I Fiori di Kirkuk di Fariborz Kamkari

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locandina I Fiori di Kirkuk
 
Regista: Fariborz Kamkari
Titolo originale: I Fiori di Kirkuk
Durata: 115'
Genere: Drammatico
Nazione: Iraq, Italia
Rapporto:

Anno: 2010
Uscita prevista: 19 Novembre 2010 (cinema)

Attori: Morjana Alaoui, Ertem Eser, Mohammed Bakri, Ashraf Hamdi, Mohammed Zaoui, Elisabetta Pellini, Maryam Hassouni
Sceneggiatura: Fariborz Kamkari, Naseh Kamkari

Trama, Giudizi ed Opinioni per I Fiori di Kirkuk (clic qui)...In questa pagina non c'è nemmeno la trama per non fare spoiler in nessun caso.
 
Fotografia: Marco Carosi
Montaggio: Marco Spoletini
Musiche: Orchestra di Piazza Vittorio
Scenografia: Malakdjahan Khazai, Sima Yazdanfar
Costumi: Malakdjahan Khazai, Simona Marra
Trucco: Ronald Haldimann

Produzione:
Distribuzione: Medusa

La recensione di Dr. Film. di I Fiori di Kirkuk
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Colonna sonora / Soundtrack di I Fiori di Kirkuk
Potrebbe essere disponibile sotto, nei dati aggiuntivi (clic qui).

Voci / Doppiatori italiani:
Selvaggia Quattrini: Najla
Marco Foschi: Sherko
Emiliano Coltorti: Mokhtar
Enzo Avolio: Zio
Maria Luisa Orienti: Rim
Laura Romano: Bayan
Alberto Caneva: Rasheed

Informazioni e curiosità su I Fiori di Kirkuk

E' una co-produzione Italia/Svizzera/Iraq, in collaborazione con RAI Cinema, coprodotto da RSI/SRG SSR FILAS/Regione Lazio e della Regione Autonoma del Kurdistan; Con il patrocinio di Università di Roma “La Sapienza”, Ministero della Cultura dell’Iraq, Ministero degli Esteri Italiano.
Film dichiarato di interesse culturale dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali; Con il Contributo del Programma MEDIA.
Un film in arabo, curdo e italiano.

Note dalla produzione:
Note del Regista
Basato su eventi realmente accaduti, il film racconta la storia dell’amore impossibile di Najla e Sherko e dell’attrazione, anch’essa fatale, di Mokhtar per Najla. Una storia di sacrificio e dolore, di gelosia e tradimento, collegata al tema della responsabilità individuale di fronte a una tragedia di massa.
E’ molto importante per me che sia il personaggio femminile a condurre la storia e a dominare la relazione con i due uomini.

Volevo raccontare una donna mediorientale che decide e sceglie la propria vita, non passiva, che non segue le regole previste per lei dalla società. Ho conosciuto tante donne simili a questo personaggio nella realtà del Medio Oriente, dove sono cresciuto e ho vissuto, ma la comunicazione, anche cinematografica, non le ha valorizzate, questi straordinari personaggi femminili sono stati ignorati e non solo dalle società in cui vivono.
La protagonista del film è una ragazza araba che abbandona la classe degli aggressori, a cui appartiene, e sceglie di schierarsi tra le vittime. Sacrificando sé stessa, prende sulle proprie spalle il peso dei peccati della sua classe.

Sullo sfondo, una piccola parte della storia del popolo curdo, anche questa ignorata dalla comunicazione cinematografica e generale. Il racconto del genocidio programmato in Iraq da Saddam Hussein contro le minoranze etniche e in particolare contro i curdi. Una storia che non è del tutto passata, un pericolo – la persecuzione sistematica di specifiche minoranze - non completamente scongiurato. Continua a ripetersi e corre il rischio di esplodere in forme più gravi, in molti contesti. Ho sentito la necessità di raccontare uno di questi episodi ignorati, come possibile antidoto a ripetere queste logiche ciecamente. Credo che ogni genocidio, ogni persecuzione, deve entrare nella memoria collettiva e risvegliare l’attenzione contro il riprodursi di alcune circostanze tipiche che lo scatenano e il cinema può essere uno strumento molto efficace per generare memoria collettiva.

Io sono appassionato della narrazione. La narrazione comunica e può diventare denuncia senza perdere fascino e attrazione per chi la segue. Ogni narrazione ha il suo stile. Questo racconto, che viene narrato per la prima volta al cinema, ha richiesto, a me, una certa semplicità stilistica, per potenziare la comunicazione, e la necessità assoluta di girare il film nei luoghi veri dove si sono svolti, pochi anni fa, gli eventi. I visi dei tanti attori e non attori locali che hanno partecipato raccontano con le loro espressioni molte pagine non scritte. I luoghi, le luci, le atmosfere raccontano le dinamiche e la misura degli eventi, sono stati una scenografia naturale su cui innestare il nostro intervento. Un altro aspetto stilistico importante per me è la delicata relazione tra la sceneggiatura e la regia in questo film.

Ho voluto dare alla storia e alla sceneggiatura un taglio occidentale, drammatico. Il dramma – come contrapposizione dialettica di punti di vista e visioni dei fatti narrati – non appartiene alla tradizione letteraria e cinematografica orientale, maggiormente influenzate da un punto di vista unitario e da una visione poco frammentata, che scivola sulle contraddizioni, non le cavalca. Ho cercato, nella regia del film, di includere la semplicità espressiva poetica della tradizione orientale. L’operazione che mi interessava realizzare era rendere un plot narrativo di taglio occidentale attraverso tonalità primarie di taglio orientale.

Non esiste un’industria cinematografica in Iraq, dove abbiamo girato il film. E’stata una scommessa che la produzione ed io abbiamo fatto, convinti del grande valore aggiunto per il film che volevamo realizzare. Abbiamo dovuto portare tutto e tutti. Abbiamo trovato un enorme entusiasmo e partecipazione sul posto, consapevolezza dell’operazione che stavamo facendo e voglia di apprendere. Si è trattato della prima produzione internazionale e strutturata in Iraq e nel Kurdistan. Abbiamo anche deciso di coinvolgere le forze locali e di co-produrre con loro e le loro risorse, sempre alla ricerca della verità degli elementi del racconto. Nel corso dell’intera esperienza abbiamo anche incontrato forze contrarie che sembravano voler ostacolare la possibilità di realizzare questo film in Kurdistan, in Iraq, con questa formula.

Ho avuto la netta impressione più volte che il cinema come organizzato specchio di una situazione non fosse gradito o facesse paura e scatenasse forti resistenze.
La storia ha come sfondo il regime brutale di Saddam Hussein in Iraq. Ho scelto di raccontare una storia dell’Iraq di 22 anni fa per cercare di scoprire qualcosa sull’Iraq di oggi e il possibile Iraq di domani.
Questo film, che evoca alcuni orribili momenti della storia recente, è in realtà un film sull’amore, sulla conoscenza e sulla speranza di una possibile riconciliazione. Viviamo in una situazione in cui per identificare la forza dell’amore abbiamo bisogno di contrapporlo ai lati più orribili dell’esistenza.
Fariborz Kamkari


Note sulla produzione
Il progetto di film ha ricevuto il primo sostegno alla Sviluppo da MEDIA nel 2007, presentato come Single Project dalla società italiana FAR out FILMS. Nel 2008 sono stati firmati gli accordi di finanziamento e coproduzione con la FILAS/Regione Lazio, la società italiana Oskar, la società svizzera T&C Film, Eurimages, RAI
Cinema, RSI.
Le riprese si sono svolte in Iraq del nord, nella Regione Autonoma del Kurdistan dal 3 ottobre al 12 dicembre 2009. Il film è stato girato in 35mm con troupe e cast internazionali.
Il montaggio e la postproduzione hanno avuto luogo a Roma.
Il mix del suono si è svolto presso il Sound Design Studio di Berna.


Cenni storici
Situata a 250 chilometri da Bagdad, la città di Kirkuk ha più di 5000 anni di storia. Nel Kurdistan meridionale, è stata centro di battaglie di tre imperi successivi: Assiro, Babilonese, e Medio. Nel corso dei secoli, curdi, arabi, turcomanni, assiri, ebrei e cristiani hanno convissuto in relativa armonia.
All’inizio degli anni ‘80, il regime di Saddam Hussein ha intrapreso una ‘pulizia etnica’ sistematica della popolazione, trasferendo a Kirkuk centinaia di famiglie arabe fedeli al partito Baath dal sud dell’Iraq. Con il pretesto di contrastare il movimento separatista curdo le autorità irachene hanno massacrato più di 180.000 civili.

Il programma Al Anfal (che prende il nome da un versetto del Corano, che legittima lo sterminio degli infedeli) ha utilizzato armi chimiche contro i civili. La più vasta operazione di sterminio di massa è stata diretta da un cugino di Saddam Hussein, Ali Hassan al Majid (soprannominato « Ali il Chimico »). In un decreto del 3 giugno 1987, Ali al Majid stabilisce che: « Nell’ambito della loro giurisdizione, le forze armate devono uccidere tutte le persone e gli animali presenti nella zona dichiarata proibita». Secondo le organizzazioni dei Diritti Umani, circa 2000 villaggi sono stati distrutti così. Il culmine dell’operazione ha avuto luogo il 16 e 17 marzo 1988, quando nel bombardamento chimico della città di Halabja più 5.000 civili hanno trovato la morte.

Dopo la caduta di Saddam Hussein, nel 2003, migliaia di curdi e turcomanni sono tornati a Kirkuk. Nel novembre 2007, era programmato un importante referendum in questa provincia per riorganizzare la regione allo scopo di ritrovare l’armonia che per tanti millenni ha regnato tra le diverse comunità, prima del regime di Saddam Hussein. A tutt’oggi, il referendum sulla scelta federalismo o meno, è rimandato.
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