Stanno tutti bene di Kirk Jones

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locandina Stanno tutti bene
 
Regista: Kirk Jones
Titolo originale: Everybody's Fine
Durata: 99'
Genere: Drammatico
Nazione: Usa
Rapporto:

Anno: 2009
Uscita prevista: 12 novembre 2010 (cinema)

Attori: Robert De Niro, Drew Barrymore, Kate Beckinsale, Sam Rockwell, Lucian Maisel, Damian Young, James Frain, Melissa Leo, Katherine Moennig, Brendan Sexton III, James Murtaugh, Austin Lysy, Chandler Frantz, Lily Mo Sheen, Seamus Davey-Fitzpatrick, Steve Antonucci, Ben Schwartz, Mackenzie Milone
Soggetto: Massimo De Rita, Tonino Guerra, Giuseppe Tornatore
Sceneggiatura: Kirk Jones

Trama, Giudizi ed Opinioni per Stanno tutti bene (clic qui)...In questa pagina non c'è nemmeno la trama per non fare spoiler in nessun caso.
 
Fotografia: Henry Braham
Montaggio: Andrew Mondshein
Musiche: Dario Marianelli
Scenografia: Andrew Jackness
Costumi: Aude Bronson Howard

Produttore: Gianni Nunnari, Vittorio Cecchi Gori, Ted Field, Glynis Murray
Produttore esecutivo: Craig J. Flores, Callum Greene, Vitaliy Versace
Produzione:
Distribuzione: Medusa

La recensione di Dr. Film. di Stanno tutti bene
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Colonna sonora / Soundtrack di Stanno tutti bene
Paul McCartney ha scritto "(I Want To) Come Home" per il film.

CD: 1
1. Franks Journey Begins
2. Trains
3. You Will Become an Artist
4. Leaving New York
5. Hole in One
6. Telephone Poles
7. Roberts Rehearsal
8. Some Nightmares
9. Why Did You All Lie to Me?
10. A Hospital Visit
11. Davids Painting
12. Christmas Together

Voci / Doppiatori italiani:
Stefano De Sando: Frank Goode
Ilaria Stagni: Rosie Goode
Chiara Colizzi: Amy Goode
Riccardo Rossi: Robert Goode
Manuel Meli: Jack
Ruggero Valli: David da bambino
Sara Labidi: Amy da bambina
Arturo Valli: Robert da bambino
Vittoria Bartolomei: Rosie da bambina

Informazioni e curiosità su Stanno tutti bene

E' il remake americano di Stanno tutti bene (1990) di Giuseppe Tornatore, vent'anni dopo.

Note dalla produzione:
IL FILM
“Non so cosa vi stia succedendo ragazzi. Raccontavate sempre tutto a vostra madre mentre a me non dite mai niente.”
Frank Goode

Nessuna famiglia è perfetta. Anzi più una famiglia sembra perfetta maggiori sono le probabilità che abbia degli scheletri nell'armadio, e i Goode non sono di certo un'eccezione. Frank Goode si è ammazzato di lavoro per mantenere la famiglia e per aiutare i figli a realizzare le proprie aspirazioni e quindi non c'è nulla di strano se ora che ha raggiunto i 60 anni si rende conto che il tempo è volato e che non ha visto i suoi figli crescere. Frank è talmente desideroso di recuperare il tempo perduto e di riallacciare i rapporti con i suoi figli che intraprende un lungo viaggio attraverso il continente anche se dopo pochi giorni capisce che le notizie e le informazioni che sua moglie gli riferiva su di loro servivano solo a farlo stare tranquillo e a proteggerlo della brutte notizie che li riguardavano.

Non è un caso che un film incentrato sul tema della famiglia sia stato realizzato in un paese che esalta l'importanza dei valori famigliari – l'Italia. Il film originale infatti è stato scritto e diretto da Giuseppe Tornatore dopo l'incredibile successo e l'Oscar vinto con “Nuovo Cinema Paradiso”.
Da quando aveva letto la sceneggiatura originale in italiano circa vent'anni fa, il produttore, Gianni Nunnari (“The Departed”, “300”, “Shutter Island”) non aveva mai smesso di pensare a come avrebbe potuto trasportare nel vasto paesaggio americano quel padre e quella famiglia così italiani nati dall'immaginazione di Tornatore, trasformando il film in una commovente commedia americana. E proprio per questo aveva comprato i diritti sul film sperando, un giorno o l'altro, di tornare a raccontare la stessa storia partendo da un punto di vista e da una sensibilità diversi.

Ma per uno strano scherzo del destino, ci è voluto un inglese affinché il meccanismo si mettesse in moto. E' stato solo quando Nunnari ha visto la fortunata commedia di successo “Svegliati Ned”, che ha capito che lo sceneggiatore e regista Kirk Jones, con il suo stile prettamente inglese, aveva il giusto mix di umorismo sottile e emozioni profonde necessario per affrontare un nuovo adattamento di “Stanno Tutti Bene” e di conseguenza gli ha mandato una copia della sceneggiatura di Tornatore.
Dopo aver scritto e diretto “Svegliati Ned” – che è stato il secondo maggior successo commerciale (rispetto al budget) a livello mondiale dell'anno - Jones ha diretto “Nanny McPhee- Tata Matilda” per la Universal Working Title scritto e interpretato da Emma Thompson' Ma nel 2007 era già alla ricerca di un altro progetto.

“Cercavo da tempo il mio primo progetto americano anche se al tempo stesso ero desideroso di scrivere e a dirigere di nuovo qualcosa di mio. Con questo voglio dire che intendevo arrivare negli Stati Uniti con un progetto del quale mi sentissi parte integrante e attiva piuttosto che lavorare ad un progetto di uno studio che era già stato sviluppato da qualcun altro e che era passato per le mani di dozzine di sceneggiatori. Volevo lavorare con la stessa semplicità con la quale avevo realizzato Svegliati Ned.”
“Trovare il progetto giusto è un po' come comprare una casa; e infatti come capita per le case, è l'istinto che ti dice che hai trovato ciò che fa per te e lo stesso è successo con questo film: dopo qualche minuto di visione del film originale in italiano, ho provato una profonda empatia con una storia capace di commuovermi e di farmi ridere al contempo. E' una storia semplice ma appassionata al tempo stesso,” conclude Jones.

E aggiunge Nunnari: “Un giorno Kirk mi ha chiamato e mi ha detto che era intenzionato a dirigere STANNO TUTTI BENE e che avrebbe voluto partecipare alla realizzazione sin dall'inizio, attingendo alla sua creatività e scrivendo una nuova sceneggiatura partendo dall'idea del film originale. E Kirk ha scritto una sceneggiatura che non era semplicemente una tragi-commedia interpretata da bizzarri personaggi ma ha raccontato un grande viaggio americano. La maniera di esprimersi di Kirk è meravigliosa perché è profondamente umana.”
Racconta Jones, “Ho visto il film originale solo tre volte perché non volevo limitarmi a tradurlo o a rifare la stessa versione in una lingua diversa; non era questo il mio desiderio e non era certamente questo ciò che Tornatore si aspettava da me. Quello che desideravo era scrivere un film che fosse mio. E la cosa che mi interessava di più era il tema della famiglia che è naturalmente il tema più universale del mondo.”

Ma Jones era pienamente consapevole della sfida che lo aspettava visto che si accingeva a scrivere un road movie americano essendo invece di nazionalità inglese. “Non volevo mettermi al lavoro senza essere preparato come si deve e quindi ho preso un aereo per New York e poi ho viaggiato in giro per gli Stati Uniti, un po' come fa Frank nel film, dormendo in motel economici, viaggiando sugli autobus della linea Greyhound e sui treni Amtrak e chiacchierando con gli occasionali compagni di viaggio. Viaggiare da soli è la maniera migliore per entrare nell'anima di un paese, per incontrare altre persone e stabilire un contatto con loro. Ho scattato quasi 2.000 fotografie e registrato circa 1.000 interviste con chiunque fosse disposto a chiacchierare con me, dai tassisti agli impiegati dei motel, passando per gli eccentrici personaggi che ho incontrato sugli autobus. Ed è da questi incontri che sono venute la maggior parte delle idee che ho messo nel film: dai cavi del telefono, ai personaggi eccentrici a quelli reali, fino alla valigia con le rotelle.”
Forse è stato proprio il punto di vista da straniero di Jones a rendere la sceneggiatura unica. Commenta il produttore esecutivo Callum Greene: “Essendo Inglese, Kirk guarda da una prospettiva e da un punto di vista diverso tante cose che noi americani diamo per scontate. Trova la bellezza anche nella quotidianità di una famiglia qualunque, cosa che a noi forse potrebbe sfuggire.”


La famiglia come tema universale
Avendo tre figli, Jones si è immedesimato perfettamente nella storia di un padre che desidera solo dare il meglio ai propri figli ma che sa anche che essere genitori è una cosa molto complessa dal punto di vista emotivo.
Spiega Jones, “Qualunque padre può immedesimarsi nelle emozioni conflittuali che prova Frank quando si rende conto di aver dedicato troppo poco tempo ai propri figli e alla famiglia solo perché era costretto a fare gli straordinari per garantirgli un futuro. E' interessante notare che con tutti i progressi tecnologici compiuti negli anni più recenti, trovare il giusto equilibrio tra lavoro e famiglia resta uno dei problemi maggiori che i moderni genitori devono affrontare. Frank faceva i doppi turni in fabbrica, uscendo di casa prima che i figli si svegliassero e tornando a casa quando erano già a letto. E negli anni non è cambiato nulla: l'avvento dei computer, della posta elettronica, degli SMS e dei telefoni cellulari ha solo diffuso l'idea che siamo sempre raggiungibili, che possiamo lavorare sempre, che siamo sempre collegati e che possiamo essere in due posti al tempo stesso, ma al tempo stesso ci ha privati della possibilità di rilassarci completamente e di concentrarci almeno ogni tanto solo sulla famiglia e sulle cose che contano veramente.”
Jones è stato anche profondamente colpito dal risveglio di Frank e da come affronta la consapevolezza che forse i suoi figli non sono poi così perfetti.

“I figli non sono fatti per essere perfetti, e neanche le famiglie lo sono. La cosa fondamentale in ogni famiglia è crescere, imparare e diventare più tolleranti con gli anni che passano e questo vale sia per i genitori sia per i figli. Ma spesso le aspettative nei confronti dei figli sono esagerate soprattutto ai giorni nostri. Alcuni genitori spingono i propri figli a leggere, a scrivere, a suonare uno strumento quando sono ancora molto piccoli. Il numero crescente di esami e test che i bambini piccoli devono superare a scuola, le scadenze, gli obiettivi da raggiungere non lasciano ai ragazzini il tempo per riposarsi, per ascoltare le favole o per fare un sonnellino. Durante il mio viaggio in giro per gli Stati Uniti ho parlato con diverse persone del mito del Sogno Americano ai giorni nostri e dell'idea che tutto sia possibile a patto di lavorare sodo. Ho chiesto spesso se i figli, in questa cultura, non rischino di nutrire delle aspettative esagerate circa il loro futuro.”

“Ho iniziato esaminando le aspirazioni che ha Frank per i suoi figli. Frank ha sempre amato i figli e ha sempre desiderato il meglio per loro; avrebbe voluto vederli realizzare i propri sogni ma il suo desiderio era talmente forte che i figli si sono sentiti in un certo senso quasi costretti a riuscire e questo li ha portati a vantarsi dei loro successi – in realtà mai ottenuti – pur di farlo contento.”
“Credo che siano tanti i genitori che si aspettano troppo dai propri figli. l'unica colpa di Frank è desiderare il meglio per i suoi figli e con il suo atteggiamento ha sempre cercato di ispirarli perché voleva che raggiungessero la cima ma purtroppo il risultato è che oggi loro sono convinti di averlo deluso perché non hanno ottenuto il successo che lui sperava per loro.”


L’incontro con De Niro
Robert De Niro è stato l'unico attore al quale Jones ha pensato per il ruolo di Frank Goode e nel 2007 si è recato appositamente a New York con la produttrice Glynis Murray per incontrarlo per la prima volta.
Ricorda Jones, “Ero leggermente nervoso perché sapevo che di lì a poco avrei incontrato uno dei più grandi attori di tutti i tempi ma la cosa più importante è che ero molto consapevole che avrei avuto una sola occasione e che non potevo sprecarla. Ma dopo qualche minuto con lui, mi sono rilassato completamente e guardandolo non ho più avuto alcun dubbio: solo lui poteva interpretare Frank Goode, e in quel momento ho sperato che anche lui la pensasse così.”
“Bob si è dimostrato particolarmente interessato all'idea di utilizzare persone vere e di improvvisare alcune scene con dei non attori. Bob è soprattutto un papà e quindi si è lasciato coinvolgere totalmente dal progetto, perché è riuscito subito ad immedesimarsi a livello emotivo e ad affrontare al meglio il tema universale della paternità,” commenta Jones.
Jones si è fidato ciecamente della produttrice Glynis Murray, con la quale aveva lavorato per “Svegliati Ned” e “Nanny McPhee (Tata Matilda)”, e lei da parte sua è stata molto soddisfatta per come Jones ha sviluppato la sceneggiatura. “Kirk ha sfruttato questa occasione per fare proprie le emozioni rappresentate da Tornatore e ricollocarle nel paesaggio americano,” commenta la produttrice.

“Credo che abbia messo in primo piano soprattutto il tema universale del rapporto tra genitori e figli che è uguale in Gran Bretagna, in America, in Italia, in India o ovunque nel mondo. Uno dei temi più forti del film è l'amore mal indirizzato. In un certo senso Frank ha sempre avuto delle aspettative un po' esagerate per i figli e questo ha fatto sì che loro, nel tentativo di soddisfarlo, si siano invece allontanati da lui e dal suo amore, creando anche dei fraintendimenti. Tuttavia si capisce chiaramente che alla base di tutto c'è un grande amore reciproco. E' un tema potente e credo che saranno tanti coloro che rivedranno la propria famiglia.”
Le emozioni e la forza della sceneggiatura sono emersi subito nella prima lettura fatta con De Niro e degli amici attori a New York. Ricorda Jones, "E' stata un'occasione speciale e credo anche unica. Non posso dilungarmi troppo su quell'incontro perché è stata una lettura privata e tale deve restare ma coloro che vi hanno partecipato la ricordano come un'esperienza molto forte dal punto di vista emotivo.”


L’incontro con Jones
“Kirk mi è piaciuto subito e parecchio,” ricorda De Niro. “Quando mi ha fatto vedere tutte le fotografie che aveva scattato ho capito subito che c'era qualcosa di speciale in lui e che il suo film sarebbe stato qualcosa di speciale per il semplice fatto che c'era lui e indipendentemente dal risultato finale. Poi ho visto „Svegliati Ned' ed è stata una rivelazione. Da quel momento in poi, abbiamo solo ragionato sulla tempistica.”
De Niro ha anche visto il film originale di Tornatore ma ci ha messo poco a capire che quello che voleva fare Jones andava in una direzione totalmente diversa. “Il film di Tornatore mi è piaciuto molto ma si tratta di uno stile totalmente diverso da quello di Jones. E' un film più intenso e stilizzato e l'interpretazione di Mastroianni è tutta un'altra cosa rispetto al “mio Frank” conclude De Niro.

La cosa che ha maggiormente influenzato l'interpretazione di De Niro è stata la sua esperienza di padre. “Posso facilmente identificarmi con la storia e con il personaggio,” commenta De Niro. “E posso capire facilmente quello che Frank vive e prova per i figli ed è questo che ha reso il film così interessante ai miei occhi.”
Una volta sul set, De Niro ha sfruttato anche i dettagli più insignificanti del suo personaggio per mettere in primo piano la necessità e il desiderio di Frank di sentirsi amato dai suoi figli. Osserva Glynis Murray: “Se guardi De Niro nella scena al supermercato, quando cammina con la borsa della spesa o quando durante il viaggio scatta le fotografie e poi ripone con attenzione la macchina fotografica nella sua custodia dentro la borsa, sono certa che saranno in tanti ad esclamare: Questo somiglia proprio a mio padre! E' immediato immedesimarsi con lui.”

Ma De Niro è stato anche incuriosito e attratto dall'approccio di Jones. “E' una storia molto vera, ma è anche surreale; c'è un non so che di espressionista nello stile e nelle idee di Kirk”, osserva l'attore.
E mentre i figli di Frank sono tutti dei professionisti, Frank proviene da un ambiente operaio visto che ha lavorato per anni in fabbrica, occupandosi del rivestimento dei cavi che attraversano il Paese per trasmettere le conversazioni telefoniche da un luogo all'altro, il che rende il tutto ancora più ironico e doloroso soprattutto quando il suo telefono smette praticamente di squillare. Secondo De Niro, la vera priorità di Frank, ciò che conta veramente per lui è sentire di essere il capofamiglia, colui che mantiene la famiglia con il proprio lavoro e spera che tutti i sacrifici compiuti vengano interpretati come una forma d'amore.
I temi universali affrontati dal film hanno colpito ugualmente il resto degli attori e dei membri della troupe, molti dei quali hanno attinto alle proprie esperienze personali che hanno messo al servizio di STANNO TUTTI BENE.

Jones ricorda il casting e i provini: “Prima di questo film non avevamo mai fatto piangere nessuno durante un provino o un colloquio di lavoro ma posso dire in tutta tranquillità che uno su quattro di tutti coloro che ho incontrato (attori o membri della troupe), quando ha cominciato a parlare della sua famiglia, dei genitori, dei figli e della sceneggiatura, è scoppiato in lacrime. E' stata una cosa talmente costante che alla fine è diventata una specie di barzelletta e mi sono ritrovato spesso insieme alla produttrice Glynis a consolarli e a rassicurarli che la loro reazione era piuttosto comune. E per la prima volta nella mia carriera mi sono reso conto di quanto sia potente l'argomento famiglia per tanta gente. All'inizio dell'intero processo mi è stato chiesto chi secondo me sarebbe andato a vedere un film di questo genere e io ho risposto dicendo che non pensavo che ci sarebbe stato qualcuno desideroso di vederlo… tranne coloro che avevano dei genitori, o dei fratelli, delle sorelle o dei figli…”

Drew Barrymore, che interpreta la figlia di Frank Rosie, riassume la questione in questi termini: “E' chiaro che non tutti stanno bene nella famiglia Goode ma è quello che succede nella famiglie di oggi; hanno tutti una facciata ed è questo il cuore della storia. I Goode alla fine capiscono che non è necessario che 'stiano tutti bene' ma che ciò che conta è che 'stiano tutti vivendo a pieno la propria vita'. Essere una famiglia vuol dire volersi bene anche quando le cose vanno male, quando si soffre e non solo quando succedono cose belle che rendono tutti felici. I momenti migliori per una famiglia sono quelli in cui si respira onestà e sincerità.”


La scelta dei componenti della famiglia
Una volta che De Niro ha accettato la parte, Jones ha iniziato a mettere insieme il resto della famiglia. “Scegliere gli attori per interpretare i membri di una stessa famiglia può essere veramente problematico perché ci sono dei requisiti di base da rispettare oltre aduna certa alchimia tra affini della quale bisogna tenere conto. Non volevo assolutamente creare la famiglia perfetta, ma intendevo portare sullo schermo una famiglia reale, e quindi desideravo una sorella maggiore che fosse un po' autoritaria e prepotente, mentre la più giovane doveva essere la più vulnerabile, e via dicendo...”
Per il ruolo di Rosie, la ballerina che apparentemente fa la bella vita a Las Vegas, Jones ha pensato a Drew Barrymore, che non è soltanto una delle attrici più richieste del momento ma che è anche una cineasta, avendo prodotto il film “Charlie's Angels” e avendo debuttato dietro la macchina da presa con la commedia “Whip It.” “Potrei guardarla per ore mentre recita,” commenta Jones. “Ha una bellezza fuori dal comune e davanti alla macchina da presa è molto rilassata. Credo che con lei il pubblico si senta rilassato e a proprio agio perché l'ha letteralmente vista crescere sullo schermo.”

Per quanto riguarda Drew Barrymore, è stata attratta soprattutto da un elemento: Kirk Jones. “Mi sono molto commossa leggendo la sua sceneggiatura,” commenta l'attrice. “Ha uno stile molto visivo ma anche molto emotivo. E in questo film affronta un tema che è una vera e propria epidemia a livello globale: la tendenza delle famiglie a nascondere i problemi e a far finta che vada tutto bene. E' un film che parla del ritrovarsi e della comunicazione ed è per questo che l'ho trovato molto intrigante. Crescendo resti scioccata da come le persone si allontanino e da quanto sia difficile trovare del tempo per la famiglia e gli amici. E ho apprezzato molto l'intenzione di Kirk di parlare proprio di queste cose perché ritengo che siano molto importanti.”

L'attrice ha anche apprezzato molto il numero di ballo e canto che Rosie cerca di mettere su per suo padre. “Rosie cerca di mettere su un numero per il padre perché sa che lui è molto orgoglioso che la sua bambina abbia realizzato i propri sogni e quindi anche se ha molte difficoltà, cercherà di non farglielo capire,” spiega Drew Barrymore. “Rosie tenta di fare la cosa giusta ma come sua sorella e i suoi fratelli, è prigioniera di un circolo vizioso che deve necessariamente essere spezzato.”
Barrymore racconta che il suo personaggio ha preso vita quando ha iniziato a lavorare con gli altri attori. “Odio le finte famiglie Hollywoodiane nelle quali gli attori fanno una sola lettura insieme e già si credono una vera famiglia,” commenta l'attrice. “Ma questa volta è stato diverso perché abbiamo trascorso molto tempo insieme e in questa maniera si è sviluppato fra di noi un palpabile affetto.”

Continua l'attrice: “Ho adorato interpretare il ruolo della sorella di Kate Beckinsale. E' una persona meravigliosa e una grandissima attrice e quindi è stato facile lavorare con lei. Avevo già interpretato diversi film con Sam Rockwell e devo confessare che è sempre un enorme piacere lavorare con lui. Per quanto riguarda Robert De Niro, ho capito subito che non avrei mai potuto chiamarlo Bob e quindi ho cominciato a rivolgermi a lui chiamandolo Papà d. Volevo riuscire a conoscerlo abbastanza bene per far sì che le mie emozioni apparissero naturali sullo schermo.”
Kate Beckinsale, l'attrice inglese conosciuta per film quali “Pearl Harbor”, “Van Helsing” e “Snow Angels”, ha avuto un'esperienza simile interpretando Amy, la dirigente pubblicitaria che nasconde al padre alcuni dettagli importanti sulla sua vita coniugale. “Credo che siamo riusciti a sentirci una vera famiglia,” osserva l'attrice. “Eravamo tutti molto coinvolti dalla storia. Forse non abbiamo vissuto tutti le stesse esperienze ma i segreti di famiglia, il tentativo di proteggere i propri genitori e i rapporti tra fratelli sono cose nelle quali ognuno di noi può immedesimarsi. Soprattutto per Bob e il suo coinvolgimento è avuto un effetto positivo su tutti noi.”

Beckinsale osserva che quando Frank arriva nella spettacolare casa di Amy, super moderna e disegnata da un architetto di grido, si rende conto che quella casa da rivista non riflette affatto ciò che succede lì dentro. “Frank fa una sorpresa alla figlia e arriva in un momento di crisi e allora Amy comincia a mentire e entra in una spirale dalla quale non riesce ad uscire,” commenta l'attrice. “Credo che per Amy sia particolarmente difficile lasciarsi andare visto che è l'unica della famiglia ad avere avuto successo sul lavoro. I suoi fratelli e sua sorella sono tutti degli artisti, mentre lei è sempre stata una persona responsabile, pragmatica e lavoratrice. E vuole che suo padre veda solo questo di lei.”
E' stato facile, racconta la Beckinsale, entrare nella dinamica padre e figlia grazie ai sentimenti che De Niro è riuscito a scatenare in lei. “Abbiamo tutti percepito che in lui c'era qualcosa di speciale che ricordava ad ognuno di noi il rispettivo padre,” spiega l'attrice. “E non dipende dal suo aspetto o da quello che fa, ma dalla sua miscela di forza e vulnerabilità che hanno ricordato a tutti noi – e anche a chi veniva a trovarci di tanto in tanto sul set – il proprio papà.”

Per rendere le cose ancora più autentiche, la vera figlia di Beckinsale, Lily Mo Sheen, interpreta Amy da ragazzina. “Lily viene sempre con me quando lavoro ma un giorno mi è arrivata una telefonata nella quale mi chiedevano di portarla per un provino,” ricorda l'attrice. “Ho pensato che non fosse una buona idea perché lei ha uno smaccato accento inglese e sarebbe stato assai complicato imitare l'accento Americano. Ma lei ha superato il provino a pieni voti, anzi lo ha trovato molto facile.”
Beckinsale era molto preoccupata il giorno in cui sua figlia, al debutto sul grande schermo, avrebbe dovuto lavorare subito con De Niro. Ricorda l'attrice: “Ero letteralmente paralizzata dal terrore per lei…… ma lei era tranquillissima e alla fine delle riprese ha detto: E' stato magnifico ma avrei preferito farlo con qualche attore famoso, tipo George Clooney...”

Come Barrymore e Beckinsale, Sam Rockwell, che interpreta il figlio di Frank, Robert, ha apprezzato molto l'approfondita analisi che il film fa della famiglia moderna. “Sembra che al giorno d'oggi si siano tutti allontanati dai propri genitori,” osserva l'attore. “Ma siamo comunque legati da un filo ed è per questo che il film è una specie di viaggio alla ricerca della propria anima.”
Rockwell, conosciuto per le interpretazioni iconoclastiche in film quali “Confessioni di una mente pericolosa,” “Il genio della truffa,” “l'assassinio di Jesse James,” e “Moon,” è rimasto affascinato da Robert – che è riuscito a diventare adulto nascondendo al padre quello che fa nella vita. “Robert ha mantenuto il secreto per tutta la vita,” racconta l'attore. “Dai racconti della madre, il padre si è fatto l'idea che Robert sia un compositore e un direttore d'orchestra – e Robert non ha fatto nulla per smontare la sua convinzione - ma in realtà è un percussionista. E quando Frank lo va a trovare, erano anni che non vedeva nessuno della famiglia.”

Robert è anche il primo dei ragazzi a dire al padre di non aver avuto un'infanzia ideale. "E' il primo a dire la verità e ad affrontare Frank in maniera diretta,” continua l'attore. “Ma anche Robert mente al padre riguardo al fratello David perché sono tutti d'accordo nel cercare di proteggere il padre da una notizia che potrebbe distruggerlo. Tuttavia, credo che comincino a rendersi conto che non ci si può spingere troppo oltre nel tentativo di proteggere i propri genitori.”
Parlando dell'interpretazione di Rockwell, Glynis Murray osserva: “Lo abbiamo visto essere buffo, spaventoso e molto molto potente ma non credo che lo avevamo mai visto interpretare un personaggio così sensibile. E' una parte molto diversa dalle solite e credo che per lui sia stata un'occasione magnifica.”

Tra Barrymore, Beckinsale Rockwell e De Niro è nato un bel rapporto prima dell'inizio delle riprese e Jones ha fatto in modo che l'atmosfera rilassata e tranquilla regnasse anche sul set. La sua decisione di girare in digitale gli ha permesso di lasciar andare la macchina da presa e di poter incoraggiare gli attori a non interrompersi e a ripetere le scene.
“Hanno tutti adorato il fatto di permettere agli attori di improvvisare e di continuare a girare, senza dover interrompere in continuazione,” spiega il regista. “Così facendo gli attori non perdevano il ritmo che ritenevano giusto e autentico per una famiglia. L'unico lato negativo del girare così tanto è che dopo sei costretto a passare molto più tempo in sala montaggio per scegliere tra tutto quel materiale. Ho guardato i giornalieri per tre settimane consecutive, 12 ore al giorno per essere certo di scegliere solo le scene migliori.”


Il viaggio
Quando Frank Goode si mette in viaggio per andare a trovare i quattro figli ormai adulti, ritrova un qualcosa che non sapeva di aver perso: la sua famiglia. Frank si rende immediatamente conto che la moglie lo amava così tanto da sentirsi in dovere di proteggerlo da qualunque preoccupazione famigliare, e da tutte quelle cose che sapeva lo avrebbero fatto stare male.
Durante il viaggio, con il tempo a disposizione per riflettere e con tante persone incontrate per strada con le quali parlare di qualunque cosa, Frank comincia a capire che se desidera che i suoi figli siano più onesti con lui, se vuole che comincino a parlargli più spesso e a condividere con lui sia le belle sia le cattive notizie, allora anche lui deve cominciare a cambiare.

Al centro del film c'è un viaggio emotivo e fisico. Jones racconta:, “Volevo che fosse chiaro che malgrado Frank scatti tante fotografie, un viaggio di scoperta come questo non si esaurisce in un bell'album di foto ma ha che fare con il cambiamento, con il ritrovarsi in situazioni insolite e scomode, e con il confrontarsi con degli estranei che hanno opinioni diverse dalle proprie.”
“Avevamo una sfida logistica da affrontare: avendo decido di girare tutto il film nel Connecticut – per sfruttare tutti i vantaggi fiscali offerti dallo stato – abbiamo dovuto lavorare molto per far sì che pur non spostandoci mai, il viaggio attraverso il continente risultasse credibile.”

“Durante il mio viaggio in giro per il Paese ho cominciato a pensare ad un'attività o a un passatempo per Frank durante il viaggio che mi permettesse di inserire nel film i paesaggi mozzafiato che avevo visto di persona. E mentre pensavo a Frank e al film, guardando dal finestrino del treno che collega St. Louis a Kansas City mi sono accorto per la prima volta della presenza dei cavi del telefono davanti a me e ho colto immediatamente la deliziosa ironia insita nel fatto che Frank aveva contribuito a produrre i cavi mettono in comunicazione milioni di persone mentre lui aveva degli enormi problemi a comunicare con la sua famiglia.”
“Da quel momento ho cominciato a farci caso e mi sono accorto che il paesaggio americano è letteralmente disseminato di pali telegrafici e ogni volta che il treno o l'autobus attraversavano un luogo particolarmente bello, scattavo delle fotografie con i pali o i cavi in primo piano, che avrei poi inserito nel film nei momenti più opportuni. ”
Successivamente, i pali del telegrafo e i cavi telefonici sono stati filmati con una piccola macchina da presa della seconda unità e per farlo Jones è tornato di nuovo in alcune delle città visitate durante il suo viaggio alla scoperta degli Stati Uniti anche se questa volta era accompagnato dalla troupe.

La presenza dei pali sullo sfondo di paesaggi meravigliosi ha dato respiro al film e ha conferito l'idea del viaggio ma ciononostante Jones ha comunque dovuto affrontare il problema di fare assomigliare il Connecticut a decine di altri Stati che Frank visita nel suo viaggio. Per farlo ha chiesto al reparto creativo – guidato dal direttore della fotografia Henry Braham, che aveva già lavorato con lui per “Svegliati Ned” e “Nanny McPhee (Tata Matilda)” e dallo scenografo Andrew Jackness (“Killshot”) – di aiutarlo non solo a far passare il New England per tutti gli altri Stati ma anche a creare una storia che avesse l'impatto viscerale di un viaggio.
Spiega Braham: “Il tema del film non è solo come i genitori e i figli si relazionano tra di loro ma anche come un uomo esce dal proprio isolamento e ristabilisce i contatti con il mondo. E' un road movie, in un certo senso e quindi le ambientazioni che circondano i personaggi in ogni singola sequenza sono fondamentali.”

Braham e Jones hanno deciso sin dall'inizio di girare utilizzando una tecnologia digitale nuova di zecca: la macchina da presa Panavision Genesis. “Desideravamo fare un film sull'America contemporanea e per questo era necessario lavorare con mezzi moderni,” osserva Jones. “La scelta della tecnica ha avuto un impatto enorme sulla realizzazione del film e sul suo stile. Ci ha permesso di prendere delle situazioni comuni e ambientazioni urbane e di farli sembrare veramente bellissimi. Kirk si è veramente fidato di noi decidendo di girare in digitale ma credo che dal punto di vista visivo il risultato sia elettrizzante.”
“Il formato digitale non solo ci ha permesso di utilizzare degli obiettivi tradizionali che hanno contribuito all'aspetto del film ma ha anche richiesto l'uso della stessa frazione di luce prevista dalla 35 mm. Questo ho voluto dire meno tempo a disposizione per la preparazione e più tempo per girare ma anche che come unità potevamo muoverci molto più velocemente. Guardando il risultato finale, siamo riusciti a catturare delle scene incredibili utilizzando poco più della luce naturale anche dopo il tramonto. Abbiamo girato in stazioni degli autobus e della metropolitana, in vallate rocciose molto dopo il tramonto e i risultati sono l'assenza quasi totale di grana e scene molto naturali.”

Il direttore della fotografia era particolarmente entusiasta dal dover filmare il paesaggio rappresentato dal volto di Robert De Niro. "E' particolarmente interessante osservare la sua faccia perché riesci a leggere tutto quello che prova,” osserva Braham. “La macchina da presa adora De Niro perché non c'è un solo momento in cui non c'è qualcosa nei suoi occhi che tu non desideri guardare. Ti rapisce.”
E mentre la squadra di Braham è partita per una spedizione di tre settimane per filmare i paesaggi ai quattro angoli del Paese, l'intero film è stato girato nello Stato del Connecticut. E questo ha implicato per lo scenografo Jackness, il cui lavoro sullo schermo è influenzato dalla sua carriera a teatro e all'opera, una sfida creativa piuttosto intrigante.

"E' stato molto importante ai fini narrativi cercare di far capire sempre dove si trovasse Frank durante il suo viaggio,” spiega Jackness. “Il mio lavoro è stato quello di collegare tra di loro 60 diversi luoghi accomunati da un singolo filo narrativo mentre Frank va dalla sua casa sulla costa est a New York, Chicago, Denver e Las Vegas e poi torna indietro. l'idea di base era avere dei mondi separati ma di trasformarli poi in qualcosa di unico.”
Jackness ha iniziato guardando le numerose fotografie scattate da Jones durante il suo famoso viaggio e dalla conoscenza di Frank Goode. “La cosa che mi ha colpito maggiormente di Frank nella sceneggiatura è che è totalmente isolato dal proprio ambiente. Il film comincia nel suo giardino, che è ispirato al suo senso della perfezione, ma poi quando parte per il viaggio ci rendiamo conto che è stranamente scollegato dal mondo che lo circonda. E solo verso la fine comincerà a cambiare.”

Ha anche lavorato a stretto contatto con Jones e Braham per scegliere i colori. “Abbiamo utilizzato dei toni neutri e molto caldi perché Frank è molto neutro – è un uomo che cerca di stabilire un rapporto con il mondo – ma aggiungendo degli sprazzi improvvisi di colori brillanti di tanto in tanto per evidenziare il contrasto tra ciò che succede nel paesaggio e ciò che succede nell'animo di Frank. La tecnologia digitale che abbiamo utilizzato ci ha permesso di regolare i toni a mano a mano che giravamo e questo è stato molto elettrizzante. I blu sono diventati più chiari e i neri sono diventati più incisivi e la cosa ha funzionato a meraviglia,” conclude Jackness.

Per la casa di Frank, la produzione si è spostata temporaneamente in una casa che era stata appena messa sul mercato. "E' stata meglio di un set perché abbiamo potuto tinteggiarla e applicare la carta da parati e darle il carattere che volevamo, vale a dire trasformarla nella casa in cui una coppia aveva vissuto per decenni e aveva cresciuto quattro figli.”
Ognuno dei quattro fratelli Goode racconta la sua storia. Spiega Jackness, “La storia di David viene raccontata utilizzando una facciata, un corridoio e un appartamento vuoto e questo rende il tutto ancora più doloroso. Amy, a Chicago, ha una casa spettacolare che però ha qualcosa di alienante. Robert viene inquadrato nella sala d'orchestra di Denver e affronta suo padre sul palco in un'ambientazione molto drammatica, mentre Rosie porta Frank alla scoperta del mondo di Las Vegas che non sembra affatto reale proprio perché non lo è.”
Per tutta la durata della produzione, Jones ha insistito sulla necessità di un design che fosse focalizzato sulla miscela di emozioni e umorismo che caratterizzano la famiglia Goode.

Il produttore esecutivo Callum Greene sintetizza: “Kirk ha messo insieme una squadra che ha portato qualcosa di diverso ad ogni singolo elemento di STANNO TUTTI BENE. Oltre ai già citati Henry Braham e Andrew Jackness, avevamo la costumista, Aude Bronson-Howard – che lavora con De Niro dai tempi di „Angel Heart-Ascensore per l'inferno. e che ha un gusto impeccabile e che è stata la persona ideale per vestire Frank nel suo viaggio. Un altro elemento chiave della squadra è stato l'addetto al montaggio Andrew Mondshein il cui lavoro con Lasse Hallstrom è sempre stato stupefacente. Il feeling tra attori e tecnici è stato meraviglioso soprattutto grazie a Kirk, che è un regista esigente ma anche generoso e che ha infuso nella produzione un autentico spirito famigliare.”


La musica: Dario Marianelli e Sir Paul McCartney
Quando si è trattato di affrontare la questione della colonna sonora, Kirk Jones si è sentito letteralmente al settimo cielo quando si è assicurato la collaborazione di un compositore premiato con l'Oscar e di una leggendaria pop star: Dario Marianelli (“Espiazione,” “Il solista”) ha composto la commovente e originale colonna sonora mentre Sir Paul McCartney ha scritto un brano originale “(I Want To) Come Home” appositamente per il film, orchestrato in collaborazione con Marianelli.
McCartney ha composto molto raramente per il cinema, eccezion fatta per i film da lui interpretati come componente dei Beatles. La sua canzona cinematografica più famosa, “Live and Let Die” per l'omonimo film della serie James Bond, è entrata tra i grandi classici della musica pop. “Non è una cosa che ho fatto spesso e quindi è stata un'esperienza piuttosto insolita per me,” racconta McCartney.

Inizialmente, McCartney è stato attratto da STANNO TUTTI BENE solo perché era interpretato da Robert De Niro. Ma quando ha visto il film finito, si è immediatamente riconosciuto in Frank Goode e questo lo ha convinto ad accettare l'incarico. “Ho tre figli e ognuno di loro ha messo su famiglia,” spiega McCartney. “Con passare degli anni, ogni volta che dici: perché non ci ritroviamo tutti per le Feste?, all'inizio rispondono tutti con entusiasmo ma poi ti accorgi che i tuoi figli hanno ormai delle mogli, dei mariti, dei figli e all'improvviso scopri che vogliono stare per conto loro. E come padre devi essere in grado di accettare tutto questo. Per questo motivo mi sono completamente immedesimato con Frank e con la storia del film.”

Dopo aver visto il film McCartney era pieno di idee. “La cosa buffa è che quando ho visto il film la prima volta, me lo sono goduto per quello che era e mi è piaciuto molto. Ma solo alla fine ho scoperto che il regista, a mia insaputa, aveva inserito una mia vecchia canzone laddove avrebbe voluto dovuto inserire la nuova che dovevo ancora scrivere: si trattava di Let It Be cantata da Aretha Franklin' E ho pensato "Mio Dio! E ora come farò!". Mi sono sentito alquanto intimorito per la sfida,” dice scherzando. “Ho lasciato la sala dicendo tra me e me, non sono in grado di scrivere un'altra Let It Be. questo è certo e di sicuro non so cantare come Aretha, quindi forse è meglio se rinuncio all'incarico. Ma quella stessa sera, rientrato a casa dopo cena, ho cominciato a provare qualche accordo e ho avuto un'idea che ha poi portato alla canzone definitiva.”

Continua McCartney: “Cerco di comporre la musica e di scrivere il testo contemporaneamente, cominciando da un'idea piuttosto confusa. In questo caso ho iniziato con un po' di musica e il testo „For so long, I was out in the cold' e ho lavorato a partire da quello, parole e musica insieme, seguendo la traccia. Quel piccolo verso iniziale mi ha guidato fino alla fine.”
Una volta finita la canzone, McCartney ha iniziato a collaborare con Dario Marianelli sugli arrangiamenti e la registrazione. “Nella versione originale, la canzone era piuttosto semplice: solo io e il piano, con un po' di basso e batteria. Poi ho pensato di usare un po' l'orchestra e quindi ho incontrato Dario perché adoro il suo lavoro e secondo me era giusto aggiungere qualcosa alla sua colonna sonora,” spiega McCartney. “Sono andato a casa di Dario e siamo andati subito d'accordo e ci siamo messi al lavoro. Alla fine, dopo vari tentativi abbiamo deciso di usare solo gli archi prima di passare ad un'orchestrazione da camera.”

McCartney era elettrizzato dall'idea di essere in sala incisione. “Per me poter stare seduto in una sala ad ascoltare un'orchestra è un autentico lusso, uno dei grandi piaceri della vita e quindi la registrazione del brano è stata un'esperienza veramente elettrizzante.”
Ma altrettanto elettrizzante per McCartney è stato tornare a lavorare nel cinema con STANNO TUTTI BENE. “Ho sempre adorato il cinema e credo che una canzone possa avere un profondo impatto su un film,” commenta McCartney. “La colonna sonora di Dario è molto emozionante e spero che la mia canzone, che arriva alla fine di un film molto commovente, possa intensificare le emozioni nel momento culminante del film e contribuire a rimettere a posto i pezzi di questo enigma.”

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