Uomini di Dio di Xavier Beauvois

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locandina Uomini di Dio
 
Regista: Xavier Beauvois
Titolo originale: Des hommes et des dieux
Durata: 120'
Genere: Drammatico
Nazione: Francia
Rapporto:

Anno: 2010
Uscita prevista: Cannes 2010,22 Ottobre 2010 (cinema)

Attori: Jean-Marie FRIN, Jacques Herlin, Philippe Laudenbach, Michael Lonsdale, Olivier Rabourdin, Roschdy Zem, Sabrina Ouazani, Goran Kostic, Lambert Wilson, Xavier Maly, Loïc Pichon
Sceneggiatura: Etienne Comar, Xavier Beauvois

Trama, Giudizi ed Opinioni per Uomini di Dio (clic qui)...In questa pagina non c'è nemmeno la trama per non fare spoiler in nessun caso.
 
Fotografia: Caroline Champetier
Montaggio: Marie-Julie Maille
Musiche: François Polgar
Scenografia: Michel Barthélémy
Trucco: Pierre Olivier Persin

Produttore: Pascal Caucheteux, Etienne Comar
Produttore esecutivo: Frantz Richard
Produzione: Armada Films, Why Not Productions
Distribuzione: Lucky Red

La recensione di Dr. Film. di Uomini di Dio
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Colonna sonora / Soundtrack di Uomini di Dio
Potrebbe essere disponibile sotto, nei dati aggiuntivi (clic qui).

Voci / Doppiatori italiani:
Angelo Maggi: Christian
Bruno Alessandro: Luc
Roberto Pedicini: Christophe
Gianni Giuliano: Celestin
Valerio Ruggeri: Amedee
Gerolamo Alchieri: Jean-pierre
Oliviero Dinelli: Michel
Giorgio Lopez: Paul
Dario Penne: Sidi Larbi
Michele Gammino: Bruno
Stefano De Sando: Prefetto
Francesco Pannofino: Ali Fayattia
Patrizia Burul: Rabbia

Informazioni e curiosità su Uomini di Dio

Il titolo originale, che tradotto esattamente sarebbe "Uomini e Dei", si riferisce ad una citazione biblica presentata all'inizio del film (salmo 82:6-7).

Il progetto per la realizzazione del film nacque nel 2006 quando, in occasione del decimo anniversario della morte di sette monaci cistercensi in Algeria ad opera di un gruppo terroristico, la vicenda fu riesaminata dai media, mettendo in luce come l'uccisione potrebbe essere stata causata da un errore dell'esercito algerino durante un tentativo di salvataggio.
Etienne Comar rimase colpito dalla vicenda, decidendo di approfondire la storia, affascinato soprattutto dai motivi che spinsero i monaci a restare nonostante i rischi della guerra civile. Tentò di scrivere una sceneggiatura e nel 2008 ne presentò una prima bozza al regista Xavier Beauvois, che accettò di collaborare al progetto.
I due, durante le loro ricerche hanno incontrato diversi teologi, soggiornando anche per una settimana presso l'Abbazia di Tamié, sulle Prealpi dei Bauges, nella Savoia francese. Alcune ispirazioni sono arrivate dagli scritti di due dei monaci assassinati: Christian de Chergé e Christophe Lebreton. Inoltre è stato chiesto ad un consulente monastico, Henry Quinson, di correggere eventuali errori e aggiungere contenuti liturgici e storici per cercare di rendere la storia più autentica possibile.
Successivamente la sceneggiatura è stata inviata ai parenti dei monaci defunti, che hanno reagito positivamente al progetto.

La produzione è stata guidata dalla Why Not Productions, con la collaborazione di Armada Films e France 3. Il Centre national du cinéma et de l'image animée, istituzione cinematografica nazionale presieduta dal Ministero della Cultura francese, ha garantito il suo sostegno finanziario; il budget è stato di circa quattro milioni di euro.

Le riprese sono iniziate all'inizio del mese di dicembre 2009 nei pressi di Meknes, in Marocco, e si sono concluse due mesi dopo. La location principale è stata il monastero benedettino di Tioumliline, rimasto inutilizzato e incustodito per più di 40 anni. Lo scenografo Michel Barthélémy lo ha rinnovato, adattandolo ai fatti reali avvenuti nel 1996 in Algeria, facendolo quindi somigliare a quello di Tibhirine.

Il film ha vinto numerosi premi: Premio della Giuria al Festival di Cannes 2010; Prix César 2011: miglior film; miglior attore non protagonista, l’ottantaduenne Michael Lonsdale, miglior fotografia.


Note dalla produzione:

Io sono suo e seguo le sue orme;
vado verso la mia piena verità pasquale.
Vista la direzione che prendono le cose
e la piega degli avvenimenti…
vi dico, in piena verità, va tutto bene.
La fiamma si è piegata, la luce si è inclinata…
Posso morire
Eccomi qui
Frère Christophe

Il mio corpo è per la terra,
ma, per favore,
nessuna barriera
tra lei e me.
Il mio cuore è per la vita,
ma, per favore,
nessuna smanceria
tra lei e me.
Le mie braccia per il lavoro,
saranno incrociate
molto semplicemente.
Per il mio volto:
rimanga nudo
per non impedire il bacio,
e lo sguardo
lasciatelo vedere!
p.s. Grazie.
Frère Christophe


SUL FILM
UOMINI DI DIO di Xavier Beauvois è liberamente ispirato alla tragedia di Tibhirine (1996), in cui sette monaci francesi di un monastero algerino furono rapiti da un gruppo del GIA (Gruppo Islamico Armato) e assassinati.
Il film esamina gli ultimi mesi vissuti da una piccola comunità di monaci cristiani in “terra musulmana".
Il film è incentrato più sulla ricerca del significato degli eventi e di ciò che era in gioco per la comunità, che sul racconto dei dettagli di ciò che realmente accadde.
La storia ha inizio diverse settimane prima che i terroristi lanciassero un ultimatum ordinando a tutti gli stranieri di lasciare il paese. Un gruppo armato terrorista arriva perfino a fare irruzione nel monastero alla vigilia di Natale. Il dilemma dei monaci, latente fino a quel momento, si fa allora esplicito: restare o andarsene? La decisione deve essere presa di concerto dal gruppo. Ma per loro la scelta di andare o di rimanere, nonostante le minacce, è carica di conseguenze. Quando rifiutano la protezione militare, il governo chiede loro di tornare in Francia.
Ciascun monaco prende la sua decisione ottemperando a principi umani, politici e religiosi e sondando le profondità della propria anima e della propria coscienza.
Questa tensione drammatica accompagna la vita quotidiana mistica e pratica della comunità: il loro stretto legame con gli abitanti del villaggio e la carità con la quale cercano di contrastare la violenza che divora il Paese.
UOMINI DI DIO testimonia il reale impegno dei monaci e la forza del messaggio di pace che desideravano attestare restando in mezzo ai loro fratelli musulmani: la possibilità di trovare un comune terreno di fraternità e spiritualità tra cristianità e islam.
I monaci chiamavano i membri dell’esercito "i fratelli della pianura" e i terroristi "i fratelli della montagna". Per nulla ingenui, erano consapevoli di trovarsi su un sottile spartiacque tra due fazioni con posizioni ambigue. Il film di Xavier Beauvois adotta il punto di vista dei monaci e mostra il ritmo di vita di un monastero cistercense.


LA VITA MONASTICA
La vita dei trappisti cistercensi trae i suoi fondamenti dalla Bibbia, dalla Regola di San Benedetto (scritta nel VII° secolo) e dagli scritti dei padri del monachesimo.
Utilizza le forme tradizionali della preghiera monastica. La "liturgia delle ore" è una preghiera di gruppo largamente basata sui Salmi e recitata in una cappella sette volte al giorno. Il canto costituisce parte essenziale della preghiera e del ritmo della vita dei cistercensi. I monaci cantano all’unisono per entrare in comunione con il Soffio della Vita. All’unisono si fondono in una cosa sola conducendo la loro battaglia spirituale.
I monaci cistercensi prediligono il silenzio, che rappresenta la regola per la maggior parte della giornata. Ma la loro vita ruota anche attorno agli insegnamenti del superiore (abate o priore) e scambi di gruppo noti come "capitoli". Tutte le decisioni principali sono prese nella sala capitolare.
Stabilite sempre con votazioni, vengono precedute da discussioni faccia a faccia nell’ufficio del superiore.
I frati trappisti cistercensi non hanno la missione apostolica dell’evangelizzazione e si astengono da qualsiasi forma di proselitismo.
La Regola di San Benedetto impone ai monaci di praticare l’ospitalità e la condivisione, "specialmente nei confronti dei poveri e degli stranieri" e di coloro che soffrono. Privilegia il lavoro manuale e incoraggia le relazioni con i vicini attraverso il lavoro della terra – fondamentale durante i periodi di incertezza e restrizioni.
I monasteri sono di norma isolati dalle aree popolate per favorire uno stile di vita contemplativo in mezzo alla natura. Ogni monaco trappista dedica un giorno al mese a camminare nella natura e a meditare in solitudine. Oggi l’Ordine cistercense di Stretta Osservanza conta 2.600 monaci e 1.883 suore in 96 monasteri e 66 conventi in tutto il mondo.


UN GIARDINO DI PACE
Il monastero dove i sette fratelli avevano deciso di vivere il proprio impegno monastico è situato nei pressi di Médéa, nell'Atlante algerino, in un villaggio di nome Tibhirine, “giardino” in arabo, ma non costituisce la prima piantagione trappista in Algeria: dal 1843 al 1904 una comunità monastica è presente a Staoueli, ed è là che trascorre qualche tempo anche Charles de Foucauld, in ricerca della propria vocazione. È però nel 1934 che alcuni monaci dell’abazia di Nostra Signora della Liberazione a Rahjenburg, nell’attuale Slovenia, sbarcano in Algeria per stabilirsi pochi anni dopo – assieme ad alcuni confratelli giunti dall'abazia di Aiguebelle in Francia – nella zona di Tibhirine, dedicando l'insediamento monastico a Notre-Dame-de-l’Atlas. Venticinque anni dopo, nel 1963, a seguito dell'indipendenza conquistata dal paese, la chiesa cattolica algerina viene a trovarsi privata della quasi totalità dei suoi membri e anche la vita religiosa subisce i contraccolpi di questa nuova fase storica. Anche la comunità trappista, d'intesa con l'abazia “madre” di Aiguebelle, vota la chiusura “progressiva” del monastero, e l’abate generale dom Gabriel Sortais convalida la decisione.

Una decisione tuttavia mai attuata, anche a seguito alla morte repentina dello stesso abate generale, sopraggiunta all'indomani della firma del decreto di chiusura. Su invito di monsignor Duval, arcivescovo di Algeri, le abazie di Aiguebelle e Timadeuc si mobilitano nuovamente e inviano quattro fratelli ciascuna. Così, nel 1964 la vita può ricominciare con prospettive più ridotte ma sufficientemente solide. Anche le vaste proprietà agricole e boschive possedute dal monastero vengono cedute allo stato, riservando alla comunità solo un'estensione di terreno sufficiente a garantirle un'adeguata autonomia. Nel 1984 Tibhirine rinuncia allo statuto di abazia per diventare priorato autonomo e poter affrontare con maggior duttilità il mutato contesto sociale in cui è inserita. Così, sotto la guida del nuovo priore, frère Christian, la comunità può vivere in profondità la sua vocazione monastica in terra algerina, unica trappa allora presente in ambiente non cristiano.
La vocazione è quella di essere “segno sulla montagna”, secondo lo stemma di Tibhirine. Un segno, non un'imposizione: un seme di presenza e fratellanza con un popolo appartenente nella sua quasi totalità all’islam. I monaci si consacrano quindi alla preghiera nell’assoluto rispetto della religione che li circonda, in un’umile sottomissione al disegno di Dio, in un servizio gratuito alla popolazione locale, in un'esigente ricerca di comunione “dall’alto”, “come eterni mendicanti d’amore”.


VERSO UNA COMUNIONE D'INTENTI
Ma chi sono questi monaci provenienti da monasteri diversi, convenuti a Tibhirine in stagioni e con motivazioni diverse, ma che hanno saputo vivere insieme l’amore fino all’estremo? Uomini normalissimi, come tutti i monaci, ricchi di doni e di debolezze, nutriti di coraggio e frenati da paure, carichi di speranze e fiaccati da disillusioni. Intellettuali alcuni, più pratici e manuali altri, alcuni dotati di capacità comunicative, altri taciturni e meditativi: uniti solo dalla ricerca di Dio in una relazione fraterna tra loro e con il popolo algerino. Cerchiamo allora di delineare le figure di questi sette monaci, facendoci aiutare anche dalle loro stesse parole.

Frère Christian de Chergé, priore della comunità, è stato l'animatore del cammino spirituale che ha portato la comunità ad accettare lucidamente l'eventualità del martirio. Nato il 18 gennaio 1937 a Colmar in Francia, è figlio di un generale dell'esercito e ha vissuto in Algeria per tre anni durante la sua infanzia e per ventisette mesi di servizio militare in piena guerra d’indipendenza: durante quest'ultimo periodo un amico musulmano gli salvò la vita e pagò con la morte quel gesto di coraggiosa solidarietà.
Dopo gli studi presso il seminario dei carmelitani a Parigi, è ordinato prete nel 1964 e diventa cappellano del Sacro Cuore di Montmartre a Parigi. Entra nel monastero di Aiguebelle nell'agosto 1969 per raggiungere Tibhirine nel 1971 dove termina il suo noviziato ed emette la professione semplice. Dal 1971 al 1973 studio arabo e islamologia a Roma. Tornato in Algeria emette i voti solenni il 1° ottobre 1976. È eletto priore il 31 marzo 1984: nei giorni del rapimento scadeva il suo secondo mandato sessennale in quella carica.

Frère Luc Dochier, fratello converso, un po' burbero ma profondamente umano, era diventato leggendario nella regione grazie ai servizi resi ai malati come medico: per cinquant’anni, infatti, ha curato tutti, gratuitamente, senza distinzioni di religione o di schieramento. Nato in Francia nel 1914, dopo gli studi di medicina aveva prestato servizio militare in Marocco come tenente medico. Entra alla trappa di Aiguebelle nel 1941 come fratello converso. Dal 1943 al 1945 è prigioniero volontario in Germania, essendosi offerto al posto di un padre di famiglia. Nel 1946 parte per Tibhirine dove emette i voti perpetui, sempre come converso, nel 1949. Nel luglio 1959 viene rapito e tenuto in ostaggio quindici giorni dai membri del FLN (Fronte di liberazione nazionale). Le crisi d’asma degli ultimi tempi non avevano intaccato il suo humour salace: per il suo funerale aveva scelto una canzone di Edith Piaf: Non, je ne regrette rien.

Frère Christophe Lebreton, il più giovane dei sette, apparteneva alla generazione del movimento studentesco del '68. Nato in Francia nel 1950, settimo di dodici figli, entra a dodici anni in seminario minore, ma ne esce alla fine del liceo. Si iscrive alla facoltà di Diritto e svolge il servizio civile a titolo di cooperazione in Algeria. Il 1° novembre 1974 entra alla trappa di Tamié e, ancora novizio parte per Tibhirine. Nel 1977 rientra a Tamié, dove emette professione solenne tre anni dopo, per tornare poco dopo a Tibhirine. Ordinato prete nel 1990, diventerà maestro dei novizi della comunità. Il suo gusto per i rapporti con i più umili va di pari passo con una caparbia volontà di spingersi sempre più lontano nella riflessione di fede e nel dono di sé.

Frère Bruno Lemarchand, dal 1991 era superiore della casa annessa di Fès in Marocco. Uomo misurato e umile, era nato in Francia nel 1930 ma, figlio di un militare, nell’infanzia aveva conosciuto anche l’Indocina e l’Algeria. Dopo gli studi secondari era entrato nel seminario di Poitiers. Dal 1951 al 1953 aveva prestato servizio militare in Algeria. Ordinato prete nel 1956, aveva insegnato fino al 1980 al collegio Saint-Charles di Thouars. Entrato alla trappa di Bellefontaine l'anno successivo, parte per Tibhirine nel 1984 dove sei anni dopo fa professione solenne. È solo per caso – ma esiste il caso? – che si trova a Tibhirine il 26 marzo 1996, giuntovi solo pochi giorni prima per partecipare alle votazioni per il rinnovo della carica di priore.

Frère Michel Fleury, era un uomo semplice, per non dire schivo, ma impregnato di povertà. Lavoratore instancabile, era nato nel 1944 da una famiglia contadina della Loira-Atlantica e fino a 17 anni aveva lavorato in campagna. Entrato dapprima in seminario e poi nella congregazione religiosa del Prado, aveva lavorato come fresatore a Lione, Parigi e Marsiglia, per dirigere infine i suoi passi all’abazia di Bellefontaine. Lì sente la chiamata dell’Algeria e parte per Tibhirine nel 1984 dove farà professione monastica due anni dopo. A Tibhirine è il cuoco della comunità e l’uomo dei lavori domestici. È suo l'abito monastico che verrà ritrovato sulla strada di Médéa il mattino dopo il rapimento.

Frère Célestin Ringeard, era nato in Francia nel 1933 ed era entrato in seminario a 12 anni. Due esperienze contrassegnano lo sfondo della sua vocazione monastica: innanzitutto il servizio militare in Algeria dal 1957 al 1959, nel corso del quale, infermiere, cura un partigiano algerino ferito che l’esercito francese avrebbe voluto finire. Poi, divenuto prete nel 1960, svolge un ventennale lavoro di educatore di strada a Nantes, in mezzo ad alcolizzati, prostitute ed emarginati di ogni tipo. A 50 anni entra a Bellefontaine e tre anni dopo parte per l'Atlas: all'aeroporto di Algeri ci sarà ad accoglierlo l'anziano militante musulmano cui trent'anni prima aveva salvato la vita. Uomo sensibile e dotato per le relazioni interpersonali, dovrà convivere con sei bypass coronarici dopo la prima visita del GIA al monastero nel Natale 1993.

Frère Paul Favre-Miville, era nato in Alta Savoia nel 1939. Lavora dapprima come fabbro assieme a suo padre, poi diventa un esperto idraulico. Anche lui svolge il servizio militare in Algeria, come ufficiale paracadutista. Entra all'abazia di Tamié nel 1984, dopo la morte della madre. Nel 1989 parte per Tibhirine, dove farà professione solenne nel 1991.
In monastero è l’ “uomo dell’acqua”, capace di ideare e realizzare un efficiente impianto di irrigazione per gli orti. Nel marzo 1996 era appena rientrato a Tibhirine da una sosta in famiglia, riportandone una scorta di vanghe e dei giovani faggi da piantare.

IL COMPIMENTO DI UNA VITA
Nella notte tra il 26 e il 27 marzo 1996, sette dei nove monaci presenti a Notre-Dame-de-l’Atlas sono rapiti da un gruppo di uomini armati penetrati nel monastero. Alcuni religiosi e ospiti, a Tibhirine per un incontro di spiritualità e alloggiati in un'altra ala del monastero, non si rendono conto di quanto sta accadendo. Per settimane non si sa nemmeno se i rapiti sono morti o vivi. Il comunicato numero 43 del GIA, del 18 aprile, fornisce la motivazione “teologica” del loro rapimento:
Tutti sanno che il monaco che si ritira dal mondo per raccogliersi in una cella, presso i nazareni, si chiama eremita. È l’uccisione di questi eremiti che Ab Bakr al-Siddîq aveva proibito. Ma se un tale monaco esce dal suo eremo e si mischia alla gente, la sua uccisione diventa lecita. È il caso di questi monaci prigionieri che non si sono separati dal mondo. Al contrario, vivono con la gente e la allontanano dal cammino divino incitandola a evangelizzarsi. L’accusa contro di loro è ancora più grave.

Il comunicato successivo, datato 21 maggio, annuncia: “Abbiamo tagliato la gola ai sette monaci”. In realtà, il 30 maggio, nei pressi di Médéa, verranno ritrovate solo le teste, mentre i corpi non saranno mai rinvenuti, fornendo così un elemento non trascurabile a quanti tuttora nutrono dubbi sull'autenticità della versione ufficiale circa il loro rapimento e, soprattutto, la loro uccisione. In ogni caso, quello che la violenza brutale ha restituito dei sette monaci riposa ormai nel “giardino” di Tibhirine, là dove hanno piantato semi di fede, di speranza e di amore, quali autentici giardinieri di pace.
Agli occhi dei cristiani, i due mesi del sequestro hanno accompagnato fedelmente il ritmo dell’anno liturgico, dalla fine della Quaresima a Pentecoste: passione-morte-resurrezione-discesa dello Spirito. Nella carne di questi discepoli esposti alla violenza del mondo, la sequela di Cristo diventa imitazione, e l’imitazione, identificazione.
Guido Dotti
monaco di Bose

Dall’introduzione alla nuova edizione di PIU’ FORTI DELL’ODIO
Frère Christian de Chergé e gli altri monaci di Tibhrine
(Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose)


TESTAMENTO SPIRITUALE DI FRERE CHRISTIAN
Se mi capitasse un giorno (e potrebbe essere oggi) di essere vittima del terrorismo che sembra voler coinvolgere ora tutti gli stranieri che vivono in Algeria, vorrei che la mia comunità, la mia chiesa, la mia famiglia si ricordassero che la mia vita era donata a Dio e a questo paese.
Che essi accettassero che l’unico Padrone di ogni vita non potrebbe essere estraneo a questa dipartita brutale. Che pregassero per me: come potrei essere trovato degno di una tale offerta? Che sapessero associare questa morte a tante altre ugualmente violente, lasciate nell’indifferenza dell’anonimato.
La mia vita non ha più valore di un’altra. Non ne ha neanche meno. In ogni caso non ha l’innocenza dell’infanzia. Ho vissuto abbastanza per sapermi complice del male che sembra, ahimè, prevalere nel mondo, e anche di quello che potrebbe colpirmi alla cieca.
Venuto il momento, vorrei avere quell’attimo di lucidità che mi permettesse di sollecitare il perdono di Dio e quello dei miei fratelli in umanità, e nel tempo stesso di perdonare con tutto il cuore chi mi avesse colpito.
Non potrei auspicare una tale morte. Mi sembra importante dichiararlo. Non vedo, infatti, come potrei rallegrarmi del fatto che questo popolo che amo sia indistintamente accusato del mio assassinio.
Sarebbe un prezzo troppo caro, per quella che, forse, chiameranno «grazia del martirio», il doverla a un algerino, chiunque egli sia, soprattutto se dice di agire in fedeltà a ciò che crede essere l’islam.
So il disprezzo con il quale si è arrivati a circondare gli algerini globalmente presi.
So anche le caricature dell’islam che un certo islamismo incoraggia. E’ troppo facile mettersi a posto la coscienza identificando questa via religiosa con gli integralismi dei suoi estremisti.
L’Algeria e l’islam, per me, sono un’altra cosa: sono un corpo e un’anima. L’ho proclamato abbastanza, credo, in base a quanto ne ho concretamente ricevuto, ritrovandovi così spesso il filo conduttore del vangelo imparato sulle ginocchia di mia madre, la mia primissima chiesa, proprio in Algeria e, già allora, nel rispetto dei credenti musulmani.
Evidentemente, la mia morte sembrerà dar ragione a quelli che mi hanno rapidamente trattato da ingenuo o da idealista: «Dica adesso quel che ne pensa!». Ma costoro devono sapere che sarà finalmente liberata la mia più lancinante curiosità.
Ecco che potrò, se piace a Dio, immergere il mio sguardo in quello del Padre, per contemplare con lui i suoi figli dell’islam come lui li vede, completamente illuminati dalla gloria di Cristo, frutti della sua passione, investiti del dono dello Spirito, la cui gioia segreta sarà sempre lo stabilire la comunione e il ristabilire la somiglianza, giocando con le differenze.
Di questa vita perduta, totalmente mia, e totalmente loro, io rendo grazie a Dio che sembra averla voluta tutta intera per quella gioia, attraverso e nonostante tutto.
In questo grazie in cui tutto è detto, ormai, della mia vita, includo certamente voi, amici di ieri e di oggi, e voi, amici di qui, accanto a mia madre e a mio padre, alle mie sorelle e ai miei fratelli, e ai loro, centuplo accordato come promesso!
E anche te, amico dell’ultimo minuto, che non avrai saputo quel che facevi. Sì, anche per te voglio questo grazie e questo ad-Dio profilatosi con te. E che ci sia dato di ritrovarci, ladroni beati, in paradiso, se piace a Dio, Padre nostro, di tutti e due. Amen! Insc’Allah.
HUBERT STERGACIC scrive a proposito di Uomini di Dio
potrei avere qualche nusica del film?

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