Simon Konianski di Micha Wald

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locandina Simon Konianski
 
Regista: Micha Wald
Titolo originale: Simon Konianski
Durata: 100'
Genere: Commedia
Nazione: Belgio, Francia, Canada
Rapporto:

Anno: 2009
Uscita prevista: Roma 200909 Aprile 2010 (cinema)

Attori: Jonathan Zaccaï, Nassim Ben Abdeloumen, Abraham Leber, Irène Herz, Judka Herpstu, Marta Domingo, Ivan Fox, Popeck
Sceneggiatura: Micha Wald

Trama, Giudizi ed Opinioni per Simon Konianski (clic qui)...In questa pagina non c'è nemmeno la trama per non fare spoiler in nessun caso.
 
Fotografia: Jean-Paul De Zaeytijd
Montaggio: Susana Rossberg
Scenografia: Anna Falgueres
Costumi: Nadia Chmilewsky, Lukas Eisenhauer

Produttore: Jacques-Henri Bronckart, Olivier Bronckart, Carole SCOTTA, Simon Arnal, Richard Lalonde, Arlette Zylberberg
Produzione: Versus Production
Distribuzione: Fandango

La recensione di Dr. Film. di Simon Konianski
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Colonna sonora / Soundtrack di Simon Konianski
Potrebbe essere disponibile sotto, nei dati aggiuntivi (clic qui).

Voci / Doppiatori italiani:
Alessandro Quarta: Simon Konianski
Dario Penne: Ernest
Giorgio Lopez: Maurice
Graziella Polesinanti: Mala
Luca Baldini: Hadrien
Antonella Baldini: Corazon

Informazioni e curiosità su Simon Konianski

Girato con il sostegno del Centre du Cinéma et de l’Audiovisuel de la Communauté française de Belgique e dei Tele distributori valloni. Con la partecipazione della Regione della Vallonia e il sostegno di Tax Shelter ING Invest di Tax Shelter Productions, Tax Shelter.be, Casa Kafka Pictures, Inver Invest e della Tax Shelter del governo federale belga.
Con la partecipazione di Eurimages, TPS STAR, CINÉCINÉMA. In associazione con SOFICA SOFICINEMA 4, BANQUE POPULAIRE IMAGES 9. Con la partecipazione finanziaria di SODEC
(Società di sviluppo delle imprese culturali – Québec). Prodotto con la partecipazione di Téléfilm Canada, QUÉBEC - Crédit d’impôt cinéma et télévision - Gestion SODEC, Canada - Credito d’imposta per la produzione cinematografica o magnetoscopica canadese. Con Il supporto del Programma MEDIA della Comunità Europea.

Note dalla produzione:
Dizionario Familiare per uso privato di Micha Wald

Alice et moi
Cortometraggio realizzato da Micha Wald nel 2004. In origine, Alice et Moi doveva essere un film sulla vendetta. Ho cominciato a scriverlo alla fine di una storia d’amore abbastanza violenta e la sceneggiatura era tutt’altro che divertente. Nei tempi necessari a completare il montaggio finanziario del film, lo spirito di rivincita del progetto, inizialmente così vivo, è andato smorzandosi. E tutt’a un tratto mi sono ritrovato davanti una commedia. Mentre l’odio verso Alice passava in secondo piano, lo humour e i personaggi dei tre anziani ebrei prendevano piede pian piano. Si potrebbe dire che detestare qualcuno fa sempre bene. Lo stesso vale per il rapporto che ho con l’ebraismo, un rapporto di amore e odio molto forte. Artisticamente, è sicuramente motivante scegliere di risparmiare un nemico con cui si è in lotta. La figura della danzatrice che detesto è quindi diventata parte del mio universo cinematografico, una figura che ritorna e che sviluppo continuamente. Per evitare la frustrazione di dover tagliare parti per adattare le mie storie al formato del corto, scrivo sempre in parallelo un lungometraggio. Simon Konianski nasce quindi da Alice et Moi.


Striscia di Gaza
Che lo vogliano o meno, gli Ebrei oggi devono prendere una posizione riguardo al conflitto israelopalestinese.
È il tratto saliente che caratterizza questa comunità, un elemento che finisce sempre per fagocitare tutto il resto, la cultura come pure l’identità ebraiche. Nel film, vi è un’opposizione tra l’approccio ateo, molto razionale, di Simon e quello di suo padre, dei suoi zii e zie, che sono molto più impulsivi, istintivi. Per quanto riguarda la Striscia di Gaza, penso che le cose stiano cambiando. Dall’operazione “Piombo Fuso*", si è superato il limite. C’è un vero e proprio malcontento nella comunità ebraica, percettibile addirittura in alcuni intellettuali di destra. Diventa difficile sostenere ciecamente il governo israeliano dopo un disastro del genere. Ma gli anziani del mio film continuano a difendere Israele perché, come dice lo zio Maurice, “Se Israele sparisce con la bomba atomica, tornano i Nazisti…
E allora che facciamo?”. È un dibattito molto complesso ed è spesso un punto di contrasto tra la mia generazione e quella dei miei nonni. Gli anziani, comunisti e combattenti (alcuni di loro hanno lottato per la Spagna nel ’36) sono diventati oggi piuttosto razzisti, politicamente si sono spostati a destra e sono diventati anti-arabi. Ma allo stesso tempo, non posso che essere indulgente con loro, li capisco: con tutto quello che hanno vissuto e passato, è normale che siano legati visceralmente a Israele, è l’istinto di sopravvivenza!
“Operazione Piombo Fuso”: operazione militare israeliana iniziata il 27 dicembre 2008 nella Striscia di Gaza, contro Hamas.


Campo di sterminio
Come rappresentare l’irrappresentabile?La sequenza in cui Simon e suo figlio visitano Majdanek è senza dubbio la più complessa e delicata di tutto il film. Il punto di partenza che mi ha spinto a includere la scena nel film è un aneddoto.
Avevo 15 anni quando ho partecipato a un viaggio della memoria in Polonia. Abbiamo visitato Auschwitz, Majdanek, Treblinka, Sobibor, Belzek. Credo che ci trovassimo a Majdanek quando un sopravvissuto ci ha raccontato, quasi ridendo, che è stato nascondendosi nei gabinetti (dove è rimasto per tre giorni) che è sopravvissuto alla liquidazione del campo fino all’arrivo dei Russi. Il modo in cui l’uomo ha raccontato la sua storia, mi ha profondamente colpito. Come poteva ridere di simili cose? Ho poi compreso che il suo ridere era un inno di vittoria sulla morte, un ridere pieno di vita, una beffa alla macchina nazista, significava: “eccomi, sono vivo e circondato da bambini superstiti, il vostro piano è fallito”. In fondo a questo luogo di morte, c’è la vita.
Lo trovo altamente incoraggiante… Questo episodio fa eco ad un’altra “storia” che mi ha raccontato Michel Laubrier, comparsa accanto a Popeck nella sequenza di Majdanek. Michel Laubrier è un sopravvissuto di Auschwitz. Siccome era molto difficile girare nei gabinetti veri, abbiamo dovuto riprodurli, e, all’arrivo sul set, Michel ha esordito spontaneamente: “Ma sì, sembra proprio Radio Cessi!”. E poi ha ridacchiato. Ad Auschwitz, è così che i deportati chiamavano i gabinetti, perché erano il solo rifugio in cui potessero parlarsi. Tra i rari sopravvissuti dei campi, alcuni sono rimasti traumatizzati a vita, per altri, come per Michel, la vita ha ripreso il suo corso. Malgrado la logica implacabile di annientamento di questa macchina mortale che erano i campi di concentramento, rimaneva “Radio Cessi”: qualcosa di fondamentalmente umano che non era possibile annichilire, che i nazisti non hanno potuto distruggere. Ed è questo aspetto che trovo molto interessante, e che ho voluto filmare: un soffio di vita in questo universo di morte. Ma volevo anche dimostrare che non si dimentica. Sapevo che era rischioso filmare Majdanek e inserire la scena all’interno di una commedia, ma ho deciso di farlo perché giustamente, si continua a parlarne. Sul piano narrativo, era fondamentale che questa sequenza fosse inclusa nel film. Simon fa il viaggio a ritroso rispetto al padre: parte dal Belgio, lì dove Ernest ha trovato la sua ultima casa, per arrivare al paese natale. Riscopre la vita del padre e Majdanek è uno degli elementi più influenti.


Diaspora
È fondamentale conservare la memoria storica del popolo ebreo e la storia di Israele, che sono due cose diverse. Israele ha solo sessanta anni, l’ebraismo della diaspora è millenario. Tutta la ricchezza della cultura ebraica dell’Europa dell’Est impregna le mie storie. Sono fiero di essere un Ebreo diasporista. Oggi invece, ho paura che sostenendo ciecamente Israele, la diaspora si metta contro l’umanità intera. Fino ad ora, è andata piuttosto bene in tutti i Paesi in cui abbiamo vissuto. Ma la gente comincia a non comprendere più quell’accanimento che spinge a difendere un paese in cui un personaggio come Avigodor Lieberman è il vice del primo ministro! Penso anche che l’arrivo di Obama a capo degli Stati Uniti cambierà qualcosa e che, forse, la comunità ebraica americana cambierà di conseguenza.


Sepoltura
Trovo interessante che Ernest venga sepolto nel suo villaggio natale. Malgrado l’idea diffusa che nella Yiddish Land gli ebrei fossero molto stigmatizzati e poveri, vivevano in villaggi in cui regnava invece una certa felicità. Lo si vede per esempio nei quadri di Chagall. Polonia e Ukraina sono la culla della cultura Ashkenazy e mi piace pensare che fossero, in qualche modo, un paradiso perduto. Le immagino come luoghi piuttosto bucolici, con casette colorate, animali e fiumi tutt’intorno. Nei libri, Cholem Aleikhem dipinge un ritratto dei personaggi che vivevano in queste piccole comunità nei secoli XVII, XVIII e XIX: il lattaio, lo scemo del villaggio, il fanatico che prega fino a impazzire, il rabbino malizioso… Mi sono ispirato a questa cultura un po’ magica, in cui si ritrovano stregoneria e fantasmi, ma anche storie davvero divertenti.


Filiazione
Nella filiazione, si ritrova quella volontà molto forte di non essere o diventare come i propri genitori. I punti di discordia sono abbastanza tipici dei conflitti generazionali di un certo ambiente ebreo: la bar-mitzvah, la scuola ebraica, la circoncisione, la ragazza non ebrea, ecc.
Volevo dimostrare come queste divergenze siano davvero dure a morire, infatti ogni volta si ripresentano. Ernest in questa situazione è colui che rimprovera sempre, e alla lunga diventa esasperante. Ma allo stesso tempo i suoi rimproveri sono segni d’attaccamento. Simon, invece trova riprovevole il fatto che un padre debba trasmettere delle cose al figlio.
È difficile trasmettere ai propri figli qualsiasi cosa, perché questi prendono quello che vogliono e raramente quello che prendono corrisponde a quello che vorremmo trasmettere. Il punto di partenza del film era che tra Ernest e Simon, tra Simon e Hadrien, nulla viene trasmesso.
Normalmente, il legame di filiazione avviene tra nonno e nipote più che tra padre e figlio.
È infine il viaggio in Ukraina che permette di ricreare un certo ordine di trasmissione tra i tre personaggi.


Goy
Come in molte altre culture, ci distinguiamo dagli altri per le nostre fattezze.
Per gli Ebrei, “gli altri” (detti anche “i gentili”), sono i Goyim. In origine il termine non è peggiorativo, ma lo è diventato. In Simon Konianski, come in Alice et Moi, le storie d’amore tra Ebreo e Goy non funzionano bene. Ma è semplicemente perché una storia che non funziona è più divertente di una bella storia d’amore. Nella mia famiglia, che è di sinistra, il matrimonio con non Ebrei resta comunque un problema, soprattutto quando si deve affrontare l’istruzione dei figli. Dietro tutto ciò, c’è la paura dell’assimilazione, la paura di perdere questa cultura millenaria. Nella comunità ebraica, esiste una forte tendenza all’endogamia.
Per me, uscire con un’ Ebrea è un po’ come uscire con mia cugina. Manca l’esotismo, la novità, si sa già quello che succederà. Trovo più eccitante e stimolante stare con qualcuno proveniente da una cultura diversa dalla mia, capace di portarmi nuove aperture. In alcune popolazioni dell’Asia Minore o tra gli Amerindi, bisogna andare a rubare la propria moglie in un’altra tribù!


Ipocondriaco
Simon Konianski è un film in cui ho cercato soprattutto di prendere in giro me stesso e la mia famiglia. Se io sono ipocondriaco, Simon lo è ancora di più. Un po’ come l’ebreo newyorkese intellettuale e nervoso, mi circondo di dottori, generalmente amici di parenti con i quali ho una certa confidenza. Per ogni nonnulla, corro dal medico per vedere cos'ho, per paura che si tratti di un inizio di tumore. Ho un’attenzione maniacale per quello che mangio o respiro… e con i miei figli è peggio. Questo non fa ridere né mia madre, né la mia compagna, ma diverte moltissimo le persone attorno a me.
Non appena racconto dei miei viaggi avventurosi, scoppiano risate generali. Perché terminano sempre con rimpatri a carico di Europ Assistance. Ora, quando chiamo, riconoscono subito la mia voce: ”Buongiorno Sig. Wald, non si preoccupi, la facciamo subito rimpatriare. Allora, di cosa si tratta questa Volta? Febbre rossa, otite?” è sempre meglio essere consapevoli della propria ipocondria e poterne ridere. E poi gli ipocondriaci vivono più a lungo delle persone normali… Lo humour ebreo, l’autoderisione è essenziale. Qualcuno dirà che esagero i tratti per renderli comici ma non è affatto così. È una commedia iper realistica!


Iniziazione
Volevo che Simon partisse alla scoperta delle sue radici, della sua famiglia, di quello che ha sempre rifiutato in blocco semplicemente perché aveva soltanto la versione di suo padre, quella logorrea sulla guerra e sui campi. Quello che Simon ha sempre rinnegato tornerà durante il viaggio. È come se scoprisse che tutto quello che suo padre gli ha sempre raccontato, è parte della sua stessa vita, della sua storia, delle sue nevrosi, dei suoi fallimenti…
Come se il fantasma di suo padre gli dicesse: “Devi accettare, devi affrontare. Non poi rifiutare tutto.” Questo viaggio in cui si è imbarcato un po’ forzatamente, gli consentirà di vedere le cose per quelle che sono. Scoprirà le vestigia di una comunità ebraica polacca un tempo fiorente, che assomiglia oggi ad una riunione di fantasmi. Attraversa questo paese affranto che è la Polonia Postcomunista per arrivare in Ukraina, nel piccolo paese natale di Ernest, dove si riconcilia in parte con suo padre e con la sua storia. Non volevo fare di Simon un “bravo ragazzo”, è un ribelle, che ama e amerà sempre essere contro tutto e contro tutti.
Il fatto che abbia preso in ostaggio Hadrien ci lascia pensare che intraprenda il viaggio anche per lui, anche se spesso si nasconde dietro il figlio, come quando arriva nella sala comunitaria e si ritrova di fronte agli anziani che gli parlano in Yiddish tutto il tempo. Simon è traumatizzato ed è suo figlio ad aiutarlo a superare queste esperienze più facilmente, è come se Simon sapesse di non poter mollare perché suo figlio è presente. Hadrien invece è più incline ad ascoltare le storie del nonno, vuole vedere il campo in cui è stato deportato, ecc. È in un percorso ludico ma curioso, vuole sapere cosa è successo. Hadrien appartiene alla terza generazione, è molto meno teso di Simon…


Giovinezza
Simon è un eterno adolescente, non è affatto un adulto modello. Si sveglia tardi, si veste e mangia come un ventenne, ha serie difficoltà a gestire la vita di coppia e la sua relazione con Hadrien. D’altra parte, questa posizione gli permette di conservare uno sguardo sorprendente sulle cose e uno spirito di rivolta. Molti elementi del film sono autobiografici: siamo una generazione che vuole costantemente rimanere giovane, a volte anche troppo a lungo…


Kippah
Di solito, la kippah si indossa solo in sinagoga o durante una cerimonia particolare in lode a Dio. Tuttavia nella cultura ebraica, esiste un miscuglio di tradizioni e religione. Molte persone, come me, vivono il proprio ebraismo “alla giornata”. Simon è contro la religione, contro le tradizioni, quindi non indossa la kippah, mentre Hadrien decide di portarla (e poi di tenerla) durante la sepoltura di suo nonno. La grande paura di Simon è che suo figlio diventi religioso, o peggio, ultra-ortodosso. E’ un po’ come dire “attento!”: a forza di voler tagliarsi fuori da tutto e di non trasmettere nulla, si rischia di provocare la reazione contraria. Quando si vieta qualcosa, questa cosa diventa di colpo molto interessante. Bisogna trovare la giusta misura, senza privarsi completamente della propria cultura.


Coniglio
Quand’ero piccolo, volevo degli animali da compagnia e non ne ho mai avuti. È buffo, spesso i bambini vogliono una mascotte contro la volontà dei genitori. Nel film, Simon cede al desiderio di suo figlio e portano il coniglio in macchina con loro. Trovo divertente il fatto che Simon sia allergico al coniglio e abbia una reazione violenta. Ma non saprei dire se il coniglio è kosher…


Regia
In Voleurs de Chevaux, risaltava una dimensione molto lirica che non ritrovo in Simon Konianski.
In una commedia, ciò che conta sono soprattutto il ritmo e i personaggi. Volevo in effetti che la regia fosse a loro disposizione: i personaggi e il loro trovare tutta una serie di oggetti, di colori, di costumi. L’obiettivo era creare un mondo, un universo completo e variopinto attorno alla famiglia Konianski. Nelle inquadrature, il personaggio di Simon è abbastanza isolato, al principio. Ogni volta che qualcuno gli si avvicina, è per un confronto, una discussione. È sempre un po’ in disparte, spesso da solo, nelle inquadrature, di fronte alle sue contraddizioni. Man mano che il film va avanti, il personaggio si riappropria dello spazio centrale e si avvicina agli altri.
Durante il lavoro preliminare, abbiamo guardato molto i film di Wes Anderson. Adoro il suo modo di trattare le situazioni, i costumi, gli oggetti, ma i riferimenti al film sono curiosamente Il grande Lebowski, Fargo… i fratelli Coen insomma. Dal punto di vista della composizione di inquadrature, disposizioni e lavoro plastico sull’immagine sono eccezionali. È retorico senza essere pacchiano, esattamente quello che cercavo. Il mio intento era di realizzare una commedia familiare e popolare. Per quanto riguarda la gestione dei luoghi, abbiamo fatto in modo che quanto più si fosse vicini all’Ukraina, tanto più l’immagine diventasse luminosa, colorata, cangiante. Il film si illumina raggiungendo la sua risoluzione definitiva. Infine, per la musica, ho ripreso l’idea che avevo sviluppato per Alice et Moi. All’epoca ero partito da una samba che si tribalizzava e diventava sempre più “black” con percussioni africane, latine. Seguiva quindi il ritmo indiavolato del film, creava un contrappeso ed evidenziava la dimensione di una “pentola a pressione“. Qui invece non ho voluto avere il Brasile in trasparenza per tutto il film. La musica sudamericana si sposa bene con la commedia, tutto si bagna un po’ in un’ambientazione leggermente tropicale ma allo stesso tempo scontata.


Nouvelle Vague
Nei dossier di supporto alla produzione, ho spesso evocato Antoine Doinel e Truffaut. Adoro specialmente I 400 colpi. Trovo molto interessante, avere un alter ego nel cinema con cui io possa fantasticare su qualsiasi avventura e far accadere delle cose. È molto stimolante creare un personaggio di sana pianta e poi vederlo crescere ed evolvere. La saga di Antoine Doinel era più pianificata di Simon Konianski. Il mio progetto è di fare altri film con Simon, ma senza seguire un ordine cronologico, piuttosto creando variazioni sul tema, attorno al personaggio. Mi è piaciuto molto lavorare con Jonathan Zaccaï, ci siamo capiti subito, un po’ come se facessimo parte della stessa famiglia. È molto reattivo, ha sempre una proposta di gag comiche (la minerva è un’idea sua) per migliorare la scena e renderla strampalata. Il suo umorismo è molto fisico, fa le smorfie, gioca con le sopracciglia, si contrae, si gratta e qualsiasi cosa faccia, funziona ogni volta. Non ha davvero paura di niente. Jonathan adora Ben Stiller e si vede!


Oftalmologia
All’inizio, non volevo che Simon portasse gli occhiali, ma tutti gli anziani li portano e così alla fine ho deciso: occhiali per tutti! C’è qualcosa di fragile in chi porta gli occhiali.
Potrebbe anche essere interpretato come simbolo di cecità di tutti i personaggi, che rimangono comunque fermi sulle proprie posizioni. Gli occhiali sono un muro di difesa, ma anche un elemento comico. E ci sono poi i vari “clan di occhiali”: Simon e suo figlio li hanno rotti e il resto della famiglia ha occhiali più spessi, più sporchi, degli occhiali da guerra!


Pic-nic
La famiglia Konianski non fa che mangiare. Evidentemente, i conflitti finiscono anche per cristallizzarsi al livello delle scelte alimentari. A ognuno la propria trovata: Simon il trash-food, Corazón i prodotti bio, mentre gli altri sono naturalmente immersi nella tradizione, quindi tartine al fegato tritato per esempio. Non consiglio necessariamente la gastronomia ebraica a chi non è stato allevato con questo stile alimentare…


Interrogarsi
I tre pilastri che oggi reggono la comunità ebraica sono: Israele, che definisce l’identità, l’endogamia, come fortezza contro l’assimilazione, e la Shoah, parossismo di una lunga storia di persecuzioni e di massacri. Non mi riconosco completamente in nessuno dei tre. Il mio ebraismo è piuttosto pittoresco, strampalato, colorato, è Chagall, ma anche Woody Allen, Art Spiegelman e Cholem Aleichem, ma è anche autoderisione, quello humour feroce misto a cosmopolitismo sereno (mi sento ovunque a mio agio). È un ebraismo aperto al mondo.
Ad un certo punto della mia vita sono stato Simon. Rifiutavo completamente l’ebraismo. Sono partito per andare a vivere a New York. Il caso ha voluto che mi ritrovassi in un appartamento con un musicista ebreo della band di John Zorn… avevo abbandonato un ambiente ebraico per ritrovarmi in un altro ambiente ebraico, in cui non si parlava d’altro che di antisemitismo, psicoanalisi e campi…
Dovunque andassi, qualsiasi cosa facessi, il mio ebraismo risorgeva, mio malgrado. Allora ho deciso di farne un film e riderci su. I miei amici sono un po’ come me, sono molto ebrei, ma allo stesso tempo hanno quella pretesa di non essere come gli altri, una specie di interrogazione su quello che ci assilla. Nel film, avevo voglia di prendere in giro me stesso, la mia piccola vita, i mie problemi di coppia, di salute, il conflitto con la mia famiglia e la mia comunità.
Probabilmente qualcuno penserà che è una caricatura, che è un po’ antisemita…. Li invito a partecipare a un pranzo di famiglia da mia zia. È molto peggio di come lo racconto!


Rabbino
Per me, il rabbino è il vecchio saggio malizioso dallo shtetl. Bisogna comunque sapere che, da solo, non può nulla. Nell’ebraismo, infatti, ogni funzione richiede la presenza di almeno dieci persone. Nel film, ne ho fatto una figura che ha la soluzione ottimale per tutto, ma che rimane comunque un po’ folle: regala un talismano ad Ernest e gli dice di pisciare nel lavandino per mandare via il figlio. Conosco una storiella che mi piace, quella di un ebreo polacco che va dal rabbino perché è infelice nella sua casa minuscola dove vive con moglie e quattro figli. Il rabbino gli consiglia di far venire i cugini a vivere con lui, prendere una gallina, una capra e ad ogni incontro aggiunge qualcos’altro. A un certo punto il poveretto non ne può più. È un incubo. E allora il rabbino gli dice di mandare via tutti. Di colpo, la sua piccola casa con i suoi quattro figli e la moglie gli sembra grandissima. Si ritrova qui un po’ l’idea di un rabbino saggio e burlone allo stesso tempo. È una saggezza furbetta, respira malizia.


Tute
Ho lavorato con la stessa costumista di Voleurs de chevaux. Il punto di partenza delle tute viene dalle signore ebree di Miami che si vestono in tute rosa o pesca e delle nonne con berretti da golf enormi che vanno a mangiare il brunch nel quartiere ebreo di Los Angeles. Pensavo fosse buffo: c’è la tuta jogging Baghdad di Simon e la tuta jogging Miami della zia Mala.
Un’amica di mia madre ha uno stile ancora più eccessivo di quello della zia Mala: il rossetto le arriva fino alle narici! Ha una specie di pettinatura nera che tiene ferma con quintali di lacca, e la mantiene ferma anche quando si gira. È coperta da gioielli di bigiotteria perché quelli veri sono nella cassaforte, indossa dei ciondoli di plastica di una bruttezza indescrivibile. Per Popeck, ho voluto che avesse dei costumi che ricordassero i motivi della tappezzeria di casa sua. Certo, non è ricercatissimo perché è un mondo che non gli appartiene.
È molto kitsch e sovraccarico, e allo stesso tempo dà vita ai personaggi.


Telefono
Quando si hanno problemi di coppia, il telefono non fa che inasprire la situazione.
Ma diventa pure un ottimo elemento comico: invece di comunicare, sia che si comunichi troppo o che si comunichi male alla fine è sempre una catastrofe. L’ho utilizzato soprattutto come elemento perturbante che pesa su Simon fino alla fine del film. Il telefono innervosisce, aggredisce e non squilla mai al momento opportuno.


Universitario
La generazione dei miei nonni (arrivati dalla Polonia, in Belgio, in Francia, negli Stati Uniti, negli anni Trenta), era composta principalmente da piccoli artigiani.
I miei due nonni erano sarti e lavoravano tutti i giorni fino a tarda sera, fino all’età della pensione. Lavorare per risparmiare e poter consentire ai figli di studiare, era questa la logica.
Quelli che hanno frequentato l’università sono diventati un po’ come Simon o come i miei genitori, che sono entrambi insegnanti. Secondo mia nonna, gli insegnanti sono dei buoni a nulla che non lavorano troppo e non guadagnano abbastanza. Nello spirito di questa generazione, se si fanno sacrifici per un'intera vita è affinché i figli possano uscirne come persone migliori e diventare medici o avvocati, non certo professori o artisti. Come direbbe mia nonna, c’è bisogno di una buona situazione redditizia, e se si aggiungono “una villa, una brava moglie e dei bambini”, si ha la ricetta della felicità. Chi non ha avuto nulla, ha l’impressione che i soldi facciano la felicità… ma il passaggio all’università permette paradossalmente di comprendere che i soldi non la garantiscono!


Macchina
La macchina è allo stesso tempo un piccolo teatro in movimento e una pentola a pressione che in un attimo esplode. È un’unità di luogo, uno spazio limitato da cui non c’è scampo, che permette di filmare in maniera frontale e lasciare salire la tensione. L’idea era che Simon si sentisse oppresso e a disagio ovunque. Ha l’impressione di trovarsi sempre alle strette e di non trovare il proprio posto. Che sia la stanza a casa di suo padre, il suo letto da campo che cigola, la macchina, la stanza d’albergo in Polonia o la sala comunitaria, tutti i luoghi che visita seguono la stessa logica: è sempre la stessa piccola scatola. È un personaggio che subisce molto ma che, a un certo punto, decide di liberarsi. Con Corazón, quando prende in ostaggio suo figlio, si sente che qualcosa è cambiato. E consolidando questa relazione padre-figlio che aveva rifiutato, diventa più adulto e maturo. Da quando si ritrova solo con suo figlio, la macchina ferma in mezzo alla campagna… non parte più, semplicemente. E lo spazio gli si apre davanti, all’infinito.


Wald Micha
Sì, il film parla molto di me. Tutto ciò che dicono Popeck o gli zii l’ho sentito dire. Mio nonno collezionava saponette e le piccole confezioni di latte dei bar, metteva a seccare i filtri del tè per riutilizzarli, risparmiava sull’acqua… Aveva un cugino completamente folle, un comunista duro e puro che aveva combattuto la guerra in Spagna con le brigate ebraiche internazionali e si sentiva minacciato dai fascisti dovunque andasse. Mi sono sposato con una pianista deliziosa. Sono uscito con una danzatrice che, in uno spettacolo, era mezza nuda. Mio figlio non è circonciso… E non mi è venuto il torcicollo!


Xenofobia, razzismo e antisemitismo
La paura dell’Altro è spesso elementare: molte persone possono avere paura degli “stranieri” perché sono visibilmente diversi, e appartengono a culture che non comprendono necessariamente. Per rivincita, la paura di un ebreo è più perversa e segreta.
C'è quest'idea molto diffusa del complotto ebreo, di persone che si infiltrano nella società come virus. Il razzismo, lo si trova soprattutto nei ceti popolari e nell’alta borghesia di destra, mentre la paura degli ebrei, la si può trovare ovunque, tra quelli di sinistra, di estrema sinistra, tra gli intellettuali e gli artisti. Chopin, Strauss e Celine erano antisemiti.
È comunque strano che persone che ragionano e possono compiere opere sublimi, siano allo stesso tempo antisemite, è qualcosa che non sempre ho compreso... tra gli ebrei, ancora oggi esiste un senso di persecuzione. Ma attenzione, a furia di gridare “al lupo, al lupo” il lupo arriva.
Penso anche che chiudendosi per cercare di proteggersi, si corra il rischio di creare dei ghetti, e i ghetti producono reazioni razziste.


Yiddish
(della Galizia, non quello di Oxford o della Lituania)

Goy: chi non è ebreo

Goyeh: donna non ebrea

Goyim: gruppo di non ebrei

Hak nish in tshaynik aran! : Mi fai fischiare la testa come una teiera!

Ich darf es vi a loch in kop!: Ne ho bisogno come di un buco in testa!

Meshigeh: Folle

Oy vay a brokh!: Oh maledizione!

Oy gevalt: grido d’angoscia, di dolore, di annientamento o per chiedere aiuto

Oy, Vai!: Espressione di costernazione o di dolore

Ptsha: manzo e aglio in gelatina

Shoyn: Ok, d’accordo

Shikseh: ragazza non ebrea

Shlimazel: persona che non ha fortuna

Shmendrik: babbeo, imbecille


Zero in condotta
Sono stato un figlio educato, spesso il primo della classe, un po’ il figlio ideale insomma. Ma c’era sempre un fondo di rivolta e di interrogazione nel mio percorso. Trovo che il perdente sia un personaggio interessante che si presta bene alla commedia. Sono certamente meno ribelle di Simon, ma fortunatamente lui è lì per consentirmi di spingermi un po’ più in là in quello che vorrei fare…
Intervista realizzata da Frédéric Schindler.
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