Tamara Drewe - Tradimenti all'inglese di Stephen Frears

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locandina Tamara Drewe - Tradimenti all'inglese
 
Regista: Stephen Frears
Titolo originale: Tamara Drewe
Durata: 109'
Genere: Commedia
Nazione: Regno Unito
Rapporto:

Anno: 2010
Uscita prevista: Cannes 2010, 05 Gennaio 2011 (cinema)

Attori: Gemma Arterton, Roger Allam, Bill Camp, Tamsin Greig, Dominic Cooper, Luke Evans, Roger Allam, Tamsin Greig, Jessica Barden, Charlotte Christie
Soggetto: Posy Simmonds
Sceneggiatura: Moira Buffini

Trama, Giudizi ed Opinioni per Tamara Drewe - Tradimenti all'inglese (clic qui)...In questa pagina non c'è nemmeno la trama per non fare spoiler in nessun caso.
 
Fotografia: Ben Davis
Montaggio: Mick Audsley
Musiche: Alexandre Desplat
Costumi: Consolata Boyle

Produttore: Alison Owen, Tracey Seaward,Paul Trijbits
Produttore esecutivo: Eve Schoukroun
Produzione: Ruby Films, BBC Films, WestEnd Films
Distribuzione: BIM

La recensione di Dr. Film. di Tamara Drewe - Tradimenti all'inglese
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Colonna sonora / Soundtrack di Tamara Drewe - Tradimenti all'inglese
Potrebbe essere disponibile sotto, nei dati aggiuntivi (clic qui).

Voci / Doppiatori italiani:
Domitilla D'amico: Tamara Drewe
Luca Biagini: Nicholas Hardiment
Gerolamo Alchieri: Glen Mccreavy
Marco Vivio: Ben Sergeant
Franca D'amato: Beth Hardiment
Massimiliano Alto: Andy Cobb
Valentina Favazza: Jody Long
Elena Perino: Casey Shaw
Silvia Tortarolo: Eustacia

Informazioni e curiosità su Tamara Drewe - Tradimenti all'inglese

Dark comedy tratta dall'omonimo fortunato romanzo a fumetti di Posy Simmonds, a sua volta tratto dal romanzo di Thomas Hardy "Via dalla pazza folla".

Note dalla produzione:
NOTE DI PRODUZIONE
“In Tamara Drewe ho visto la possibilità di fare un film indipendente – con personaggi fantastici, a metà fra dramma e commedia (ma commedia intelligente), e con qualche risvolto di carattere sociale qua e là che sarebbe potuto piacere alla
gente”, dichiara la produttrice Alison Owen.
Anche il regista Stephen Frears si è subito innamorato del romanzo a fumetti di Posy Simmonds, così originale e accattivante: “Dio mio, era veramente unico. Christine Langan (direttrice creativa di BBC Films) me l’ha spedito dopo avermi detto per telefono: ‘Ho una cosa per te’. Ero in volo per New York, e ho aperto la busta sull’aereo. Non riuscivo a credere ai miei occhi. Era successa la stessa cosa con The Snapper. Resti a bocca aperta davanti a certe cose. Molto, molto bello!”

Il film è nato da una serie di fortunate coincidenze. “Conoscevo già il lavoro di Posy, e mi era sempre piaciuto”, dice Alison Owen. Ma è stato solo quando l’editore di Posy ha avuto la brillante idea di pubblicare la striscia Tamara come un vero e proprio romanzo a fumetti che ne ho intuito le potenzialità e ho pensato che sarebbe stato un film fantastico. L’ho visto in libreria un sabato, e il lunedì ho scoperto che l’agente letterario Anthony Jones me ne aveva già inviata una copia: evidentemente, la pensava come me. Ne ha inviata una copia anche a Christine Langan della BBC. E un bel giorno io e Christine ci siamo incontrate al supermercato, ognuna col suo librone di Tamara nella borsa della spesa! Ce n’eravamo innamorate tutt’e due. La BBC voleva farne un adattamento, quindi è stato tutto molto facile”.

Le coincidenze fortunate e la vitalità del materiale hanno continuato a giocare un ruolo determinante nello sviluppo del progetto. “La prima sceneggiatrice a cui abbiamo spedito il libro è stata proprio Moira Buffini, che si è dichiarata subito
pronta a lavorarci. Ci ha consegnato una prima stesura fantastica. Abbiamo fatto solo qualche piccola modifica, dopodiché l’abbiamo spedita a Stephen Frears, il primo regista a cui l’abbiamo proposta. Anche lui ha subito accettato. Insomma, è stata una di quelle situazioni in cui hai l’impressione che tutto vada per il verso giusto, che lassù qualcuno ti ami”.

“Dopo aver realizzato tante produzioni diverse e impegnative, fra mille difficoltà, è meraviglioso quando hai la fortuna dalla tua e tutto fila liscio”, aggiunge il produttore Paul Trijbits. “L’ entusiasmo con cui Stephen ha subito aderito al progetto ci ha confermato che avevamo per le mani qualcosa di veramente speciale.”
Un altro vantaggio, e insieme una sfida, per la trasposizione cinematografica di Tamara Drewe era che il film avrebbe avuto uno storyboard già pronto: il romanzo a fumetti di Posy Simmonds. Per la sceneggiatrice Moira Buffini è stato più un aiuto che un ostacolo: “C’è già così tanto nel fumetto, a livello visuale, che non puoi fare a meno di pensare: ‘Mio Dio, ma è già un film!’. Nei disegni c’è tutto il carattere dei personaggi, descritti nei minimi dettagli”.

Anche Frears ha trovato utili le illustrazioni della Simmonds, come punto di partenza.
“E’ stato veramente liberatorio. In pratica, avevi già pronto un vero e proprio storyboard. Spesso mi capitava di fare qualcosa in un certo modo, poi guardavo il libro e pensavo: ‘No, meglio di così non posso fare. Questa vignetta parla già da sola, dice tutto quello che c’è da sapere’. Qualcuno prima di te ha concentrato tutto in una singola immagine. Magari è un’immagine complessa, ma dentro c’è tutto”.
“A uno scenografo non capita spesso di avere uno storyboard già pronto”, interviene Alan Macdonald, assiduo collaboratore di Frears. “Cosa che per me è un vantaggio e uno svantaggio insieme. A volte Stephen mi diceva: ‘Guarda il libro!’, e altre volte l’esatto opposto: ‘Non guardare il libro!’ La cosa importante è che durante la lavorazione del film nessuno si è sentito costretto a seguire le illustrazioni del libro”.

Osserva la costumista, Consolata Boyle: “Nel materiale originale trovi sempre spunti interessanti, ma devi sentirti libero di interpretare, perché il nostro lavoro è molto influenzato anche dagli attori – dal loro fisico, dai loro sentimenti, dalle sfumature che danno ai personaggi. Comunque il libro e le illustrazioni sono stati una fantastica
rete di sicurezza”.
Per quanto riguarda il casting, la produttrice Alison Owen aggiunge: “In realtà, quasi tutti gli attori somigliano molto ai personaggi disegnati da Posy, tranne qualche eccezione. Ma in quei casi, ci siamo detti: ‘Va bene, questo attore non somiglia affatto al disegno di Posy, ma ci piace il suo spirito. E’ più importante la somiglianza fisica o lo spirito del personaggio? Possiamo reinterpretarlo, senza tradire il lavoro di Posy?’”

Il libro della Simmonds è stato determinante anche per gli interpreti. Luke Evans: “L’ho sfogliato subito, appena me l’hanno mandato, e ho capito immediatamente quale personaggio ero. Che strano! E’ successa la stessa cosa a tutti gli altri attori. Tutti noi, dopo avergli dato una rapida occhiata, abbiamo pensato: ‘Accidenti, somiglio un sacco a questo personaggio! Sono stati proprio bravi!’ E’ incredibile, ognuno di noi ha qualcosa del suo personaggio. C’è voluto del talento a trovare attori che somigliavano così tanto, sia fisicamente che psicologicamente, ai personaggi del libro”.

Come tutti gli altri, Tamsin Greig ha trovato il libro molto utile. “Per un attore è fantastico, perché ha a disposizione un suo storyboard personale. E Posy Simmonds è bravissima a rendere le sfumature di un’espressione, ti aiuta molto: è come avere un copione in 3D. Sul serio, vedi la tua scena da diverse prospettive”.
Per il montatore Mick Audsley “il libro di Posy è stata una specie di bussola”, un punto di riferimento importante a cui attingere.

“La narrazione del fumetto ha un suo ritmo molto gradevole, che dà alla storia una dimensione in più e che volevamo, per quanto possibile, rendere nel film”, spiega Alison Owen. “Dove Stephen è stato geniale – io invece non sono neppure in grado di capire bene come abbia fatto – è stato nel rendere quel ritmo senza ricorrere agli strumenti del romanzo a fumetti. Nel mio piccolo, pensavo che avremmo finito per utilizzare didascalie, frecce, o cose del genere, e invece niente! Stephen non ha usato nessun espediente del genere, solo qualche split-screen qua e là. Eppure, il film ha
quel ritmo speciale che fa pensare a una striscia. Ma è qualcosa di intrinseco, non di sovrapposto. Stephen è riuscito a cogliere lo spirito non solo della trama, ma anche del fumetto come genere”.


IL CASTING
“Non ho accettato di fare il film finché non ho trovato gli attori”, racconta il regista Stephen Frears. “Il mio direttore del casting mi ha detto: ‘Vuoi scegliere gli attori prima di avere deciso se farai il film?’ E io gli ho risposto: ‘Perché, cosa credi che facciano i produttori?!’”
La cosa più importante era trovare la protagonista dell’omonimo fumetto. “Tamara dev’essere supersexy, intelligente, un po’ confusa e un po’ furbetta”, dice la produttrice Alison Owen. “Deve saper essere ironica, ma anche conquistare la
simpatia del pubblico, che alla fine si troverà a fare il tifo per l’uno o per l’altro dei due uomini fra cui dovrà scegliere. Gemma possiede tutte queste caratteristiche messe insieme. Stephen si è subito innamorato di lei, l’ha trovata fantastica. Credo che dopo averla vista abbia capito che senza di lei non poteva fare il film. Il primo giorno delle riprese, abbiamo tutti capito subito che era la scelta giusta. Ci siamo visti comparire davanti Tamara – la Tamara di Posy Simmonds – e l’abbiamo sentita dire le sue battute proprio come ce l’eravamo immaginata”.

“Quando l’ho incontrata”, aggiunge Frears, Gemma mi ha subito ricordato i disegni di Posy, perché è… be’, è così curvilinea, sembra quasi disegnata anche lei. E’ una ragazza meravigliosa, estroversa e spiritosa. Ho pensato: ‘Eh sì, mi piacerebbe proprio stare a vedere lei per 90 minuti!’ Insomma, credo non ci sia altro da aggiungere”.
Per il personaggio di Nicholas, lo scrittore donnaiolo, la scelta era obbligata. E’ sempre Alison Owen a parlare: “Fin dall’inizio Stephen era convinto che sarebbe stato un crimine non scritturare Roger Allam per il ruolo di Nicholas. Insomma, era una cosa scontata. La prima volta che ci siamo visti per discutere il progetto, ha esordito dicendo: ‘Naturalmente Roger sarà Nicholas’. E Christine Langan è stata subito d’accordo. Ma dire che Stephen era convinto sarebbe riduttivo. Per lui era semplicemente ovvio”.

Frears aveva già lavorato con Allam nel film The Queen - La regina. “E’ assolutamente straordinario. In un certo senso ha un po’ l’aria del perfido barone, quello che fa la parte del cattivo nella recita natalizia… E’ semplicemente un attore geniale che purtroppo non è stato valorizzato dal cinema. E poi ho trovato Tamsin. Solo dopo aver trovato loro tre ho capito che avrei potuto fare il film”.
Scegliendo Tamsin Greig per il ruolo di Beth Hardiment, per la prima volta Frears si è allontanato dai disegni del fumetto. “Gemma Arterton e Roger Allam mi hanno subito ricordato i disegni di Posy,Tamsin no. Tanto per cominciare, è molto più giovane del suo personaggio. Ma a conti fatti, avevamo bisogno di un’attrice che sapesse essere divertente e insieme intensa. E in questo lei è straordinaria. Conta molto di più della somiglianza fisica”.

A completare il triangolo amoroso, accanto a Tamara ci sono Dominic Cooper nel ruolo del musicista rock e idolo delle ragazzine Ben Sergeant, e Luke Evans nel ruolo di Andy Cobb, il fedele tuttofare degli Hardiment. “Abbiamo fatto una lettura del copione ancora prima che accettassi di fare il film”, racconta Frears, “e Dominic è stato divertentissimo. Le ragazze hanno subito detto: ‘Ti prego, prendi Dominic!’ ‘D’accordo, come volete!’ ho risposto io. Ho fatto solo quello che mi hanno detto.
Dominic ha interpretato Mamma mia!, e le ragazzine lo adorano veramente. Da questo punto di vista è molto credibile. Trovare Luke è stato più difficile. In lui c’è qualcosa di meravigliosamente rustico”.
Prosegue Alison Owen: “Si capisce perché le ragazze impazziscano per un tipo come Ben (Dominic); e perché Tamara, in un momento di fragilità e di confusione, possa lasciarsi conquistare dalla facciata glamour del suo personaggio, per poi scoprire strada facendo che dietro quella facciata non c’è l’uomo che cerca. Ed è a quel punto che l’attenzione di Tamara comincia a spostarsi su Andy (Luke), quello su cui tutti puntavamo fin dall’inizio, da quando lo abbiamo visto bere dalla bottiglia e abbiamo capito che è l’uomo che ogni ragazza sogna”.

Meno conosciuto dal grande pubblico, il caratterista americano Bill Camp è un’autentica rivelazione nel ruolo di Glen McCreavy, lo studioso di Thomas Hardy e ospite della pensione per scrittori. “Stephen conosce molto bene il mondo degli
attori”, dice Bronagh Gallagher, che nel film interpreta un’altra scrittrice ospite della pensione degli Hardiment. “Non solo gli attori europei, anche quelli americani. Per questo film ha voluto Bill Camp, ad esempio, che è fantastico. Qui da noi non era famoso, ma basta conoscerlo e lavorarci qualche minuto per rendersi conto che è veramente bravissimo”.
“Due persone, una delle quali era mio figlio, mi hanno detto: ‘Prendi lui, è il miglior attore che ci sia in America’”, precisa Frears, più modestamente. “Io non lo conoscevo affatto, e Bill non ha girato molti film, quindi non c’era granché su di lui da vedere. Ma Scott Rudin mi ha detto: ‘E’ il miglior attore che ci sia in America’. E mio figlio ha confermato: ‘Quando faccio la regia di uno spettacolo, per prima cosa decido quale sarà il ruolo di Bill, e poi scelgo gli attori che lavoreranno con lui. E’ un attore meraviglioso. A volte, fortune del genere capitano”.


STONEFIELD – LA PENSIONE PER SCRITTORI E I SUOI OSPITI
La “Stonefield Residence” è la pensione per scrittori gestita da Nicholas e Beth Hardiment”, spiega la sceneggiatrice Moira Buffini. “Ma in realtà è una creatura di Beth. Suo marito Nicholas è un ottimo scrittore di romanzi gialli di grande successo, e la missione di Beth nella vita è sostenere e incoraggiare gli scrittori. Ha la sua piccola fattoria, in cui si prende cura delle galline, delle capre e dei suoi scrittori. Ci sono diverse pensioni in quella zona, in luoghi molto belli e tranquilli, dove gli scrittori possono dedicarsi al loro lavoro, sollevati dalle incombenze della vita
quotidiana. Stonefield è una di queste, e ospita scrittori di ogni tipo: c’è Glen McCreavy, lo studioso impegnato nella stesura di un saggio accademico su Thomas Hardy; e ci sono scrittori disperatamente alla ricerca di un editore, come Tess che scrive romanzi d’amore, Eustacia che scrive gialli lesbici, e Diggory che è un poeta abbastanza famoso, ma come tutti i poeti abbastanza famosi fatica a raggiungere un pubblico più vasto. Sono tutti a Stonefield, dove possono esplorare la loro creatività mentre Beth si assicura che abbiano abbastanza da bere e da mangiare, cucinando per loro squisiti pranzetti”.

Quando dopo la morte di sua madre Tamara Drewe torna nel Dorset per ristrutturare e vendere la vecchia casa di famiglia, “diventa come il sasso gettato nello stagno che increspa le acque”, commenta il montatore Mick Audsley. E la sceneggiatrice Moira Buffini aggiunge: “Credo che Tamara avesse un’idea precisa della persona che voleva essere, ed è riuscita a corrispondere a quel suo ideale di bellezza. Si è fatta la plastica al naso, ha il taglio di capelli giusto, i vestiti giusti. Ha lasciato il suo paese che era una ragazzina qualsiasi, goffa e arrabbiata, ed è tornata una decina di anni dopo, così bella che nessuno la riconosce: sembra impossibile che sia la stessa persona. Appena arrivata, attirà su di sé l’attenzione dei locali, come il miele attira le api. Così, comincia a testare il suo nuovo ruolo: vediamo che cosa succede, ora che sono una bella donna. Eppure, quello che mi è piaciuto di Tamara è che in fondo, dentro di sé, si considera ancora una ragazza qualsiasi, goffa e arrabbiata. E’ una ragazza che sperimenta. Pensa che la sua nuova bellezza cambierà tutto, e invece no, non è vero”.

“Tamara Drewe è la ragazza che potresti incontrare in ufficio, o nel tuo quartiere per la strada”, dichiara Gemma Arterton. “E’ una ragazza interessante, che ti sta subito simpatica. Conoscendola meglio, dopo un po’ resti perplesso… ma se non ti fai scoraggiare e vai avanti, alla fine ti conquista. Tutti gli uomini si innamorano di lei perché è radiosa, ha come un alone luminoso intorno a sé. Ma è solo una facciata.
Tamara recita la parte della ragazza sicura e affascinante, ma nel profondo è una persona tormentata: non sa chi è ed è estremamente confusa, anche se incredibilmente intelligente e coraggiosa. E’ una vera protagonista”. E prosegue: “Tende a essere promiscua e ad agire in modo avventato – non pensa alle conseguenze che le sue azioni possono avere su di lei e chi le sta intorno. Anche questa è una cosa molto moderna. Noi tutti viviamo la vita senza pensare ai danni che facciamo, e poi ci tocca rimettere le cose a posto. Tamara vive un grosso cambiamento, che parte dal suo naso. In un certo senso il naso diventa anche il fulcro del film. Credo che le sue insicurezze rispecchino quelle delle ragazze di oggi: il bisogno di essere accettate, di essere belle, di avere successo. Per ottenere queste cose sono pronte a tutto. E poi c’è
il desiderio di essere amate, e gli errori che si fanno cercando l’uomo giusto. Ho scoperto che riuscivo a identificarmi con lei, e che conosco un sacco di gente così, nella vita”.

“Nicholas e Beth Hardiment gestiscono questa deliziosa fattoria che è diventata una specie di pensione per scrittori”, spiega Roger Allam. “Nicholas, il mio personaggio, è un autore di libri gialli che sforna un best-seller all’anno. Gli ospiti della pensione sono tutti scrittori che vengono qui per ‘sbloccarsi’, quando non riescono a scrivere.
Nicholas è uno di quegli uomini che pensano di poter passare da una donna all’altra, quasi gli spettasse di diritto in virtù della sua ‘mente creativa’. Credo che gli piacerebbe essere preso più sul serio come scrittore”, prosegue Allam. “E’ al suo diciannovesimo libro, e forse è stanco e avrebbe voglia di andare avanti, cambiare genere. Ma è anche un uomo di mezza età che vorrebbe reinventarsi attraverso gli occhi e il corpo di una donna molto più giovane”.
“Beth gestisce la pensione e ne fa un paradiso in cui gli scrittori (compreso il marito) non hanno un solo pensiero al mondo”, spiega Tamsin Greig parlando del suo personaggio. “Lei li nutre, li veste, li accudisce in tutto, ma vuole restare una servitrice invisibile, che non fa pesare in nessun modo i suoi servizi e la sua presenza.
La sua più grande soddisfazione, la cosa che la rende felice, è quella di aver creato questo luogo, e nessuno sa come. E’ una specie di illusionista”. E parlando del rapporto di Beth con il marito, aggiunge: “E’ un rapporto di lunga data e complicato. Si conoscono da quasi vent’anni, ne hanno fatta di strada insieme. Ma quando due persone crescono a un ritmo diverso, è difficile capire chi abbia pagato il prezzo più alto per restare insieme”.

“Beth pensa che il suo più grande talento sia quello di far fiorire la creatività negli altri”, spiega la sceneggiatrice Moira Buffini, “e questo tradisce la sua scarsa autostima. Sembra una figura angelica, ma in realtà è prigioniera di un rapporto che gli psicoterapeuti definirebbero di ‘co-dipendenza’. Nessuno dei due è felice, ma né lei né Nicholas sanno come uscirne”.
Naturalmente, Beth e Nicholas reagiscono in modo molto diverso all’arrivo di Tamara. Nicholas vede nel ritorno di Tamara (che quando era ancora una ragazzina sgraziata gli si era offerta) la possibilità di ritrovare un po’ di entusiasmo come uomo e come scrittore. Beth, invece, “vorrebbe trattare Tamara come la povera bambina che era una volta”, osserva la Greig. “Ma in realtà ha di fronte una persona nuova, che sfugge totalmente al suo controllo. Un bambino puoi controllarlo, almeno fino a un certo punto, ma ora è Tamara ad avere il controllo”.

L’attore americano Bill Camp ha sentito molto il suo personaggio, Glen McCreavy, professore e studioso di Thomas Hardy: “Mi fa pensare un po’ a come sarebbe stato mio padre se non avesse scelto di avere una famiglia numerosa e avesse intrapreso la carriera accademica. Mio padre era un grande appassionato di poesia vittoriana e di Thomas Hardy, e ha insegnato letteratura nella scuola media che ho frequentato anch’io, un piccolo collegio nel New England, di cui alla fine è diventato direttore.
Insegnava Hardy e molti poeti romantici, quindi quei libri giravano per casa, e li conoscevo. Ma avevo letto solo Il Sindaco di Casterbridge e mi era sembrato parecchio incomprensibile, allora. Insomma, è normale, ero un adolescente.
Insomma, ho pensato a Glen come a mio padre appena sposato, quando ancora frequentava l’università e lavorava alla tesi, prima che nascesse il suo primo figlio.
Poi, ha dovuto lasciare gli studi e cercarsi un lavoro, e si è accontentato di insegnare alle medie. Glen invece è andato avanti. E’ un grande amante della letteratura e ha scritto saggi critici e traduzioni di poeti francesi. Passa molto tempo nelle biblioteche, scrivendo e leggendo, e insegna a Londra, all’università, come visiting professor. Di solito vive e lavora negli Stati Uniti, ma in questo momento sta scrivendo una biografia di Thomas Hardy, e si è bloccato a metà, al Capitolo 6. E’ venuto qui perché lo trova un posto idilliaco, dove sente che potrà sbloccarsi e finire il suo
libro”.

Intanto, intorno a Glen accadono molte cose. “Lui osserva tutto, affascinato. Credo che trovi eccitanti gli intrighi amorosi che si creano tra Andy e Tamara e tutti gli altri”. Ma non è Tamara l’oggetto del suo desiderio: “Glen vede quello che Nicholas ha fatto a Beth. E Beth aiuta Glen ad aprirsi, a liberarsi, dandogli la possibilità di finire il libro e di avere anche un certo successo. Nel frattempo, Glen scoprirà di avere scritto il libro per lei, rivolgendosi a lei. Beth gli ha dato una voce”.
Andy Cobb è il giardiniere tuttofare degli Hardiment. Semplice e concreto, è lui che cura la manutenzione della fattoria di Stonefield, facendone quel luogo idilliaco che piace tanto ai suoi ospiti. Lui e Tamara hanno avuto una breve avventura da ragazzini. Ma come dice Luke Evans: “Lui non è il tipo che segue il mondo dello spettacolo, il giornalismo, le celebrità… Non credo che gli importi granché di quello che succede nel mondo. Tamara torna col suo naso rifatto, e lui non riesce a capire perché abbia dovuto cambiarlo: la Tamara di prima gli piaceva così”. Ma dopo un po’, comincia a sentirsi attratto dalla nuova Tamara e fantasticare di un futuro insieme. Chissà se Tamara ricambierà i suoi sentimenti…

Ben Sergeant è il cantante e batterista della band Swipe. Quando si trasferisce a Ewedon per stare con Tamara non passa certo inosservato, con la sua Porsche gialla e il suo insopportabile atteggiamento da rockstar. “Si conoscono a un festival rock”, racconta Dominic Cooper, “quando Tamara deve intervistarlo per il giornale per cui lavora. E’ un vero pallone gonfiato, ma riesce a incantarla con il giochetto della batteria. Fin dall’inizio è chiaro che non è il tipo di uomo con cui una donna può pensare di passare il resto della vita”. Ma come tutti i personaggi del film, non è una caricatura come potrebbe sembrare, e il pubblico avrà difficoltà a non provare simpatia per lui. “Anche se commette errori enormi e dice cose molto stupide, in fondo ti fa pena, perché è così stupido che non capisce quanto sono ridicole o cattive le cose che dice, l’effetto che possono avere sugli altri”, prosegue Cooper. “E’ così egocentrico che a volte non si rende conto di quello che succede intorno a lui, e questo ce lo rende quasi simpatico”. Interpretando Ben, Cooper ha coronato un suo vecchio sogno, interpretando Ben: “Ho sempre sognato di suonare in una band.

Scrivere canzoni è terapeutico, ed è stato eccitante vivere l’esperienza di suonare a un festival rock. Sì, certo, il pubblico doveva applaudire per forza, ma erano talmente tanti, e sembravano davvero partecipi e entusiasti. La sensazione che si prova suonando la batteria su un palco con una rock band, l’impatto che senti di avere sul pubblico, è qualcosa di unico. Forse si avvicina a quello che provi quando reciti in teatro, ma la musica è un’altra cosa. E’ stato fantastico!”
Jody Long e Casey Shaw, interpretate dalle esordienti Jessica Barden e Charlotte Christie, sono due studentesse locali, che passano molto tempo insieme, fumando spinelli, sognando Ben e gli Swipe e tramando contro Tamara in tutti i modi possibili.
Quelli che dovevano essere due ruoli minori hanno finito per diventare sempre più importanti. “Hanno un po’ la funzione del coro greco”, spiega Alison Owen. “Ma nel film, oltre a commentare gli eventi, le due ragazze sono anche coinvolte in prima persona nella trama. Moira voleva che avessero più spazio, e Stephen ancora di più, così i loro ruoli sono cresciuti strada facendo. Naturalmente, Jessica e Charlotte hanno dato un contributo determinante”.

“Moira adorava questi due personaggi”, osserva Frears. “Si capiva chiaramente dai dialoghi, con tutte quelle battute. E poi abbiamo trovato queste due meravigliose ragazze. E’ strano: quando abbiamo fatto il casting e le abbiamo scelte, non avevamo un’idea precisa del ruolo che avrebbero avuto. Quando poi abbiamo girato certe scene, ricordo di aver pensato: ‘Sono un irresponsabile! Non sapevo quello che avrebbero dovuto fare!’”
Jessica Barden e Charlotte Christie hanno dovuto recitare scene molto lunghe e impegnative, per due esordienti. La diciassettenne Jessica ha dovuto ritrovare l’intensità dei 14 anni di Jody: “A 14 anni, ogni cosa diventa un’ossessione, una questione di vita o di morte. Una settimana sei innamorata di un ragazzo, la settimana dopo ti è già passata. Ho dovuto fare un viaggio indietro nel tempo”.
Charlotte Christie descrive Casey come “la classica adolescente annoiata. Io e Jody ce ne stiamo sedute alla fermata dell’autobus, a fumare spinelli, ossessionate da Tamara e dal suo naso, e fantasticando su Ben e la sua band. Il fatto che ora Ben viva nel nostro paesino è una specie di sogno che si avvera. E’ la cosa più bella che ci sia mai successa!”


LO STILE VISUALE E LE ATMOSFERE DEL FILM
“La cosa più difficile è stata trovare Stonefield, la residenza di Nicholas e Beth, che è un po’ il cuore del film”, spiega lo scenografo Alan Macdonald. “La casa che abbiamo trovato – la residenza Limbury, a Salwayash, nel Dorset - era perfetta come punto di partenza. Ma l’esterno aveva bisogno di essere un po’ addolcito. Così abbiamo aggiunto qualche rosa rampicante alla facciata e diverse piante in giardino, e allestito un vero e proprio orto per coprire siepi e vegetazione più formali. Il film è ambientato a fine estate, ma siccome abbiamo girato in autunno ho dovuto aggiungere fiori di plastica dappertutto – un bel vantaggio, perché la plastica non appassisce durante le riprese. Abbiamo ridipinto le dépendance, ristrutturato i capanni, portato le mucche, allestito i recinti. E’ uno di quei film in cui le scenografie sono importanti, ma volevo che tutto avesse un’aria assolutamente naturale. Gli interventi che abbiamo fatto sono tutti in perfetta armonia con la base naturale che abbiamo trovato”.

Anche in questo caso, le illustrazioni di Posy Simmonds sono state un punto di riferimento essenziale: “Nel fumetto la realtà non si presta a un approccio naturalistico, è sempre amplificata. Ma nel film ho cercato di non sacrificare il realismo. Un altro tratto caratteristico del libro è che nei suoi disegni Posy tende a usare una tavolozza di colori ben definita. Di conseguenza ho cercato di utilizzare anch’io una gamma riconoscibile di colori, soprattutto per gli interni. Quello di Stonefield è un mondo color panna – io lo chiamo ‘panna del Dorset’. Per esempio mancano i blu. Per Stonefield, Posy ha usato tonalità calde come rosso, marrone e giallo. A Winnards, invece, la casa dove Tamara è cresciuta, troviamo una forte dominante blu. Ma quella casa si trasforma durante il film, perché Tamara la fa ristrutturare a Andy. Così, spariscono i blu e ritroviamo una gamma di colori più in sintonia col resto del film. Lampi di rosso acceso accompagnano la relazione di Tamara con Nicholas Hardiment”.
E, come sempre, è compito dello scenografo fare in modo che le scene siano al servizio della storia e del personaggio: “La cosa interessante è che il mondo di Stonefield è una costruzione di Beth Hardiment. Siamo in piena psicosi, qui. Mentre manda avanti tutto ‘a meraviglia’, Beth è come una corda tesa sul punto di spezzarsi.

E’ un mondo immacolato quello che ha creato, fatto di cucina, pulizie, contabilità, amministrazione, intrattenimento, ospitalità… In tutti gli interni si avverte la presenza di un controllo. Per questo, ho pensato che il capanno di Nicholas Hardiment doveva essere l’unico posto in cui Nicholas potesse esprimere la sua personalità. E in sostanza, riflette la mente di un quindicenne che non è mai cresciuto, di un bamboccione”.
Anche il dualismo temporale del film - una storia moderna attraversata dagli echi di Thomas Hardy - è stato una bella sfida per Macdonald: “Ho detto a Stephen che volevo trovare uno di quei paesi che di solito si usano per i film d’epoca. Anziché un posto da spogliare di tutti gli elementi moderni, volevo un posto da arricchire. Erano proprio gli accessori moderni che mi interessavano di più in termini di design: la vecchia pensilina di una fermata d’autobus, i graffiti, la segnaletica stradale, i bidoni della spazzatura fuori dalle case, tutte quelle cose che di solito elimini in un film d’epoca, io volevo mettercele. La mia filosofia era: è un film d’epoca, ma voglio infilarci dentro la roba moderna”.

La produzione ha finito per usare due diversi edifici, per Stonefield: uno per gli interni e uno per gli esterni. “Le proporzioni degli interni di queste case di campagna del sei e settecento sono claustrofobiche. Per fortuna, durante uno dei nostri viaggi avevamo visto una villa, Blackdown, con interni molto più spaziosi e un’atmosfera romantica che Limbury non aveva. C’erano una magnifica scalinata e una bellissima cucina/sala da pranzo che ci hanno permesso di collegare le stanze in modo molto più funzionale alle riprese. Diventa molto più facile seguire le sequenze, da un punto di vista narrativo”.
E’ stata una sfida impegnativa anche per la costumista Consolata Boyle. “Credo che i film moderni siano i più difficili, per un costumista. Fortunatamente, tutte le persone creative coinvolte nella realizzazione di un film aderiscono a un’unica visione d’insieme. Questo limita le possibilità ed è un bene, perché altrimenti avresti un caos visuale, in cui ognuno è vestito come gli pare. Dev’esserci una coerenza tra i personaggi, uno schema di colori, una linea di sviluppo: gli umori e le emozioni cambiano, e ogni capo di abbigliamento deve raccontare un pezzetto della storia e avere un suo senso. I costumi, le scenografie, le luci devono integrarsi secondo quella che è la visione d’insieme del regista. Devi sempre tenere presente quella”.

Per il personaggio di Tamara, la costumista aveva le idee chiare: “Credo che sia una ragazza molto consapevole: sa esattamente quello che fa, sa di essere seducente e si vede. C’è già tutto nei disegni di Posy, che è bravissima a illustrare certe sfumature.
Quando Tamara vuole qualcosa o qualcuno, lo capisci subito da come è vestita: grandi scollature, pelle nuda, abiti attillati. Quando è rilassata è molto più dimessa.
Abbiamo cercato di non sottolineare troppo questo aspetto, ma a volte è evidente il modo in cui Tamara usa la sua bellezza. E’ qui che emergono la sua ambiguità e la sua mancanza di scrupoli. All’improvviso, è capace di trasformarsi in una fredda manipolatrice, anche se nel profondo è una persona molto più sensibile, dolce e premurosa. In lei convivono due donne, ed è proprio questo il bello del suo personaggio. C’è la facciata pubblica e la realtà privata”. Un altro problema con cui la costumista e il suo staff hanno dovuto fare i conti è stata la tradizionale mancanza di eleganza degli scrittori: “Vestire qualcuno che non dà importanza al proprio abbigliamento è difficile quanto vestire qualcuno che gliene dà troppa”, ha dichiarato la Boyle.

Il compositore Alexandre Desplat ha dovuto porsi una domanda più fondamentale, a monte. “Ci sono film in cui una colonna sonora serve a sottolineare il tempo che passa, o una battaglia, o l’emozione di una scena d’amore, o momenti di grande malinconia”, spiega Desplat. “Ma in Tamara Drewe c’è un’energia continuamente alimentata sia dalla struttura corale dei personaggi che dall’umorismo, l’umorismo nero del film. Quando l’ho visto la prima volta ho pensato: ‘Mmm, ma questo film ha davvero bisogno di una colonna sonora?’”
Più che sottolineare l’azione, la musica di Desplat doveva soprattutto guidare il racconto e accompagnare le pause narrative, permettendo a Frears e al montatore Mick Audsley di passare dai momenti più seri a quelli più leggeri. “E’ un film in cui il dialogo è molto importante, e la colonna sonora rischia di rompere un equilibrio. Se la musica è troppo comica o troppo drammatica o troppo piena di suspence, all’improvviso fai pendere la bilancia del film dalla parte sbagliata”.
“Credo che Stephen voglia questo, che io lasci spazio alla recitazione, alle emozioni, alle immagini, senza enfatizzarle con la musica. La musica c’è, ha un suo peso, ma serve a mantenere l’equilibrio, a ricordare al pubblico che possono esserci momenti drammatici, ma il film non è un dramma, è una commedia”.


THOMAS HARDY NEL FILM
Pur essendo liberamente ispirato al romanzo di Thomas Hardy Via dalla pazza folla e quindi pieno di riferimenti classici, Tamara Drewe è la storia molto moderna di una giovane giornalista che cerca di affermarsi. La sceneggiatrice Moira Buffini ha accolto con entusiasmo la sfida di cogliere e reinterpretare la mitologia hardiana: “Adoravo Hardy, quando lo studiavo al college. Ho riletto Via dalla pazza folla dopo aver letto il libro di Posy, e mi sono piaciuti moltissimo i riferimenti al romanzo nel fumetto. Ho subito pensato: ce ne sono altri, c’è da divertirsi ancora di più… Per esempio, c’è la scena in cui Ben Sergeant, il batterista - che in pratica è il Sergente Troy nel romanzo di Hardy - seduce Tamara. Invece del gioco di spada che Terence Stamp usa per sedurre la protagonista nel film originale, ho pensato che sarebbe stato divertente se al posto della spada Ben avesse usato le bacchette della batteria. La scena è quasi identica, solo che Ben stupisce Tamara facendo il suo pezzo di bravura con le bacchette”.

“Tendenzialmente”, prosegue la sceneggiatrice, “quello di Hardy è un romanzo drammatico, anche se si risolve in un lieto fine. Ma la stessa trama, con qualche piccolo cambiamento, si presta a diventare una fantastica commedia. Al posto dei contadini di Hardy – personaggi bucolici che oggi risulterebbero anacronistici - abbiamo Jody e Casey, le due ragazzine del paese che sono un po’ come il coro
greco, ma agiscono anche da straordinarie catalizzatrici dell’azione”.
Secondo Stephen Frears, il punto di forza della commedia sta nel contrasto tra passato e presente: “Tamara e Gemma sono due donne molto moderne in un contesto ridicolmente bucolico e antiquato”, ha dichiarato. Ma il regista non voleva sentirsi legato dai riferimenti classici. “Se giri un film nel Dorset, Hardy c’è sempre - è una presenza ineludibile. Per molti versi il libro di Posy è una sorta di pastiche hardiano. Ma il film è un’altra cosa”.

Reduce da una serie di film d’epoca e fantasy, Gemma Arterton si è sentita subito attratta dalla modernità della storia. “Avendo già interpretato un’eroina di Hardy [è stata Tess D’Ubervilles nell’omonimo adattamento televisivo inglese], e letto più di una volta Via della pazza folla, il copione mi è sembrato così diverso, così moderno!
I personaggi di Hardy sono molto enfatici, tendono a declamare i propri sentimenti.
C’è un passaggio, nel romanzo, in cui lei dice: ‘Sono tua moglie! E tu mi amerai! Sì, mi amerai!’ E’ una scena molto drammatica, ma Tamara non si esprimerebbe mai così! Lei è molto più moderna, si tiene dentro le cose, e proprio per questo è un personaggio gratificante da interpretare, soprattutto davanti alla macchina da presa. Secondo me, Hardy è un po’ troppo pesante e enfatico, per il cinema”.

Anche Roger Allam ha cercato di mettere da parte i riferimenti hardiani per concentrarsi sul suo ruolo: “Cerchi sempre di trovare il tono e lo stile giusto, ma non puoi stare lì a pensare continuamente: ‘Sono un attore moderno che interpreta la trasposizione di un classico’. E’ una cosa che sai, ma poi devi dimenticartela”.
“I temi, gli avvenimenti e i problemi dei protagonisti di questo film sono eterni”, osserva Dominic Cooper. “Ma tutto il resto - l’ambientazione, la musica, le idee - è molto moderno”.
Per Luke Evans il problema è stato di non farsi intimidire dalle fonti originali: “So che il film è tratto dal romanzo di Thomas Hardy Via dalla pazza folla. E ho visto l’originale, con Alan Bates. Cerco di non farmi troppo influenzare dalla sua interpretazione, e di non pensare: ‘Oddio, devo cercare di essere come Alan Bates!’
E’ un grande romanzo e credo che questo film gli renda giustizia”.
E l’ultima parola sulla presenza di Thomas Hardy nel film spetta a Tamsin Greig: “Credo che ogni storia contenga echi di tante altre storie precedenti, e cerco di non pensarci. Cerco di concentrarmi solo sul presente, ma senza dimenticare che sono tutte cose che abbiamo già visto e sentito tante volte. Perché siamo tutti esseri umani, in fondo”.


CHE COS’E’ UN FILM DI STEPHEN FREARS?
La caratteristica di Stephen Frears è la sua capacità di passare da un genere all’altro evitando le categorizzazioni. Quando Frears ha accettato di dirigere il film, la produttrice Tracey Seaward, sua collaboratrice di vecchia data, ha cominciato a mettere insieme alcuni dei più assidui collaboratori del regista, come Mick Audsley, Alan Macdonald, Alexandre Desplat, Consolata Boyle e l’attore Roger Allam.
“La cosa interessante di Stephen”, dichiara lo scenografo Alan Macdonald, “è che non è facile definire il suo cinema. Non è come quando vai a vedere un film di Almodovar, e lo riconosci fin dalle prime inquadrature. Il catalizzatore, per Stephen, è sempre la sceneggiatura, ma da un punto di vista stilistico i tre film che ho fatto con lui – The Queen - La regina, Chéri e Tamara Drewe – non potrebbero essere più diversi tra loro.
La trovo una cosa entusiasmante e stimolante per entrambi. Probabilmente, oggi capisco Stephen molto meglio della prima volta che ho lavorato con lui. Questo però non semplifica necessariamente le cose, perché fondamentalmente - come ho già detto – ogni film è diverso, e l’approccio è diverso a seconda dell’ambientazione e del soggetto”.

“Secondo me, il romanzo a fumetti Tamara Drewe è molto frearsiano”, osserva il montatore Mick Ausdley. “Con la sua ironia pungente, ma anche i suoi risvolti più intensi e drammatici. In fase di montaggio abbiamo scoperto una cosa interessante: inizialmente il film sembrava molto più leggero, ma a un certo punto vira verso il drammatico, e abbiamo dovuto stare attenti a mantenere una continuità narrativa. Il bello di questo film è che nonostante abbia un risvolto tragico, riesce a muoversi sul filo dell’ironia fino alla fine. Tutto merito di Stephen, non c’è dubbio”. A proposito della sua lunga collaborazione col regista, Audsley aggiunge: “Tutto quello di cui ha bisogno un montatore per lavorare bene – la fiducia del regista,la libertà di intervenire sul suo materiale e proporre soluzioni – è qualcosa che viene naturale tra amici. Ci vogliono anni per guadagnarsi una fiducia del genere. E io e Stephen ci conosciamo da 25 anni e abbiamo lavorato insieme a una ventina di film”.
Come Audsley, anche Alison Owen è convinta che Stephen Frears si sia fatto conquistare soprattutto dall’umorismo di Tamara Drewe . “Conosco Stephen da un bel po’, ma è la prima volta che lavoriamo insieme. Christine Langan, invece, ha lavorato a lungo con lui alla BBC ed era sicura che il libro di Posy gli sarebbe piaciuto moltissimo: hanno un senso dell’umorismo molto simile, anche se Posy è un meno meno caustica e un po’ più delicata. Comunque, Stephen ha colto subito lo spirito del fumetto, perché anche lui ha quel modo di prendere bonariamente in giro le persone, è sempre ironico. Dietro quell’ironia, però, c’è una grande umanità”.

Ad essere presi in giro in questo film sono soprattutto gli scrittori. “Glen, lo studioso di Hardy, ha una battuta fantastica”, racconta Roger Allam. “Dice che ‘gli scrittori sono i sacchi di merda più egocentrici del pianeta’. Non ha tutti i torti, perché a volte gli scrittori sono un po’ troppo concentrati su se stessi: parlano continuamente del loro lavoro, si sentono diversi dagli altri perché sono creativi, e quindi credono di avere diritto a un trattamento speciale. Insomma, non sono tutti così, certo, ci sono scrittori che fanno il loro lavoro con grande umiltà, come un qualsiasi altro lavoro: ti svegli, fai colazione e ti metti a scrivere. Ma è divertente prendere in giro quelli che si credono il centro del mondo…”
“Da ragazzo una volta ho conosciuto un poeta scozzese”, racconta John Bett, che nel film interpreta il poeta Dickory. “A sedici anni sono andato a intervistarlo a casa sua, in Scozia, e a un certo punto mi ha detto: ‘Alcuni dei più grandi poeti del mondo, e io non faccio eccezione…’Aveva un ego straripante!”

Frears è famoso per essere un regista di attori, che sul set riesce a creare l’ambiente giusto per ottenere dagli attori grandi interpretazioni. Ecco come Gemma Arterton descrive il suo rapporto col regista: “ Stephen cambia continuamente il suo stile, fa sempre qualcosa che non ti aspetti. Per questo film, mi ha contattato prima ancora di avere accettato di dirigerlo. Ha voluto fare prima il casting perché è convinto che con gli attori giusti, in un certo senso, il film venga da solo. Dopodiché credo che si sia divertito un sacco. E’ buffo perché a volte sul set giravamo una scena e lui diceva: ‘Oddio, una volta ero un regista serio…’ E noi gli rispondevamo sempre: ‘Perché? Stai andando benissimo!’. Certo, è una commedia molto diversa dalle altre cose che ha fatto, ma è proprio questo il bello. Stephen darà al film un’impronta unica – non sarà la solita commedia inglese. Lui sa fare emergere i lati più profondi dei personaggi, rendendoli più veri, più credibili. Sarà una commedia, ma capace di commuovere”.
“Io avevo già lavorato con Stephen quando ero più giovane”, racconta Bronagh Gallagher, “e lui è un maestro a raccontare storie. Come tutti i grandi registi. Arriva sul set preparatissimo, ma la prima domanda che si fa è una sola: ‘Stiamo raccontando la storia?’”
“Stephen ti dà una sicurezza incredibile”, osserva Dominic Cooper. “Per interpretare un personaggio come il mio, in una commedia, devi sentirti molto sicuro di quello che fai e pronto a correre dei rischi, perché sei sempre un po’ sopra le righe. Se c’è un clima disteso e amichevole tra tutti i membri della troupe, ti senti tranquillo e incoraggiato a sperimentare senza avere paura di renderti ridicolo. Stephen sa creare le condizioni giuste per farti sentire così”.

Quando gli attori parlano del loro regista ricorre spesso anche un’altra parola: generosità. “Non è un regista che interferisce ossessivamente con la tua recitazione. Magari viene da te durante la pausa pranzo e ti dice qualcosa del personaggio, in linea generale. Mi ricordo una volta, durante le riprese del film The Queen - La regina. Io avevo una bella sequenza, ma ero molto inesperto in campo cinematografico. Lui mi ha detto solo: ‘Non fare una pausa, in quel punto’. Allora gli ho chiesto: ‘Davvero? Perché no?’ E lui: ‘Be’, viene così bene quello che fai, che se ti fermi in quel punto mi darai la possibilità di usare le forbici al montaggio’. E’ stato molto generoso da parte sua metterla in questi termini. Probabilmente aveva ragione sulla pausa, ma è stato anche importante sapere che ci teneva alla mia recitazione, a non tagliarla”.
Infine Tamsin Greig: “Io credo che Stephen sia molto bravo nel casting. Sceglie con grande cura i suoi attori, e poi si fida di loro. Gli attori sanno cosa vuole e cosa no, lo capiscono subito. E’ come uno scultore – aspetta che le cose emergano da sole”.
Allora, che cosa ha convinto Frears a dirigere il film Tamara Drewe? “Il copione mi ha fatto ridere. E’ divertentissimo, e molto sexy e anche molto contemporaneo. Fare un film tratto da un fumetto è terribilmente liberatorio. Praticamente puoi fare qualunque cosa, è fantastico. Di solito i fumetti sono come Superman, parlano di supereroi. Ma questo è anche intelligente e parla di cose in cui ti riconosci. Non ho mai fatto un film così. Ho dovuto completamente ripensare il mio modo di lavorare”.

A metà del montaggio, ha dichiarato: “Non ho ancora il quadro completo. Ci metto sempre un bel po’ prima di poter rispondere alla domanda: ‘Che tipo di film è?’ Di una cosa però sono soddisfatto: è molto divertente. Anche se mi rendo conto che parla di cose terribili! Di questo mi scuso. Ma scommetto che sono l’unico uomo al mondo che ha girato la carica di una mandria nel Dorset!”
La cosa che lo ha più colpito in Tamara Drewe è un’altra, però: “Gli inglesi non fanno film sulla campagna inglese. In questo periodo mi piace definire questo film come la una ‘commedia pastorale’. Be’, insomma, Sogno di una notte di mezz’estate è una commedia pastorale, ma non ce ne sono molte altre in giro. E se ci sono, sono commedie in costume. Non esistono film ambientati ai giorni nostri nella campagna inglese, come questo. Quindi ho capito subito che era una cosa completamente diversa. E’ più nella tradizione francese. Chabrol, per esempio, faceva film di questo tipo. Così, ora me ne vado in giro dicendo a tutti che ‘il Dorset è la nuova Provenza!’”

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