ho nuotato e nuotato verso il mare aperto. Improvvisamente, hanno gridato ‘Stop’ ma io non ho sentito perché ero molto lontana. Mi ero persa.
Pensavo: ‘Mio Dio, mia madre ha preso il mio posto, io sono mia madre…’ Ero in crisi, ero totalmente assorta nei miei pensieri, stavo affogando. Poi ho sentito una mano che mi portava fuori dall’acqua… era Julian, si era reso conto che ero in pericolo”.

Accanto al cast del film, che è stata girato in autentiche location di Gerusalemme e dei territori palestinesi, ha lavorato una truppe che, per volere di Schnabel, era formata sia da palestinesi che da Israeliani. “Sono stati una truppe meravigliosa e abbiamo lavorato molto bene assieme”, racconta il regista.
“Non avremmo mai potuto girare questo film senza il supporto della comunità Palestinese o di quella Israeliana”, sottolinea. “Avevamo Ebrei ed Arabi che lavoravano assieme senza alcun problema. Qualche volta la necessità è la madre delle invenzioni”.

Per la Jebreal, l’unione di persone, che per tanto tempo sono state divise dalla sfiducia reciproca, è stata una delle cose più stupefacenti della produzione. “L’idea di usare una truppe formata da persone di diversa nazionalità è stata fantastica, volevamo usare dei locali, per coinvolgerli nel progetto”, racconta.
Riassumendo con un aneddoto, prosegue: “Un giorno a Ramallah, mentre Julian si accingeva ad iniziare le riprese, improvvisamente è arrivato un uomo e ha chiesto un megafono. Ha iniziato a dire: ‘Dovremmo ringraziare queste persone. Stanno raccontando la nostra storia. Ci stanno mostrando grande rispetto, perciò diamogli tutto ciò che possiamo.’ Nessuno gli aveva chiesto di farlo ma ciò ha dimostrato quanto la comunità locale apprezzasse quello che stavamo facendo e il modo in cui ci comportavamo nei loro confronti. Riuscire a far sì che Palestinesi e Israeliani lavorassero assieme non è stato facile, ma i risultati saranno ben visibili sullo schermo”.

Nell’organizzazione della struttura del film, Schnabel utilizza il tempo non secondo le regole della logica ma secondo le regole della memoria e del sentimento, permettendogli di espandersi e di comprimersi a seconda nei momenti di tensione e di calma. Inoltre, mischia liberamente filmati di archivio, un elemento distintivo del suo lavoro, ma senza mai offrire alcun giudizio personale. “C’erano delle immagini storiche che volevo inserire nel film, delle immagini che hanno avuto un grande impatto su di me”, racconta. “Si sono fuse perfettamente con le immagini che abbiamo girato noi ed hanno rafforzato la loro sincerità”.

Il lavoro organico e cinetico della macchina da presa è il risultato della collaborazione tra Schnabel e il direttore della fotografia Eric Gautier, tra i cui film più recenti figurano Wild Grass di Alain Resnais e Into the Wild di Sean Penn.
Spiega Schnabel: “Eric ha un talento talmente grande che non gli ci è voluto molto per capire cosa volevo. Gli ho detto quali fossero le scene che volevo girare con una camera a mano e quelle per le quali volevo usare una gru, e lui ha fatto ciò che sa fare meglio. Qualche volta i tecnici si innervosiscono molto quando lavorano con me perché faccio tutto in modo molto spontaneo e istintivo, ma Eric è un operatore magnifico. Non faceva altro che correre a destra e a sinistra, saliva sulle pedane e si sdraiava per terra. E’ stato un lavoro molto fisico”.

Un altro elemento essenziale che sottolinea il senso dell’annullamento della distanza nel film è quello della musica, che Schnabel ha scelto personalmente. “Ho scelto ‘Down There By The Train’ di Tom Waits per il finale del film perché non è un film solo su Israele e la Palestina, ma su ciò che gli esseri umani sono capaci di fare”, dice. “La musica di Laurie Anderson, fa da sfondo alla scena in cui vediamo crollare la casa. Ma è
anche una sorta di leitmotiv che attraversa tutta la storia. Convoglia la tensione e l’angoscia che sono una caratteristica di questa regione. E’ un’espressione del dolore di questa terra”.
Una delle scene preferite di Schnabel è la sequenza silenziosa in cui Miral attraversa in macchina l’arido deserto. “Quando passa attraverso quel bellissimo paesaggio, coi capelli che fluttuano nel vento, si capisce che tutto è possibile”, conclude Schnabel.

IL CAST E I PERSONAGGI
Miral inizia con la storia di una donna il cui atto di estrema gentilezza cambia le vite di generazioni di bambini. La donna è Hind Husseini, un’insegnate e un’attivista per i diritti delle donne. Hind aveva 31 anni quando il 9 aprile del 1948 - l’epoca in cui le ostilità tra i profughi Palestinesi, gli Arabi e la nuova nazione di Israele sfociarono nella guerra - si avventurò fuori casa e passò attraverso il quartiere di Gerusalemme Est, mentre nel cielo risuonavano ancora i colpi di cannone. Fu allora che si imbatté in decine di bambini tremanti e traumatizzati che erano rimasti orfani a causa dei massacri avvenuti nel villaggio di Deir Yassin.

Decise di prendersi cura di loro e presto li portò in un’elegante residenza del 19° secolo, che era stata costruita da suo padre, dove li nutrì e gli diede un rifugio. Poi, pensando che tutto ciò non bastasse iniziò ad offrire loro anche un’istruzione e, alla fine, creò la Dar Al-Tifl Al-Arabi, ossia la Casa Araba dei Bambini.
Nel corso dei decenni, l’orfanotrofio e la scuola si sono guadagnati un’ottima reputazione non solo per il fatto di aiutare coloro che erano le vittime più invisibili della guerra – e cioè i bambini – ma anche per il suo estremo rigore accademico. Nel 1967, la scuola ha iniziato ad accettare solo le ragazze, riflettendo la convinzione di Hind secondo cui le donne hanno il diritto umano fondamentale di ricevere un’istruzione.

Hind morì nel 1994, verso la fine della prima Intifada e poco dopo la chiusura degli Accordi di Oslo. Poco dopo la sua morte, nel 1995, il numero degli studenti della scuola fu ridotto drasticamente, dopo che l’accesso tra Gaza e Gerusalemme fu chiuso e gli orfani di Gaza furono costretti a tornare al loro paese. Oggi, la scuola continua ad occuparsi di un piccolo numero di orfani e offre un’istruzione a diverse centinaia di ragazze, nonostante le rinnovate ostilità e le difficoltà che affliggono il quartiere di Gerusalemme Est.
Hiam Abbass, che si è imposta all’attenzione nel commovente ruolo di una madre immigrante che cerca di aiutare il figlio, nel film indipendente di successo L’Ospite Inatteso, interpreta Hind Husseini. Abbass ha vissuto a Gerusalemme, perciò conosceva già bene la leggendaria Hind e la sua famosissima scuola per orfani.

“Per anni avevo sentito parlare della scuola e poi finalmente l’ho potuta vedere quando ho vissuto a Gerusalemme dal 1981 al 1986; lavoravo presso un teatro che si trovava proprio accanto alla scuola, “ ricorda.
“Sono andata nella scuola diverse volte, ma non ho mai avuto la possibilità di incontrare Hind “.
Dal momento che avrebbe dovuto interpretare questo ruolo, Abbass sperava di riuscire a rendere suo il personaggio. “Hind è una santa per me e non volevo mimare la sua gestualità o il suo modo di essere perché pensavo che l’interpretazione sarebbe risultata forzata”, spiega. “Quello che volevo fare era riuscire ad interpretare lo spirito di questa donna usando il mio corpo e la mia anima”.

Prosegue: “Julian era d’accordo sul fatto che dovessimo concentrarci più che altro sullo spirito di Hind, perciò ho letto molto su di lei ed ho visto due film sulla sua vita. La cosa che più mi ha colpito è stata la sua dignità, il suo orgoglio e la grandissima fede in ciò che stava facendo”.
Lavorare assieme a Schnabel ha permesso ad Abbass di adottare un approccio spirituale al personaggio.
“Julian mi ha invitato da immergermi in questa sua visione. Tra lui e me c’era una grandissima fiducia”, sottolinea. “Con Julian la cosa più importante è il momento della creazione. In pratica è come se stesse dipingendo un quadro ma al posto della vernice e dei pennelli lui usa la macchina da presa. Noi attori siamo come le forme e i colori della sua pittura. Bisogna costantemente sorprendere Julian e nel far ciò, molte volte, ho sorpreso anche me stessa”.

La Abbass era cosciente del fatto che il film avrebbe potuto essere percepito in modo controverso, ma era molto emozionata per l’approccio umanistico di Schnabel. “Per me è importante raccontare delle storie che appartengano alla mia esperienza e alle mie origini”. afferma. “E credo che questo film sia molto importante perché racconta le vite di alcune persone che si ritrovano coinvolte in un conflitto molto triste.
Credo che in questo paese, come in molti degli altri paesi del mondo che vivono la guerra, i problemi derivino tutti dal fatto di non riuscire a vedere i propri nemici come degli esseri umani”.

Un’altra sfida per la Abbass era quella di riuscire ad interpretare Hind nella fase finale della sua vita.
Hind ha 30 anni quando inizia il film, ma col progredire della storia la vediamo anche nelle altre fasi della sua vita: a 50 anni, poi a 60 e in fine a 70 anni, quando incontra la giovane Miral. “Questa è la prima volta che interpreto un ruolo di una persona che non ha la mia età”, ammette Abbass. “Perciò quello che ho cercato in tutti i modi di tenere a mente è stata l’anima di questa donna, che non è mai cambiata. Col tempo ha acquisito maggiore esperienza e orgoglio. A livello fisico ero aiutata dal make-up, poi il mio corpo doveva adattarsi al mio volto. Quando ho iniziato ad interpretare Hind a 60 e 70 anni, ho lasciato che il mio corpo si rimpicciolisse. Perché in vecchiaia il corpo diventa più pesante”.

Anche nelle scene finali di Hind, quando ormai è giunta alla fine della sua vita, Abbass ha cercato di trovare una luce dentro di lei. “Alla fine, quando si vede Hind che è malata, spero che il pubblico riuscirà ancora a vedere l’incredibile energia di questa donna e il suo amore per la vita”, riassume. “Aveva sempre questo sguardo nei suoi occhi, come se nulla avrebbe mai potuto abbatterla. Ha avuto questo sguardo fino
all’ultimo momento”.
La forza di Hind è un elemento che ha una grande influenza sulle giovani donne della storia, Miral, la protagonista che quando arriva nell’orfanotrofio di Hind nel 1978 ha 7 anni, è l’erede di un tradizione di donne che sono spinte a compiere degli atti disperati e che successivamente percorrono dei percorsi individuali molto diversi.

Il ruolo di Miral è interpretato dall’attrice emergente Freida Pinto, che ha sorpreso il mondo intero nella sua performance in The Millionaire, film vincitore dell’Academy Award®. Pinto è nata e cresciuta in India, sebbene abbia delle radici così diverse da quelle del personaggio che interpreta in questo film, è rimasta comunque molto colpita e commossa dalla vita di Miral.
“Ho stabilito un forte legame con Miral. La sua è una storia talmente umana”, spiega la Pinto, “e l’esperienza di questo film è stata di quelle che ti cambiano la vita. E’ un film con un bellissimo messaggio di pace. I personaggi sono estremamente profondi e multi-dimensionali e hanno la possibilità di cambiare nel corso della storia, il che è molto positivo”.

Pinto si è letteralmente immersa in questo personaggio svolgendo molte ricerche in prima persona, ascoltando Rula Jebreal raccontare i suoi commoventi ricordi, trascorrendo alcuni giorni in un campo profughi della Palestina, e assorbendo l’atmosfera e gli accenti di Gerusalemme Est. Ha poi usato tutto ciò nella sua performance, con una grande naturalezza, che secondo l’attrice le è stata ispirata da Schnabel.
“Julian ama mantenere un certo realismo, perciò non c’è nulla di artificiale nel film”, spiega. “Ti aiuta a trovare il tuo personaggio da te e ti lascia la libertà di interpretare il ruolo come vuoi”.

Rula Jebreal è rimasta molto colpita dalla performance della Pinto. “Freida è stata una rivelazione per noi”, afferma. “Le abbiamo fornito tutti gli strumenti necessari per interpretare il suo ruolo, ma è stata ancor più brava di quanto ci saremmo aspettati. La concentrazione e l’impegno che ha messo nella sua performance
mi ha commosso e credo che si riesca a vedere la sua anima nel film. E’ toccante vedere arrivare qui questa giovane ragazza da un altro continente e vederla immergersi totalmente nella nostra cultura”.

Oltre alla Abbass e alla Pinto, nel film appare un cast internazionale, formato dall’attrice Franco-Palestinese Yasmine Al Massri (Caramel) nel ruolo di Nadia, la madre di Miral; Ruba Blal (The Bubble) nella parte di Fatima, l’infermiera che viene arrestata e diventa la mentore di Nadia; Alexander Siddig (Star Trek:
Deep Space Nine) che interpreta, Jamal, il padre di Miral; Omar Metwally (Munich, Rendition-Detenzione Illegale) nel ruolo di Hani, il fidanzato attivista di Miral; e i veterani attori di Hollywood Willem Dafoe e Vanessa Redgrave, rispettivamente nei ruoli del colonnello dell’Esercito degli Sati Uniti che lavora assieme alle forze delle Nazioni Unite, e di sua zia Berta, che aiuterà Hind nel suo progetto di salvare gli orfani.

Schnabel lavora assieme al suo cast in un modo piuttosto anticonvenzionale. “Non faccio le prove con loro, ci vivo assieme!” racconta. “Prima delle riprese leggiamo la sceneggiatura assieme e parliamo a lungo dei personaggi e delle situazioni. Non mi piace fare le prove perché penso che tolgano la spontaneità e la freschezza alle performance degli attori. La mia tecnica è quella di dire ‘tutti nella fossa e chi striscia fuori se ne va a casa’.”
Durante le riprese, questo elemento istintivo viene coltivato ulteriormente. “Cerco sempre di fare tutto in una sola ripresa, una sola sequenza, e non mi piacciono i tagli a meno che non siano necessari”, spiega Schnabel. “Secondo il mio punto di vista è il modo migliore per catturare ciò che avviene nella vita reale”.

La Jebreal aggiunge: “Anche dopo lo ‘Stop!,’ Julian continua a girare, cerca di rubare più immagini possibili, di catturare le espressioni o i movimenti più naturali”.
Questo naturalismo permette agli spettatori di provare ciò che prova Miral e di vivere quello che vive lei.
Senza dubbio, il mezzo filmico ha il potere di fare tutto questo. Ma un film come Miral ha il potere di cambiare il mondo? Risponde Schnabel: “Si, credo che possa. Insomma, non potrà far peggio della politica! Se conoscere la storia di Miral permetterà anche solo a poche persone di osservare i propri pregiudizi con maggiore onestà, di comprendersi meglio o di lavorare per la pace, allora ne sarà valsa la pena”


CRONOLOGIA
Maggio, 1948 Iniziano gli scontri tra il nuovo Stato di Israele e i vicini paesi Arabi, che rifiutano il piano di divisione Britannico per quella che è l’ex Palestina.
Milioni di Palestinesi diventano profughi.

Aprile, 1948 Hind Husseini prende sotto la sua protezione 55 bambini profughi - superstiti del massacro di Deir Yassin, nel quale oltre 250 abitanti Palestinesi vengono uccisi - e crea la scuolaorfanotrofio di Dar Al-Tifl Al-Arabi.

Giugno, 1967 In quella che Israele chiama “La Guerra dei Sei Giorni”, Israele compie un attacco preventivo contro l’Egitto, acquisendo il controllo della Penisola del Sinai, della Striscia di Gaza, delle Alture del Golan, della Cisgiordania e di Gerusalemme Est. Israele inizia a creare degli insediamenti in Cisgiordania, a Gaza e nel Sinai; e cominciano a crescere le tensioni.

Ott., 1973 Egitto e Siria lanciano un attacco a sorpresa contro Israele, che dura 3 settimane, prima che le Nazioni Unite impongano il cessate il fuoco.

Sett., 1978 Egitto, Israele e gli Stati Uniti firmano l’Accordo di Pace di Camp David, col quale viene imposta la pace tra i due paesi e si gettano le basi per dare ai Palestinesi l’autorità di autogovernarsi nella Cisgiordania e a Gaza.

Dic., 1987 La Prima Intifada (letteralmente “rivolta”) o movimento di resistenza inizia a protestare contro il controllo continuato di Israele sulla Cisgiordania e Gaza. E’ caratterizzata da tumulti, scioperi generali e disobbedienza civile. I militari Israeliani rispondono con gas lacrimogeni e proiettili di plastica. A loro volta, gli attacchi da parte dei civili Israeliani aumentano.
L’Intifada provocherà 1.162 vittime Palestinesi e 163 vittime Israeliane.

Sett., 1993 Israele e l’OLP firmano gli Accordi di Oslo sul prato della Casa Bianca, mettendo in funzione un piano quinquennale di autogoverno Palestinese. Gli Accordi non portano al ritiro di Israele né ad una pace permanente.

Sett., 1994 Muore Hind Husseini, che fino alla fine dei suoi giorni ha dedicato la propria vita all’istruzione e all’amore, come strade per giungere alla pace.
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