Maps to the Stars di David Cronenberg

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locandina Maps to the Stars
 
Regista: David Cronenberg
Titolo originale: Maps To the Stars
Durata: 111'
Genere: Drammatico
Nazione: U.S.A., Canada, Francia, Germania
Rapporto:

Anno: 2014
Uscita prevista: Cannes 2014,21 Maggio 2014 (cinema)

Attori: Carrie Fisher, Julianne Moore, Robert Pattinson, Mia Wasikowska, John Cusack, Sarah Gadon, Olivia Williams, Niamh Wilson, Amanda Brugel, Emilia McCarthy, Joe Pingue, Jayne Heitmeyer, Evan Bird
Sceneggiatura: Bruce Wagner

Trama, Giudizi ed Opinioni per Maps to the Stars (clic qui)...In questa pagina non c'è nemmeno la trama per non fare spoiler in nessun caso.
 
Fotografia: Peter Suschitzky
Montaggio: Ronald Sanders
Musiche: Howard Shore
Scenografia: Carol Spier,Sandy Lindstedt,Peter P. Nicolakakos
Costumi: Denise Cronenberg

Produttore: Saïd Ben Saïd,Sarah Borch-Jacobsen,Kevin Chneiweiss,Alfred Hürmer,Martin Katz,Michel Merkt
Produttore esecutivo: Benedict Carver,Renee Tab,Patrice Theroux
Produzione: Prospero Pictures, Sentient Entertainment, SBS Productions, Integral Film
Distribuzione: Adler Entertainment

La recensione di Dr. Film. di Maps to the Stars
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Colonna sonora / Soundtrack di Maps to the Stars
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Informazioni e curiosità su Maps to the Stars


Note dalla produzione:

“Ciò che denomini, domini.”
Dr. Sanford Weiss

Le origini della storia risalgono al 1990 quando Wagner – all’epoca attore/scrittore in cerca di successo, che per mantenersi lavorava come autista di limousine, proprio come il personaggio di Robert Pattinson in Maps to the Stars – iniziò a scrivere una sceneggiatura che raccontava la sua esperienza di Hollywood, tuffandosi a capofitto in tutte le sue turbolente contraddizioni: la gloria e la cattiveria, l'ambizione e le illusioni, l’ascesa al successo e le inesorabili cadute. La storia ha subito molti cambiamenti nel corso degli anni: Wagner era diventato nel frattempo un apprezzato romanziere e sceneggiatore, ma dopo un decennio, decise di mostrarla a Cronenberg, poiché i due avevano a lungo parlato di lavorare insieme.

“Con i suoi temi sul lato oscuro dell’ambizione e della fama, sentivo che solo David avrebbe potuto girare questo film” dice Wagner. Anche se ci sono voluti diversi anni per mettere insieme il progetto, dal budget a un cast adatto per il film, Cronenberg è stato subito incuriosito dal coraggio della sceneggiatura di Wagner riesce a mantenere un incredibile equilibrio tra commedia, horror e una brutale onestà. “È una storia che parla del presente e che attacca ferocemente il momento in cui stiamo vivendo, culturalmente e soprattutto tecnologicamente, Bruce non ha paura”, dice il regista. La forza della sceneggiatura di Bruce era così irresistibile e così carismatica che ho sentito di doverla girare".

Cronenberg è noto anche per non tirarsi indietro su nessun argomento oltre che per realizzare film tanto impegnativi e concreti, quanto pieni di suspense e visivamente coinvolgenti. All'inizio della sua carriera ha girato una serie di thriller tra cui Scanners, Videodrome. Il Fry, Inseparabili (Dead Ringers), Naked Lunch, Existenz e Spider. Più di recente, la sua regia si è estesa ai crime thriller A history of violence e La promessa dell'assassino, al dramma storico-psicologico su Freud e Jung, A Dangerous Method fino all’adattamento di Cosmopolis, che si svolge quasi interamente in una limousine di un miliardario per un fatale viaggio attraverso la città.

Per Cronenberg, Maps to the Star è stato un'altra opportunità di cambiare tutto completamente - in quello che lui chiama “un dramma familiare, solo non il solito tipo di dramma familiare”. La famiglia Weiss, che è al centro della storia, comprende un padre guru nell’auto-aiuto, un figlio adolescente rubacuori con problemi di droga, una madre manager che intende mantenere il successo di suo figlio e una figlia, misteriosamente sfregiata, bandita e pericolosamente ossessionata dal voler rientrare a far parte della famiglia.

Vivendo tra l’insaziabile desiderio di fama e ricchezza, i Weiss sono guidati e perseguitati da forze oscure a cui non sembra riescano a sfuggire. "Certo una famiglia di Hollywood che ha ottenuto celebrità e successo agli occhi del pubblico, non potrà mai essere una normale famiglia”, fa notare Cronenberg.
“Il padre di Bruce era nel business ed è cresciuto in questa realtà, quindi penso che sia davvero in grado di esaltare la distorsione e la pressione di una famiglia che cerca di mettersi in gioco”. Cronenberg ha anche notato che oltre al taglio satirico Wagners è riuscito a basare l’approccio del film sulle performance degli attori per esplorare la complessa profondità dei personaggi.

“L’aspetto per me più interessante della sceneggiatura di Bruce è la tensione che riesce a creare tra satira e un senso di realtà molto intenso", sottolinea il regista.
Nel corso degli anni, ma anche durante la produzione, Wagner e Cronenberg hanno continuato ad aggiornare lo script in modo che restasse attuale. "Ogni volta che avevamo un’opportunità per produrre il film, Bruce ed io rileggevamo la sceneggiatura e ci dicevamo: faremmo meglio a togliere questa citazione, adesso è obsoleta”, spiega Cronenberg. Wagner si fidava di Cronenberg e viceversa. “Non c'è stato nessun compromesso durante la stesura della sceneggiatura, proviene davvero da un posto oscuro che spero, diventi luce", commenta lo scrittore.

“Sapevo che David aveva capito sia il buio sia luce della sceneggiatura e penso che queste qualità siano su tutto il suo lavoro, quindi mi sono sentito molto grato e fortunato”. Nel 2011, Cronenberg ha mostrato lo script al produttore Martin Katz, mentre stavano lavorando a Cosmopolis e, subito dopo, il progetto ha cominciato a prendere forma sul serio. Dice Katz, "Ho letto tanti romanzi di Bruce e ho apprezzato i suoi articoli su The New Yorker, quindi sono stato subito attratto dal film; inoltre, questa è anche la prima volta che David gira negli Stati Uniti e visto che è un film sull’ossessione della celebrità nella cultura occidentale, avere la possibilità di girare a Hollywood era commovente ed emozionante”.

Una volta partito il progetto per il film, Wagner ha continuato a seguire da vicino il processo creativo e Cronenberg lo invitava a restare sul set e a scrivere, se occorreva. Giorno dopo giorno David si confrontava con Wagner con domande sulle sfumature del dialogo ma anche con domande sulla pronuncia. "Bruce era perfetto come supervisore", dice il regista. Wagner a sua volta dice: “David è stato molto gentile per avermi permesso di far parte della produzione ed ero veramente tranquillo a lasciare nelle sue mani quello che avevo scritto. È riuscito a dare qualcosa di misterioso a quello che avevo fatto”. Ed è proprio il mistero a essere essenziale nella sceneggiatura di Wagner.

Cronenberg dice che riuscire a trovare la strada giusta per la storia dei fantasmi è stata una delle sue più grandi sfide. “Non mi ha mai entusiasmato l'idea dei fantasmi, perché non credo alla loro esistenza", spiega. “L'idea di essere perseguitato dai ricordi, invece, è molto reale per me, la capisco completamente”. “Ho perso i miei genitori molti anni fa, e posso dire che sì, sono ossessionato da loro posso sentire le loro voci, posso vederli e riesco a percepirli, ma non penso a loro come fantasmi che in realtà sono da qualche parte, esistono nella mia memoria e nella mia mente.

Quindi avere personaggi ossessionati da ricordi spettrali, per me ha perfettamente senso, psicologicamente ed emotivamente”. Wagner fa notare che i fantasmi hanno sempre fatto parte dello scenario di Hollywood, che è il regno del perturbante, il nascosto e il vuoto; e che è esso stesso costruito in cima a un misto intangibile di plasma di ricordi, speranze fugaci e bisogni irrisolti.
“Certo, ci sono i fantasmi di Sunset Boulevard ", dice, riferendosi al noir classico di Billy Wilder che era una delle diverse ispirazioni, e “ci sono fantasmi in questo film, che credo riescano a toccare alcuni degli stessi temi della morte, depravazione e risurrezione, ma in un modo molto contemporaneo”. Proprio questi temi e la miscela inebriante di Cronenberg e Wagner hanno attirato da subito un cast d’eccellenza, che avrebbe incarnato l'eccesso dei loro personaggi senza limiti.


LE ATTRICI: HAVANA SEGRAND & CLARICE TAGGART
“Sai come è mort mia madre?.”

Al centro della storia della famiglia Weiss c’è una delle più importanti clienti VIP di Sanford Weiss: la famosa, ma anche in rapido declino, Segrand Havana, a lungo vissuta nell'ombra di sua madre, attrice ancor più leggendaria, stella del cinema classico di Hollywood, Clarice Taggart, morta in un misterioso incendio.
A interpretare i ruoli di Havana e il ricordo spettrale della madre, sono la quattro volte candidata all'Oscar Julianne Moore e la pluripremiata attrice canadese Sarah Gadon.
Julianne Moore è stata la prima attrice a far parte del cast di Maps to the Stars, molti anni prima che fosse prodotto, ed è sempre rimasta legata al ruolo. “C'erano due aspetti che mi attraevano molto: David Cronenberg e Bruce Wagner ", spiega l’attrice.

“Ho sempre voluto lavorare con David, il suo lavoro è così interessante, è una garanzia. Bruce poi è talmente fantasioso nella sua scrittura, così creativo che riesce davvero a fondere il ridicolo con il sublime. Ci sono momenti di grande comicità che subito scivolano in qualcosa di oscuro e drammatico; il fatto che questo tipo di materiale fosse nelle mani di un regista come Cronenberg è stato emozionante”.
La Moore ha visto la storia come in parte incentrata su Hollywood ma anche sull’impatto, quasi mistico, che Hollywood riesce ad avere sull’ambizione e l’arroganza dell’uomo in tutti gli aspetti della vita. "È un commento su come viviamo la nostra vita oggi, un ritratto visto attraverso la lente della celebrità", dice. "La storia gira attorno alla natura umana, su ciò che la gente vuole dal breve arco della vita e di quanto siamo ciechi davanti alla nostra mortalità.

"Julianne è così divertente, così capace, così disinvolta e professionale”, commenta il regista. Dopo essere entrata nel suo personaggio, ha avuto bisogno solo di qualche sporadico consiglio. Non è così scontato che un'attrice riesca a interpretare il ruolo di un'attrice, a molti attori non piace recitare nella parte di un attore, ma Julie ha dimostrato subito un grande entusiasmo per questo ruolo.
Il regista, poi, continua: "Ha creato una sorta di glorioso mostro, un terroso mostro senza vergogna. Non è mai stata intimidita dal personaggio di Havana, ha affrontato tutto senza paura". Julianne Moore dice che il suo ritratto di Havana è basato su "un insieme di persone che ho conosciuto e osservato.

Lei è una persona che vive completamente isolata in questo mondo finzione. Lei in realtà non ha una famiglia ed è ancora molto arrabbiata con sua madre, perché sente di essere stata abusata. Ha sempre vissuto all'ombra di sua madre, quindi nella sua mente è come se ci fosse una sorta di pasticcio freudiano". Il caos psichico prende poi una piega ancor più oscura quando cerca di ottenere la parte che interpretò sua madre in un nuovo film in produzione - ma in realtà sembra che non riesca a tenere il passo delle più giovani è frizzanti attrici. In mezzo a tutto questo terrore indicibile, Havana comincia a vedere il fantasma di Clarice nei momenti meno opportuni, che ha poi permesso a Sarah Gadon di avere una parte intrigante.

La Gadon aveva già lavorato con Cronenberg in A Dangerous Method e Cosmopolis e lui era entusiasta di lavorare di nuovo con lei. "Sarah è una stella nascente e abbiamo già fatto due film insieme" dice. “Questo può anche essere la parte più piccola dei tre film che abbiamo fatto, ma l'idea del suo modo di interpretare la madre di Julianne Moore era veramente troppo irresistibile. Inoltre è una parte così bella, insolita, perché lei è semplicemente un ricordo spettrale.
"Presto, i ricordi spettrali di Havana insieme al suo destino si legheranno a quello della famiglia Weiss, soprattutto quando l’ormai estromessa figlia di Sanford Weiss diventerà la sua ultima assistente personale”.


LA FAMIGLIA WEISS
“per essere una schizofrenica sfigurata hai parecchi agganci”

A prima vista, la famiglia Weiss sembrerebbe aver conquistato il successo. Hanno raggiunto la fama, la ricchezza materiale e la notorietà del nome di famiglia, ma sono anche angosciati da dubbi, delusioni e soprattutto profondi e oscuri segreti che minacciano di cambiare il loro stile di vita, riaffiorati nelle sembianze dell’ormai rinchiusa e mai dimenticata Agatha. Sulla scia di un tragico incidente che l’ha lasciata terribilmente sfregiata, è stata rinchiusa in un ospedale psichiatrico. Da poco dimessa, torna a Los Angeles e per non attirare l’attenzione, inizia a lavorare per Havana Segrand mentre osserva da lontano la sua famiglia, in attesa di una possibilità per fare la sua mossa. Mia Wasikowska, stella nascente, è conosciuta per una serie dei ruoli audaci che vanno dalla turbata ginnasta di In Treatment, dell’emittente HBO, a una figlia nata dalla fecondazione artificiale in The Kids Are All Right al ruolo principale in Jane Eyre di Cary Joji Fukunaga. Cronenberg osserva che questo non era un ruolo facile da assegnare.

“Con Agatha, ci sono continui e graduali colpi di scena, quindi era necessaria un’attrice che fosse molto delicata. Serviva qualcuno che si sentisse veramente a suo agio e non che sembrasse inquietante ma innocente, fino a quando non rivelerà tutta la sua pericolosità”, dice il regista. “Agatha, continua a dire ‘Io voglio solo chiedere scusa’ e quando lei lo dice dovete crederci: ciò richiede davvero un’attrice con le qualità di Mia. L’ho tenuta d’occhio per anni, anche quando era molto giovane e aveva già fatto tante cose belle. Quando quel lato sinistro di Agatha proviene da lei, è abbastanza sconcertante”.
Mia Wasikowska è arrivata a Hollywood quando era ancora un’adolescente. Ricorda quel mondo come “un mondo completamente alieno, come nessun altro, con una luce molto particolare e una forte sensazione di una strana forza”.

Leggendo la sceneggiatura di Wagner, si sentiva che aveva catturato quella fusione di ambiguo e seducente. “La storia è una versione esagerata dello stile di vita che c’è qui e l’ho trovato davvero sconvolgente”, dice. Le persone che sembrano riuscire a mantenere meglio il controllo, nella storia, sono in realtà anche coloro cui sfugge tutto e viceversa. C’è molto della città di Lost Angeles.
La Wasikowska era poi particolarmente attratta dall’oscillazione della dualità del suo personaggio. “Amo Agatha perché dentro è cupa, e, allo stesso tempo, ha quest’aspetto molto positivo. C’è qualcosa di molto dolce e triste in questa ragazza che tra i genitori ossessionati dalla celebrità e questo passato travagliato in realtà vuole solo ricongiungersi con loro”, fa notare Mia. “È stata completamente respinta, in verità, a modo suo cerca solo imitare le loro vite. Lei sta cercando disperatamente la sua identità”.

Andando più in profondità, per capire meglio Agatha, bisognava prima esplorare la sua fisicità, osserva Mia, che ha trascorso diverse ore al trucco con il make-up artist e premio Oscar Stephen Dupuis (The Fly) ogni giorno per ricostruire la pelle carbonizzata di Agatha. “Inoltre lei indossa i guanti sopra le ustioni, la cicatrice sul viso, e tutti questi rituali con la poesia e le pillole che prende”, spiega l’attrice. “È tutto questo a distinguerla”. Questa è prima volta che la Wasikowska lavora con Cronenberg. “Lavorare con David è stato meraviglioso, lui è davvero un tipo molto calmo e sereno e si affida davvero a te per il personaggio. È sempre interessante notare che le persone che fanno i film più psicologicamente inquietanti sono spesso le persone più dolci, più gentili”.

Chi Agatha davvero sperava di non rivedere è il capo della famiglia Weiss: Sanford, uno psicologo della TV la cui “Ora di Potere Personale”, offre un’annacquata analisi New Age per le masse, mentre esegue intimi massaggi psicodinamici ai suoi clienti celebri, tra cui Havana Segrand. Notevole è l’intensità con cui John Cusack interpreta il suo ruolo. Cusack stesso è passato da giovane promessa a giovane rubacuori e ad attore acclamato dal pubblico; per questo, forse, riesce ad avere una prospettiva unica della vita di una celebrità che inizia a recitare molto presto.

Oltre a questo, Cronenberg dice: “Cusack non aveva paura di scavare a fondo l’oscura personalità di questo personaggio e, in qualche strano modo, è riuscito anche a essere molto affascinante e seducente”. John Cusack aveva già conosciuto Bruce Wagner molti anni prima, quando lavorarono al film One Crazy Summer; la sceneggiatura di Maps to the Stars, però, colse Cusack di sorpresa. “È stata la distruzione più selvaggia di segreti, fama e di tutta quella miscela tossica di Hollywood che io abbia mai visto”, spiega. John Cusack, tuttavia, fa notare che Hollywood ha sempre portato quel mix di “sogni e fantasia” nel mondo dei soldi e che le cose sono cambiate ancora di più negli ultimi anni.

“Quando iniziai a lavorare in questa realtà, le cose erano diverse. Non ho mai avuto la sensazione che fosse necessario essere tra i più pagati o tra i film che aveva incassato di più nel weekend. Le persone non erano così ossessionate dalle celebrità al punto da sapere cosa avevano mangiato a colazione o se parlavano male di qualcun altro. Questa idea fissa della celebrità è nata solo dieci, quindici anni fa. Se si voleva sapere qualcosa su un attore, si guardava il suo lavoro, i film che aveva fatto, l’ammirazione era il riflesso del lavoro di un attore, non il suo status”. Sanford Weiss, sente questo profondo bisogno emotivo attorno a lui e lo prende come un’opportunità. “Vede se stesso come un guaritore”, osserva Cusack. “È un’insieme di Tony Robbins, Reiki Master e uno strizzacervelli. La vera celebrità però è suo figlio, una teen-star di proporzioni simili a Justin Bieber”.

Nella creazione del rapporto tra Sanford e suo figlio – per non parlare di quello con la figlia che ha cercato di tenere lontano dalle loro vite – a Cusack è piaciuto molto lavorare per la prima volta con Cronenberg. “Non ha nessuna paura, David, esplora tutto, ed è esaltante farne parte”, commental’attore. “Lui cerca di ridurre tutto alla sua essenza più pura. Come con altri con cui ho lavorato, Woody Allen e Clint Eastwood, ad esempio, non si provano mai le scene, quindi bisogna fidarsi davvero del tuo istinto e bloccare fuori tutto il resto e lasciarsi andare davanti alla camera”. Il produttore Martin Katz era molto curioso di vedere il lavoro fatto da Cusack. “Lo trovo diabolico in un modo molto profondo, eppure, ci sono un fascino e una magia che rendono Sanford Weiss molto umano e intrigante”.

Una gran parte dell’ego di Sanford è legato al successo economico del figlio adolescente, il “bad boy”, sensazionale teen star di Bad Babysitter e dei tabloid, Benjie Weiss. All’età di tredici anni Benjie sta cercando di raddrizzare la sua carriera, dopo il periodo trascorso in riabilitazione, ed è perseguitato dal fantasma adolescente del suo stesso senso di colpa. Cronenberg non era sicuro di riuscire a trovare un attore dell’età di Benjie che fosse stato in grado di esprimere a pieno il tagliente dialogo di Bruce Wagner. Ha trovato questa qualità nel canadese Evan Bird. “C’era bisogno che in Benjie fosse presente una strana serietà”, spiega Cronenberg. “Sorprendentemente, quando scritturammo Evan, aveva solo dodici anni, un mese prima di iniziare le riprese però compì tredici anni e oltre ad avere quelle serietà, quell’ironia e sarcasmo, allo stesso tempo avevamo ancora la sensazione di fanciullezza e fragilità.

Bird è stato attratto da subito dalle sfide del suo ruolo. “Amo le storie complesse con personaggi profondi, altrimenti non sarebbe così divertente”, spiega. “Quello che m’incuriosiva di Benjie è che lui non sa cosa sia l’amore, oltre a non avere nessun tipo limite, e per questo è in cerca di entrambi. Guadagna davvero troppi soldi ed è sfruttato dai suoi genitori”. Anche lavorare con John Cusack, è stato esaltante per Bird. “Ero davvero nervoso prima di incontrarlo, perché è una grande star, lui però è molto umile, non è come alcune persone di cui si sente parlare e poi il film gira proprio attorno a questo no?” riflette Evan.

Inoltre, era anche incuriosito dal dover interpretare qualcuno che è quasi letteralmente perseguitato. “Nel caso di Benjie si tratta del fantasma di una ragazza cui fa visita in ospedale esclusivamente per avere una spinta pubblicitaria”, spiega Bird. “Questo lo fa arrabbiare, perché lui vuole solo essere normale e non pazzo come sua sorella. Eppure lui continua a vedere questa ragazza”. Non importa cosa faccia Benjie, l’unica persona che lo difenderà sempre come un prodotto di Hollywood sarà la madre manager, Cristina. Per il suo ruolo, Cronenberg da tempo aveva in mente Olivia Williams, nota per una vasta serie di ruoli, dalla neo-classica storia di fantasmi The Sixth Sense a Rushmore di Wes Anderson e Ghost Writer di Roman Polanski.

Sapeva di aver bisogno di un’attrice molto versatile che potesse non solo vestire i panni dell’inflessibile madre, ma anche con una particolare e riservata relazione con il marito. “Ho osservato Olivia per anni”, dice il regista. “È fantastica e cambia completamente in ogni film. Inoltre lei e John formano una coppia davvero molto carismatica. Avevamo bisogno che nella relazione qualcosa fosse andato storto, che quello tra di loro fosse un magnetismo distruttivo. Quando lesse per la prima volta la sceneggiatura, la Williams la trovò esilarante e terrificante al contempo. “È pericolosamente divertente come satira”, dice l’attrice. “Si parla di argomenti molto seri - subconscio, follia, paranoia, soffocare la realtà - ed è stato tutto molto toccante, commovente, e allo stesso tempo assurdo”.

Olivia inoltre è stata molto toccata dal crollo di Cristina. “Lei è una donna molto ambiziosa e noi siamo testimoni del crollo del suo potere. Fa parte di un mondo dove qualcuno potrebbe essere la persona più orribile sulla terra e renderti la vita un inferno, ma potresti comunque volerli nel tuo film perché ti fanno fare soldi”. Certamente, lavorare con Benjie Weiss non è certo piacevole, insulta agenti e dirigenti quando non organizza festini, nonostante la sua tenera età. Cristina però è più interessata al suo futuro che alla sua mente, e questa ossessione le fa mettere da parte i più seri problemi familiari. La Williams commenta: “Diciamo che, nella storia, John Cusack e io abbiamo una relazione molto complicata, che è… come poteri definirla? infuocata”.


L’AUTISTA DI LIMOUSINE
Quando Agatha Weiss ritorna a Los Angeles, stringe subito amicizia con la prima persona che incontra: il suo autista di limousine, un aspirante sceneggiatore che lei coinvolgerà sempre più nel dramma più grande della sua vita. A interpretare il ruolo di Jerome è la stella Robert Pattinson, che voleva lavorare ancora con Cronenberg sulla scia del suo ruolo di protagonista in Cosmopolis (casualmente, Pattinson recitava la parte di un miliardario passeggero di limousine per tutto il film). È stato uno dei primi membri del cast ad accettare la parte e ciò ha aiutato a sostenere il progetto, dice Martin Katz. “L'entusiasmo di Robert per Maps to the Stars è una delle cose che ci ha stupito di più. Il ruolo di Jerome non è molto importante, è però molto significativo per la storia e la sua entrata nel cast ci ha dato una formidabile dose di entusiasmo”, ricorda il produttore. “In pratica interpreta Bruce Wagner, che prima del successo era uno scrittore disoccupato che lavorava come autista di limousine”.

Cronenberg era entusiasta di riunirsi Pattinson, e ritrovarlo in un ruolo così diverso. "Penso che Rob fosse davvero felice di essere parte di un cost così importate", dice. “Quello di Jerome, però, è anche un ruolo critico; è un personaggio amabile e Robert aveva l’opportunità di offrire una performance più naturale. Sapevo che sarebbe stato favoloso è così è stato”.
L'esperienza di lavoro di Pattinson con Cronenberg in Cosmopolis è stata così profonda che ha accettato il ruolo di Jerome prima ancora di leggere la sceneggiatura. Ma quando finalmente si sedette a leggerla, ricorda, “dopo due pagine ho pensato: wow! è così incredibilmente diverso e divertente. È una sorta di film satirico, ma è anche una storia di fantasmi e anche un po’ thriller”.

Per Rob Maps to the Stars è molto più di un'altra storia su Los Angeles: “È davvero una storia sulle persone che mentono a se stessi, dall’inizio fino alla fine", riassume. Nonostante tutto questo, Pattinson vede Jerome come il più comune dei scandalosamente ingannevoli e disperati personaggi del film; è un ragazzo normale con un lavoro regolare che crede sempre di essere a un passo dal diventare un importante attore e scrittore. “Jerome non avrebbe mai ammesso di essere solo un autista di limousine, credo che lui sia convinto di essere solo in attesa di un’imminente opportunità”, osserva Pattinson. Eppure lui è apparentemente l'unico in questa storia che non sta impazzendo o che non è un fantasma. “Lui è un ragazzo abbastanza normale, è solo un po' strano, secondo me".

Lavorare con i suoi colleghi del cast è stata un'altra forte motivazione per Pattinson. Di Julianne Moore, dice "È simpatica e anche molto equilibrata, ironicamente non si può dire lo stesso del suo personaggio Havana Segrand. Julianne riesce a entrare così silenziosamente in chi sta interpretando che si nota a malapena quando lo fa, ed è incredibile". Pattinson ha lavorato più di più con Mia Wasikowska nel ruolo di Agatha, a cui è rimasto solo Jerome come suo amico in città. "Sapevo che Mia sarebbe stata meravigliosa," dice. "È così bella che era terribile per me guardare Agatha essere maltrattata della sua famiglia". Per Cronenberg, la possibilità di lavorare con i membri del cast, come Pattinson e Gadon più volte, è uno degli aspetti più gratificanti della sua carriera. “È davvero bello per me vedere l'evoluzione e i progressi di attori con cui ho lavorato", conclude.


MAPS TO LOS ANGELES
Mentre molti interni di Maps to the Stars sono stati girati a Toronto, non c'erano dubbi che la produzione avrebbe girato a Los Angeles, per catturare la vera atmosfera di quella stana miscela di glamour e decadenza, alti fantasiosi e bassi disperati, che non possono essere certo imitati. Martin Katz dice: "Los Angeles è veramente un altro personaggio della storia. Questo è un film su come la prospettiva del successo della gente sia distorta dalla cultura della celebrità e non c'è nessun posto al mondo che sia così significativo o visibilmente toccante come Los Angeles.
Girare per la prima volta in città, ma soprattutto per la prima volta negli Stati Uniti è stato fonte d’ispirazione per Cronenberg. "Abbiamo girato solo cinque giorni a Los Angeles, ma ci sono bastati. Avevo un obiettivo: fare in modo che in ogni inquadratura ci fosse una palma e ci sono quasi riuscito”, osserva. Ha lavorato con uno staff di grande esperienza, premiati collaboratori che hanno dato vita al regno della decadenza non solo con truffatori e sognatori perduti ma anche con spiriti morti e fiamme brucianti.

Facevano parte del team: il direttore della fotografia Peter Suschitzky che ha lavorato con Cronenberg fin da Dead Ringers; la scenografa Carol Spies che ha lavorato con Cronenberg tutta la sua carriera e più recentemente a lavorato per Guillermo Del Toro in Pacific Rim; la costumista Denise Cronenberg, che ha lavorato con suo fratello dal 1986 con The Fly; per il montaggio Ron Sanders, che con Maps to the Stars arriva al suo diciassettesimo film con Cronenberg; il make-up artist e premio Oscar Stephan Dupuis e il compositore Howard Shore, tre volte vincitore dell’Academy Award.
L’indicazione che David ha dato al team è stata quella di lasciare che l'atmosfera di Los Angeles riempisse il racconto. "Ecco, la città è come una fitta foresta pluviale da cui difficilmente si può sfuggire", dice. “Afferra i personaggi, li magnetizza, li risucchia dentro. In realtà non possono sfuggire perché fa pensare loro che non vogliono fuggire. Si può vedere che in tutti i personaggi c'è disperazione e il desiderio di scappare ma non possono, non possono”.

Contrariamente a come ci ha abituato, Cronenberg ha massimizzato l’uso di mete turistiche. "A differenza di Eastern Promises, dove abbiamo girato a Londra, ma volutamente evitato tutti i luoghi iconici, in Maps to the Stars c’è molto di Hollywood. Infatti, abbiamo girato su Rodeo Drive, allo Chateau Marmont, sotto la scritta di Hollywood e a Hollywood Boulevard. Onestamente, era la prima volta in vita mia giravo qualcosa negli Stati Uniti. Anche se molti dei miei film sono ambientati negli Stati Uniti, prima di Maps per the Stars non avevo mai girato nulla di un film in America. Anche se le riprese erano a Toronto, Bruce Wagner ha fatto da guida turistica di Hollywood per Cronenberg. “Potevo chiedergli: lo farebbero questo a Los Angeles? Oppure: sarebbe una strada che potrebbe ricordane una di Los Angeles?”

In definitiva, la mappa di Cronenberg della moderna Los Angeles, e forse della cultura contemporanea stessa, è fiancheggiata da insidie psichiche e ombre, ma anche illuminate dalla vitalità umana. "La città nel film è una bellezza mortale", conclude. "È come se fosse la trappola di Venere, dove ognuno di questi personaggi è inghiottito dall’ossessione di successo, celebrità e denaro".

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