Adisa o la storia dei mille anni di Massimo Domenico DOrzi

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locandina Adisa o la storia dei mille anni
 
Regista: Massimo Domenico DOrzi
Titolo originale: Adisa o la storia dei mille anni
Durata: 80'
Genere: Documentario
Nazione: Italia
Rapporto:

Anno: 2011
Uscita prevista: 16 Febbraio 2012 (cinema)

Attori:
Soggetto: Massimo Domenico D'Orzi

Trama, Giudizi ed Opinioni per Adisa o la storia dei mille anni (clic qui)...In questa pagina non c'è nemmeno la trama per non fare spoiler in nessun caso.
 
Fotografia: Stefano D'Amadio
Montaggio: Paola Traverso
Musiche: Hadzovic Ruzdija

Produzione: Il Gigante, Mediateca Regionale, Toscana Film Commission, SAM
Distribuzione: Il Gigante Cinema

La recensione di Dr. Film. di Adisa o la storia dei mille anni
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Colonna sonora / Soundtrack di Adisa o la storia dei mille anni
Potrebbe essere disponibile sotto, nei dati aggiuntivi (clic qui).

Informazioni e curiosità su Adisa o la storia dei mille anni


Note dalla produzione:
PRESENTAZIONE
ADISA O LA STORIA DEI MILLE ANNI è un film documentario apparso sugli schermi italiani ed europei perla prima volta nel 2004. Approdato in Francia, a seguito del grande successo di sala, il film è stato pubblicato in DVD, esaurendo in fretta la prima tiratura.

A otto anni dalla sua prima apparizione sugli schermi, Il Gigante Cinema e Infinito Edizioni hanno deciso di intraprendere la medesima avventura nelle librerie italiane, con un cofanetto (Libro + DVD) che contiene, oltre alla ricostruzione della genesi del film da parte del regista, i contributi inediti ed eccezionali del regista Silvio Soldini, del critico cinematografico e documentarista Fabrizio Grosoli, dell’intellettuale e scrittore bosniaco Professor Predrag Matvejevié, della giornalista Silvia Angrisani e della montatrice del film Paola Traverso.

ADISA O LA STORIA DEI MILLE ANNI racconta, in un gioco di primi piani e chiaroscuri, un viaggio attraverso uomini, donne, bambini appartenenti al popolo Rom. Un popolo per noi ancora oggi misterioso e sconosciuto, oggetto di discriminazioni e violazioni dei più basilari diritti umani.

Partito per documentare la realtà e il presente in Bosnia—Erzegovina — paese che porta ancora profonde e sanguinanti le sue ferite di guerra — D’Orzi fa emergere dalla sua pellicola volti e movenze che ci raccontano di una storia e di una cultura provenienti da molto lontano, la cui bellezza va a intrecciarsi con un linguaggio cinematografico originale, teso a superare la distinzione tra genere documentaristico e finzione cinematografica.

ADISA O LA STORIA DEI MILLE ANNI, con i suoi colori e i suoi ritratti caravaggeschi, a modo suo rappresenta un viaggio al termine della notte. Con una distinzione essenziale: la notte, il buio, non rappresentano, come alcuni credono, la morte o la follia, ma solo l’inizio della conoscenza...

«I Rom hanno vissuto la loro Shoah. Spesso si dimentica che furono uccisi a decine di migliaia nei campi di sterminio nazisti, insieme agli Ebrei. Il loro modo di vivere non è vietato dalla legge, ma sono sottoposti a stretti controlli. Ouesto capita in vari tempi, in diversi paesi. Non si sa con esattezza quanti siano i Rom residenti in ciascuno Stato. Sappiamo però che in alcuni sono numerosi, soprattutto nei Balcani orientali. Ma un numero ancora più consistente di essi è "sempre in cammina". Chissa da dove vengono o dove vanno; ignoriamo se partono o tornano.

In Europa ce ne sono più di dieci milioni. Se si mettessero insieme formerebbero una popolazione più numerosa di quella di una mezza dozzina di Stati del nostro continente. Non hanno un proprio territorio né un proprio governo. Hanno tutti un paese natale, ma non una patria. Sono parte del popolo in mezzo al quale vivono, ma non di una nazione. Non sono neppure una mi—noranza nazionale — sono transnazionali».
(Predrag Nlatvejevié)


CONTRIBUTI di SILVIO SOLDINI e FABRIZIO GROSOLI
La prima cosa che ricordo di avere imparato è che il termine Rom significa "uomo"; tutti gli altri, noi, i sedentari, sono solo "gagé". La seconda è che all'interno del mondo Rom, al di là della comune origine indo—europea, non esiste un'unità ma tante differenze, gruppi o ceppi diversi. Ci sono gli Havati, i Kanjaria, i Lovara, i Khorakhané, i giostrai, gli Abruzzesi (che sono in Italia dal 1300)... E come se non bastasse ci sono i Sinti, che molti non considerano nemmeno Rom.
La terza, in fondo la più triste e l'origine di tanti problemi: il nomadismo, già allora, vent’anni fa, non esisteva quasi più. Gli zingari sono ormai diventati sedentari o semisedentari, obbligati dalle limitazioni imposte, da com’è cambiata la società contemporanea: i pochi "fortunati" abitano in appartamenti, lavorano... i più vivono, o sopravvivono, in campi malamente attrezzati ai bordi delle nostre città.

La sedentarizzazione è il contrario di nomadismo. Costringe a modificare stili di vita, valori, organizzazione sociale... Essere nomadi, seppur deboli e spesso perseguitati, significava avere contatti saltuari con le varie società attraversate: era questo che aiutava a resistere all'assimilazione e conservare la propria diversità.
Ora non è più cosi, i bambini vanno spesso a scuola, guardano la tv, la cultura (soprattutto la sottocultura) e i valori in cui crescono è un’altra... Esistono ancora dei tratti comuni tra tutti loro?

«Vuoi sapere la differenza tra un gagiò e un Rom? È la stessa differenza che corre tra l’orologio e il tempo: il primo segna i secondi, i minuti, le ore e tu sai che dopo le sei vengono le sette, e poi le sette e mezza". Il secondo è il sole e la pioggia, il vento e la neve. E tu non sai mai davvero quello che sarà.»
(Anna Rita Calabrò - Il vento non soffia più)

Sono parole che ci parlano di distanza, di qualcosa di quasi arcaico, che non possiamo forse più capire.
Come il considerare lo spazio che si attraversa non qualcosa che appartiene a qualcuno, ma un bene di passaggio, che ti serve — a trovare acqua, accendere un fuoco, cercare un riparo...
Credo che sia proprio una concezione del tempo e dello spazio cosi diversa dalla nostra — e resa così bene dai tempi e dalle atmosfere di ADISA O LA STORIA DEI MILLE ANNI- ad accomunare ancora, nonostante tutto, i membri di questo popolo sui generis, l'unico senza bandiere né confini. E a renderlo incomprensibile a noi, abitanti delle società industriali, che poco ormai sappiamo dei ritmi naturali, del susseguirsi delle stagioni, dell'a|ternarsi del giorno e della notte, cose che hanno a che fare con società contadine o comunque preindustriali. La nostra vita si è ormai allontanata troppo da quella dei nostri avi, divisa com’è tra lavoro e tempo libero, impostata com’è su tempo e denaro.

Da Il tempo e l’orologio di Silvio Soldini- prefazione al testo Adisa o la storia dei mille anni. Un viaggio emozionante nel misterioso popolo Rom della Bosnia Erzegovina, 2012, Infinito edizioni



Negli ultimi anni sono stati realizzati moltissimi documentari sui Rom, in coincidenza purtroppo con un’emergenza sociale basata su fenomeni sempre più diffusi di intolleranza e razzismo (anche ”statale") più o meno dichiarato. Cineasti di tutti i Paesi europei si sono sforzati di denunciare, di indignarsi, ma forse soprattutto di capire il mistero di un popolo che resiste a un'idea di forzata, globale integrazione e fa della sua alterità una condizione imprescindibile di esistenza.
ADISA è forse il primo film che non tenta di capire, di fermarsi alla comprensione. A partire dall'umile e insieme orgogliosa dichiarazione enunciata nel cartello iniziale («...Abbiamo seguito le immagini e il movimento senza capire...»).
Perché va oltre.
Oltre lo sguardo paternalista e indagatorio che assume di solito il filmmaker, oltre la volontà di costruire immagini rassicuranti che possano attenuare le contraddizioni, oltre la tentazione di fermarsi alla "fotogenia” folkloristica di quella gente.

Massimo D'Orzi mette da subito la sua camera all'asco|to delle persone e dei luoghi che filma, è affascinato, ma non travolto, resta al di fuori di volti, corpi, azioni quotidiane e nello stesso tempo ne coglie naturalmente i dettagli, l'intimità. E per questo riesce a essere — come accade a tutti i veri documentaristi — insieme dentro la Storia e fuori da una banale restituzione dell'attua|ità 0 della cronaca. Anche se le persone che vediamo, i racconti che sentiamo non sono certo, purtroppo, fuori dal tempo.
Fin dall'inizio l'autore ci mette in condizione di cogliere le origini e le motivazioni del suo viaggio. Siamo in Bosnia, in una terra che è uscita dalla guerra odiosa e fratricida da poco, in un angolo remoto che di quella tragedia subirà ancora per molto tempo le conseguenze. Un villaggio tra fiumi e montagne aspre è popolato da un’etnia rom, i Ka/operi, che appunto da sempre hanno fatto la scelta di restare stanziali e non praticare il nomadismo.

D’Orzi si avvicina a questa gente con pudore, senza fingere un’impossibi|e familiarità (udiamo costantemente la voce di un "mediatore", una guida locale ma non interna alla comunità che pone questioni alle persone filmate, senza per questo rappresentare evidentemente il punto di vista del cineasta). Eppure è come se fossimo proiettati fin dalle prime sequenze nel cuore di questo microcosmo così riconoscibile (in qualche modo è come se ritrovassimo d’un tratto l'essenza di un mondo contadino che è nella memoria ancestrale di tutti) e in fondo così alieno (volti e sguardi sereni, ma con una traccia persistente di imperscrutabile malinconia).
Si parla spesso, nel mondo del film documentario, della questione della "giusta distanza" tra il filmmaker e l'oggetto filmato. Distanza che, si dice, non dovrebbe essere né troppo neutra né eccessivamente invasiva, quindi in sostanza rispettosa di ciò che si sta filmando. Ebbene, in questo caso D’orzi ha trovato questa distanza proprio rinunciando alla presunta oggettività dei piani totali, delle riprese, se vogliamo, a figura intera.

L’approccio stilistico dominante è rappresentato dal primo (o anche dal primissimo) piano. Quindi volti bellissimi- soprattutto, è chiaro, quello di Adisa e degli altri bambini- ripresi mentre i loro sguardi vagano verso dimensioni misteriose, sempre collocati nel calore e nella pienezza di un Contesto da interno familiare. E questo, si badi bene, anche nelle scene, come quella del ballo, in cui normalmente la camera dovrebbe allargarsi per mostrare il totale della scena.
La forza del film sta proprio nella sensibilità insita nel riprendere questi volti, senza appunto che ci sia mai l'idea di un approccio intrusivo, ma al contrario l'istituzione di un rapporto quasi magico e misterioso che permette di far venire fuori una verità ulteriore, oltre le parole faticosamente e timidamente pronunciate (come nella bellissima sequenza della ragazza che dichiara la sua distanza irrevocabile dai rom nomadi e dalla lingua dei padri).

E in fondo allo stesso modo sono girate le sequenze in esterni: i movimenti quotidiani intravisti, ancora con pudore, dietro le tende ricamate, il paesaggio invernale che circonda il villaggio, l'idea di uno scorrere liquido delle esistenze attraverso le riprese in movimento lungo il fiume.
La ”condizione" sociale di questa comunità, nelle sue durezze e tragedie, nel suo isolamento frutto di discriminazioni, ma anche nei sogni perduti di un passato mitico e favoloso (l'origine dall'India, i riti e le feste che in un’epoca felice arricchivano la vita quotidiana), viene fuori allora certamente da parole piene di dignità, ma ancora di più dagli elementi ”antropologici" e dalle suggestioni visive che la camera riesce sottilmente a catturare: il fuoco, le ombre, il contrasto tra luce e oscurità, gli arcaici strumenti musicali, le pieghe dei volti e ancora, su tutti, l'incredibiIe e insondabile sguardo di Adisa.

Da L’insondabile sguardo di Adisa, presentazione di Fabrizio Grosoli al testo Adisa o la storia dei
mille anni. Un viaggio emozionante nel misterioso popolo Rorn della Bosnia Erzegovina, 2012, Infinito edizioni



INTENZIONI DI REGIA
Eravamo in quattro: io, il direttore della fotografia e operatore Stefano D'Amadio, l'aiuto regista e secondo operatore Francesco Lomastro, e una guida (un Rom partito con noi da Roma che ci ha fatto anche da attore e interprete) Jasmin Sejdic.
La sua presenza e stata essenziale. Questa ricerca ci ha costretti a denudarci, a rinunciare agli abiti rassicuranti del professionista. Così, saliti sul furgone che ci aveva prestato il capo della comunità rom di un campo nomadi romano, siamo partiti.

ADISA è il risultato di questo lavoro, è il frutto del rapporto immediato, spontaneo e senza filtri, che si è verificato fra noi e loro. Fra noi e le decine di donne e bambini che abbiamo incontrato in questo "viaggio nello spazio e nel tempo".
Il lavoro sulla luce e sul colore è stato essenziale: fin dall’inizio abbiamo compreso che se avessimo documentato obiettivamente e realisticamente quella realtà non avremmo capito niente anzi, avremmo ucciso quella dimensione più profonda e misteriosa che è la vera essenza di quel popolo e di quella cultura.
Ombre, luci, colori, neri, per raccontare una storia attuale ma che, attraverso le linee dei volti dei protagonisti, sembra ripercorrere i mille anni trascorsi da quando gli zingari (per una ragione tuttora sconosciuta) abbandonarono quella regione dell'India per non farvi più ritorno.

Una volta rientrati a Roma, ci trovammo di fronte ad una sfida: ricostruire... dipingere col montaggio un’opera che non poteva in alcun modo tradire le intenzioni con cui il lavoro era stato concepito. E dunque, ancora una volta, abbiamo rinunciato alle strutture, alle griglie. Difficile non cadere nella letteratura quando si vuole vincere l'angoscia di un lavoro vastissimo senza canovaccio da seguire. Avevamo solo un’immagine d’insleme: tre tavole, due laterali e una centrale. Per non tradire il rapporto con quegli uomini, donne e bambini, che era stato tenuto esclusivamente grazie —e mediante- le immagini (quelle che proponevamo, quelle che vedevamo, ma soprattutto quelle che nascevano nel rapporto con loro), abbiamo dovuto continuare il lavoro sulla stessa base: lasciandoci andare.

Certo, c'era anche una motivazione più razionale che era quella di capire che cosa ne fosse stato di loro, degli zingari, un popolo notoriamente senza patria e senza religione, in una terra (Ia ex—Jugos|avia) in cui intere etnie si erano massacrate in nome di una nazione e del loro buon dio. Ne resta la traccia. Ma la storia vera sfugge alle spiegazioni e se ne resta sfacciatamente scritta lì, tra i chiaroscuri dei loro volti.

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