Regista: Joshua Oppenheimer
Titolo originale: The Act of Killing
Durata: 158'
Genere: Documentario
Nazione: Danimarca, Norvegia, Gran Bretagna, Svezia, Finlandia
Rapporto:
Anno: 2012
Uscita prevista: 17 ottobre 2013
Attori: Haji Anif, Syamsul Arifin, Sakhyan Asmara, Anwar Congo, Jusuf Kalla, Herman Koto, Haji Marzuki, Safit Pardede, Ibrahim Sinik, Soaduon Siregar, Yapto Soerjosoemarno, Adi Zulkadry
Trama, Giudizi ed Opinioni per The act of killing (clic qui)...In questa pagina non c'è nemmeno la trama per non fare spoiler in nessun caso.
Titolo originale: The Act of Killing
Durata: 158'
Genere: Documentario
Nazione: Danimarca, Norvegia, Gran Bretagna, Svezia, Finlandia
Rapporto:
Anno: 2012
Uscita prevista: 17 ottobre 2013
Attori: Haji Anif, Syamsul Arifin, Sakhyan Asmara, Anwar Congo, Jusuf Kalla, Herman Koto, Haji Marzuki, Safit Pardede, Ibrahim Sinik, Soaduon Siregar, Yapto Soerjosoemarno, Adi Zulkadry
Trama, Giudizi ed Opinioni per The act of killing (clic qui)...In questa pagina non c'è nemmeno la trama per non fare spoiler in nessun caso.
Fotografia:
Montaggio: Niels Pagh Andersen,Janus Billeskov Jansen,Mariko Montpetit,Charlotte Munch Bengtsen,Ariadna Fatjó-Vilas Mestre
Musiche: Elin Øyen Vister
Produttore: Signe Byrge Sørensen,Joramten Brink, Anne Köhncke, Michael Uwemedimo, Joshua Oppenheimer, Christine Cynn Anonymous
Produttore esecutivo: Errol Morris, Werner Herzog, André Singer, Joram ten, Brink, Torstein Grude, Bjarte Mørner Tveit
Produzione: Final Cut for Real,Piraya Film,Novaya,Zemlya,Spring Films Ltd
Distribuzione: I Wonder Pictures
Montaggio: Niels Pagh Andersen,Janus Billeskov Jansen,Mariko Montpetit,Charlotte Munch Bengtsen,Ariadna Fatjó-Vilas Mestre
Musiche: Elin Øyen Vister
Produttore: Signe Byrge Sørensen,Joramten Brink, Anne Köhncke, Michael Uwemedimo, Joshua Oppenheimer, Christine Cynn Anonymous
Produttore esecutivo: Errol Morris, Werner Herzog, André Singer, Joram ten, Brink, Torstein Grude, Bjarte Mørner Tveit
Produzione: Final Cut for Real,Piraya Film,Novaya,Zemlya,Spring Films Ltd
Distribuzione: I Wonder Pictures
La recensione di Dr. Film. di The act of killing
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Colonna sonora / Soundtrack di The act of killing
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Informazioni e curiosità su The act of killing
Note dalla produzione:
Note del regista
Gli inizi
Nel febbraio del 2004 ho filmato il leader di un uno squadrone della morte mentre mi mostrava come, in meno di tre mesi, lui e suoi compagni aguzzini siano riusciti a massacrare più di 10500 presunti comunisti sulla riva un fiume, nel Nord di Sumatra. Quando concluse la sua spiegazione, mi chiese il permesso di fare alcuni scatti con la mia camera a lui e ai suoi commilitoni vicino alla sponda del fiume. Mentre scattavo le foto l’uomo sorrideva, posava davanti all’obiettivo col pollice in su, oppure facendo il segno di vittoria.
Due mesi dopo sono uscite altre foto, questa volta di un soldato americano, sorridente e con il pollice alzato mentre torturava e umiliava un prigioniero iracheno, La notizia ha fatto il giro del mondo. L’aspetto più inquietante di queste foto non è la violenza in se dell’immagine, quanto piuttosto il fatto che rivelino esattamente come i protagonisti volessero apparire e come pensavano di voler esser ricordati in quel preciso momento. Interpretare, recitare e posare sembra essere parte della procedura di umiliazione.
Lontani o vicini a casa?
Le differenze tra le situazioni che io stavo filmando in Indonesia e le altre situazioni di persecuzioni di massa possono, in un primo momento, sembrare ovvie. Diversamente da quanto è avvenuto in paesi come il Rwanda, il Sud Africa o la Germania, in Indonesia non c’è mai stato un processo di riconoscimento della verità o l’istituzione di commissioni per la riconciliazione, non ci sono stati processi, nessun memoriale per le vittime. Al contrario sin dal primo momento in cui gli autori e i loro protégés (protetti) commisero quelle atrocità furono liberi di girare per il paese sostenendo che un docile (e spesso terrorizzato) pubblico li rispettava (onorava) come eroi nazionali.
Chiediamocelo. E’ una situazione davvero così eccezionale?
Nel corso della storia anche negli Stati Uniti diversi assassini e responsabili di sparizioni e detenzioni hanno ricoperto le più alte posizioni politiche e allo stesso tempo, si sono dati molto da fare per essere ricordati come salvatori della civiltà occidentale. Si potrà credere che una tale narrazione degli eventi (nonostante una chiara evidenza del contrario) suggerisca un fallimento dell’immaginario collettivo, in realtà rivela la forza di una narrazione capace di condizionare quanto vediamo.
Il fatto che Anwar e i suoi amici tanto ammirassero i film americani, la musica Americana, i vestiti Americani, ha reso più difficile ignorare il contesto e ha trasformato quanto io stavo filmando in una allegoria da incubo.
Filmando i sopravvissuti
Quando ho cominciato a sviluppare The Act of Killing nel 2005, avevo già girato per tre anni con i sopravvissuti del massacro del 1965/66, avevo vissuto per un anno in un villaggio di sopravvissuti nella piantagione fuori Medan ed ero diventato molto intimo con diverse famiglie della zona. Durante quel periodo, Christne Cynn ed io stavamo collaborando con il nascente sindacato dei lavoratori per realizzare The Globalization Tapes, e cominciare la produzione del prossimo film su una famiglia di sopravvissuti che iniziava a confrontarsi (con incredibile dignità e pazienza) con gli assassini che avevano ucciso i loro figli. I nostri sforzi per riprendere le esperienze dei sopravvissuti (mai espresse prima pubblicamente) ebbero luogo davanti ai loro torturatori, come pure dei carnefici che avevano ucciso i loro congiunti, uomini che, come Anwar Congo, si sarebbero vantati delle loro imprese. Ironicamente dovemmo affrontare il pericolo maggiore mentre filmavamo i sopravvissuti. Incontrammo ostacoli su ostacoli.
Per esempio, quando tentammo di filmare una scena nella quale ex prigionieri politici provavano una ballata giavanese durante loro periodo di detenzione nei campi di concentramento ( dove descrivevano come loro fornissero forza lavoro per una piantagione Britannica e come ogni notte alcuni dei loro amici sarebbero stati consegnati agli squadroni della morte per essere uccisi), fummo interrotti dalla polizia che cercò di arrestarci.
Altre volte gli emissari dei proprietari delle piantagioni London-Sumatra interruppe le riprese del film “onorandoci” con un “invito” ad un incontro nel quartier generale della piantagione. Un’altra volta arrivò il sindaco del villaggio con una scorta militare per dirci che non avevamo il permesso di girare il film. Un’altra volta un membro del “NGO” incaricato alla “riabilitazione delle vittime degli omicidi del 1965-66” si alzò è dichiarò “Questo terreno nostro, i contadini ci hanno pagati per proteggerli” (Quando più tardi visitammo l’ufficio degli NGO, scoprimmo che il loro capo non era altri che il capo degli assassini in quell’area ed un amico di Anwar Congo, inoltre lo staff dei NGO sembravano essere ufficiali dei servizi segreti).
Non solo ci sentivamo in pericolo a filmare i sopravvissuti, ma eravamo preoccupati anche per la loro incolumità. I sopravvissuti non poterono rispondere alla domanda su come fossero stati perpetrati gli omicidi.
Assassini vanagloriosi
Gli assassini erano più che desiderosi di aiutarci, e, quando li filmammo mentre descrivevano con superbia i loro crimini contro l’umanità, non incontrammo alcuna resistenza di sorta. Tutte le porte erano aperte. La polizia locale si offre di scortarci nei siti degli omicidi di massa, salutando o coinvolgendo gli assassini con battute scherzose, secondo il grado di conoscenza o il rango degli assassini stessi. Gli ufficiali avrebbero persino incaricato i militari di tenere i curiosi a distanza, in modo da non disturbare le nostre riprese sonore. Questa situazione bizzarra fu il mio secondo punto d’inizio per The Act of Killing.
Intanto mi chiedevo: cosa vuol dire vivere ed essere governati da un regime la cui forza risiede sul lavoro di alcuni assassini di massa e su arroganti arringhe pubbliche che intimidiscono i sopravvissuti fino al silenzio?
Di nuovo un profondo fallimento della coscienza collettiva.
Cogliere il momento
In questo ho visto un’opportunità: se agli esecutori del Nord Sumatra fossero stati dati i mezzi per drammatizzare i loro ricordi del genocidio in qualunque modo loro volessero, avrebbero probabilmente tentato di glorificarsene ulteriormente trasformando l’evento in “un bel film per famiglie” (secondo Anwar) il cui uso caleidoscopico dei generi avrebbe riflesso le loro molteplici e conflittuali emozioni per il “loro glorioso passato”. Ho già anticipato che i risultati di questo processo sarebbero serviti come denuncia per gli indonesiani stessi di quanto rimangano profonde l’impunità e la mancanza di giustizia nel loro paese.
Inoltre Anwar e i suoi amici avevano aiutato a costruire un regime che terrorizzava le loro vittime poiché li trattava da eroi, ed io realizzai che il processo di ripresa cinematografica avrebbe potuto rispondere a molte domande sulla natura di un tale regime, domande che avrebbero potuto sembrare secondarie rispetto a ciò che avevano fatto, ma in realtà erano inseparabili dal fatto. Per esempio come realmente pensavano Anwar e i suoi amici che la gente li considerasse? Come volevano essere considerati? Come loro stessi si vedevano? Come vedevano le loro vittime? Come il modo in cui loro pensavano di essere considerati dagli altri rivelava quello che immaginavano del mondo nel quale vivevano, la cultura che avevano contribuito a costruire?.
Il metodo cinematografico usato per The Act of Killing fu sviluppato per dare risposta a queste domande.
Dovrebbe essere considerato come una tecnica investigativa, raffinata per aiutarci a capire non solo quello che vediamo, ma anche come lo vediamo, e come immaginiamo. Il risultato scaturito da questo processo investigativo potrebbe essere meglio descritto come un documentario dell’immaginazione. Queste sono domande di fondamentale importanza per capire i processi di costruzione dell’immaginario attraverso i quali gli esseri umani si perseguitano l’un l’altro, e come possiamo andare avanti a costruire (e vivere) in società fondate su di una sistematica e perseverante violenza.
La reazione di Anwar
Se il mio scopo nell’iniziare il progetto era trovare risposte a queste domande, e se lo scopo consapevole di Anwar era di glorificare le sue azioni passate, in un certo senso potrebbe essere stato in parte deluso dal film finale. E pure, una componente cruciale del processo filmico coinvolse l’analisi della reazione di Anwar e dei suoi amici durante le riprese. Inevitabilmente abbiamo schermato le più dolorose. Loro sanno cosa c’è nel film, infatti ci furono profondi dibattiti riguardo al film nel film e si discusse apertamente sulle conseguenze della sua uscita in sala.
Il vedere queste scene rese soltanto Anwar più interessato al lavoro ed io realizzai gradualmente che lui stava facendo un viaggio parallelo più personale durante le riprese, un viaggio nel quale ha cercato di venire a patti con il significato di ciò che aveva fatto. In questo senso Anwar è il più coraggioso e onesto personaggio del film. Lui può o non può “gradire” il risultato, ma io ho tentato di rendere onore al suo coraggio e alla sua presa di coscienza presentandolo con più onestà e compassione che potevo, pur prendendo le distanze dalle inenarrabili atrocità da lui commesse.
Non c’è una soluzione facile per The Act of Killing, l’assassinio di un milione di persone è inevitabilmente carico di complessità e contraddizioni. Si lascia dietro una grande confusione e ancor più perché gli assassini sono rimasti al potere,perché non c’è stato nessun tentativo di fare giustizia, e la storia è stata finora usata solo per intimidire i sopravvissuti. Il tentativo di capire una tale situazione, intromettendosi in essa e documentandola, non può che essere egualmente complicato, confuso.
La battaglia continua
Ho sviluppato un metodo filmico attraverso il quale ho cercato di capire perché un’estrema violenza che noi speriamo inimmaginabile, non solo è l’esatto opposto, ma è anche realizzata di routine. Ho tentato di capire il vuoto morale che renda possibile che gli autori di un genocidio siano celebrati in programmi della televisione pubblica con applausi e sorrisi. Alcuni spettatori potrebbero desiderare un finale più “tradizionale” del film: una battaglia vincente per la giustizia che abbia epilogo in un rovesciamento dei poteri, in tribunali per i diritti umani, in riparazioni e scuse ufficiali. Un semplice film non può generare cambiamenti di tale portata, ma questo desiderio è stato ovviamente il motivo della nostra ispirazione.
Tentiamo di portare alla luce uno dei capitoli più oscuri della storia dell’Indonesia e dell’umanità e di mostrare il costo reale della cecità, dell’opportunismo e dell’incapacità di controllare l’avidità e la fame di potere in un mondo sempre più globalizzato. Questa non è una storia solo sull’Indonesia, è una storia che riguarda tutti noi.
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