Regista: Gianluca De Serio, Massimiliano De Serio
Titolo originale: Sette opere di misericordia
Durata: 103'
Genere: Drammatico
Nazione: Italia, Romania
Rapporto:
Anno: 2011
Uscita prevista: 20 Gennaio 2011 (cinema)
Attori: Roberto Herlitzka, Olimpia Melinte, Ignazio Oliva, Stefano Cassetti
Soggetto: Gianluca De Serio,Massimiliano De Serio
Sceneggiatura: Gianluca De Serio, Massimiliano De Serio
Trama, Giudizi ed Opinioni per Sette opere di misericordia (clic qui)...In questa pagina non c'è nemmeno la trama per non fare spoiler in nessun caso.
Titolo originale: Sette opere di misericordia
Durata: 103'
Genere: Drammatico
Nazione: Italia, Romania
Rapporto:
Anno: 2011
Uscita prevista: 20 Gennaio 2011 (cinema)
Attori: Roberto Herlitzka, Olimpia Melinte, Ignazio Oliva, Stefano Cassetti
Soggetto: Gianluca De Serio,Massimiliano De Serio
Sceneggiatura: Gianluca De Serio, Massimiliano De Serio
Trama, Giudizi ed Opinioni per Sette opere di misericordia (clic qui)...In questa pagina non c'è nemmeno la trama per non fare spoiler in nessun caso.
Fotografia: Piero Basso
Montaggio: Stefano Cravero
Musiche: Plus
Scenografia: Giorgio Barullo
Costumi: Carola Fenocchio
Produttore: Alessandro Borrelli,Diego Cavallo,Daniel Burlac
Produzione: La Sarraz Pictures
Distribuzione: Cinecittà Luce
Montaggio: Stefano Cravero
Musiche: Plus
Scenografia: Giorgio Barullo
Costumi: Carola Fenocchio
Produttore: Alessandro Borrelli,Diego Cavallo,Daniel Burlac
Produzione: La Sarraz Pictures
Distribuzione: Cinecittà Luce
La recensione di Dr. Film. di Sette opere di misericordia
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Informazioni e curiosità su Sette opere di misericordia
Girato con il supporto del MINISTERO PER I BENI E LE ATTIVITÀ CULTURALI (DIREZIONE GENERALE PER IL CINEMA); in associazione con FIP (FILM INVESTIMENTI PIEMONTE) con il sostegno di FILM COMMISSION TORINO PIEMONTE, con il supporto di EURIMAGES.LE SETTE OPERE DI MISERICORDIA CORPORALI
Dar da mangiare agli affamati
Dar da bere agli assetati
Vestire gli ignudi
Alloggiare i pellegrini
Visitare gli infermi
Visitare i carcerati
Seppellire i morti
«Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi. (…) In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (dal Vangelo secondo Matteo)
INTERVISTA A GIANLUCA E Massimiliano De Serio
Chi sono i protagonisti del film?
Il film si sviluppa attorno a personaggi complessi, in una totale assenza di divisione tra buoni e cattivi. Antonio e Luminita mettono a nudo la crisi di una società che esiste, che circonda le nostre vite. Rappresentano due società diverse ma vicine, due momenti storici differenti (l’Italia dell’immigrazione interna degli anni 50 e quella contemporanea, che ha visto sorgere una nuova schiavitù e nuovi poveri), in una storia che li vede, loro malgrado, uniti.
La lotta di sopravvivenza di Antonio e Luminita si scatena in una sopraffazione reciproca, che lacera nel profondo i due animi, fino a schiudere per loro un’insperata possibilità di un autentico contatto umano, la scoperta di un sentimento di compassione corrisposta.
A che cosa fa riferimento il titolo del film? Qual è il senso tematico del film?
Il titolo del film richiama le sette opere di misericordia corporale che un cristiano, secondo la Chiesa Cattolica, deve affrontare nella sua vita. L’intero film è scandito dai cartelli che indicano le sette opere. Questi, anziché funzionare da veri e propri capitoli, sottolineano di volta in volta il compenetrarsi e il legame tra le azioni dei protagonisti e il tema della misericordia.
I cartelli compaiono in un’accezione drammaturgicamente ironica. Tale ironia scompare man mano che il film volge all’epilogo. Nella seconda parte del film, alla tensione narrativa legata al plot, si aggiunge quindi una “tensione esistenziale”: la sopravvivenza ha un prezzo alto da pagare, ma è un cammino che può condurre alla scoperta di un sentimento puro.
Sette opere di misericordia è dunque un film a più livelli, dove il percorso morale della protagonista s’inserisce in un meccanismo ad orologeria che la stritola: proprio quando la morsa la stringe in una via senza uscita, Luminita è incalzata nella sua strada verso la redenzione.
Capovolgendo verso l’interno dell’animo umano i meccanismi del genere, il film costruisce un’indagine sincera, attenta e immediata della società, spostandone i paradigmi ed evitandone i luoghi comuni e gli stereotipi.
Può esserci umanità e compassione in una società di abiezione? Quale forza morale può nascondersi nel contatto fisico tra due esseri umani?
La pietas, nella sua accezione profonda, è prendersi cura dell'altro, del corpo dell'altro, il corpo sofferente, malato, morente. Il corpo bisognoso, desideroso di contatto umano. Ed è la fame, la divorante urgenza di un contatto umano che le vite dei personaggi disegnano. Un contatto che si realizza grazie al loro incontro fortuito, disperato, violento. Umanissimo.
Qual è il percorso di crescita come autori che vi ha condotto alla realizzazione del vostro primo lungometraggio di finzione?
Sette opere di misericordia è il punto di arrivo di una ricerca intorno ad alcuni temi su cui abbiamo lavorato nei nostri cortometraggi, nei documentari e nella nostra attività artistica con installazioni, mostre e lavori d’arte. Al centro dei nostri film precedenti vi è la questione dell’identità e della sua crisi nell’epoca contemporanea. I nostri personaggi sono il prototipo di questa perdita (e di questa ricerca) d’identità.
In Mio fratello Yang, una diciassettenne cinese arriva clandestina in Italia prendendo i documenti, e il posto nella società, di un’altra ragazza cinese scomparsa; in Zakaria, un adolescente d’origine araba, ma nato in Italia, impara la sua religione e la sua lingua; in Ensi e Shade, Raige e Shade e Rew e Shade, un rapper di diciotto anni combatte tre battaglie di freestyle contro ogni regola, facendo un ritratto di sé stesso che è intima confessione, urlo e protesta, ma è anche un ritratto della sua generazione. Nel documentario L’esame di Xhodi si raccontano le vite, la speranza, le aspirazioni di giovanissimi studenti dell’Accademia di Belle Arti di Tirana, in Albania, alle prese con gli esami. Le loro storie quotidiane s’intrecciano con la Storia di una società in profondo cambiamento. Bakroman è invece il ritratto collettivo di un’inedita comunità, quella dei ragazzi di strada di Ouagadougou, in Burkina Faso, che si sono auto-organizzati in una sorta di “sindacato” per difendersi e aiutarsi l’uno con l’altro nella vita in strada.
Luminita è il simbolo di una periferia urbana che è sempre stata al centro dei nostri lavori. Nei primi film come sfondo, ora come materia stessa del nostro lungometraggio: la periferia dell’anima oltre che della città, che si fa luogo antropologico di confine. Luogo senza identità ma attraversato da tante identità in viaggio, di cui abbiamo sempre cercato di raccontare le storie e di cui abbiamo sentito ora più che mai la necessità di farne il ritratto.
Qual è il vostro rapporto con il territorio che raccontate?
Siamo nati e cresciuti nella periferia nord di Torino e qui ancora viviamo. In questo luogo abbiamo ascoltato le storie e conosciuto le persone che hanno ispirato i nostri film, a cui abbiamo un accesso esclusivo, un punto di vista privilegiato, interno.
In Sette opere di misericordia lasciamo piuttosto ai corpi e alle vite dei protagonisti il compito di incarnare il paesaggio urbano, come fossero specchi in cui tutto si riflette. Antonio e Luminita attraversano gli spazi come fantasmi, ma di questi luoghi ne sono l’immagine più pura e fedele.
Il fiume Stura e la baraccopoli sono ad un passo da casa nostra. Nascoste nella boscaglia, le baracche sono abitate da decine di famiglie. La mattina, dal fiume, dietro le fronde, una fila di uomini e di donne s’incammina verso la strada, a gruppi in ordine sparso.
Conosciamo bene questi luoghi. Abbiamo visto costruire il palazzo dove Antonio, il nostro protagonista, vive. Abbiamo visto nascere l’enorme, sfavillante e sproporzionato complesso dell’ipermercato, location di alcune sequenze del film: da anni ormai, questo ipermercato è il solo luogo dove gran parte degli adolescenti della zona passeggia o staziona il pomeriggio. L’ospedale è il Giovanni Bosco, l’ospedale del quartiere: un grande complesso cittadino. Spesso tra la sala d’attesa e i corridoi dei reparti, si aggirano ragazze come Luminita, in cerca di qualcosa da rubare.
Che stile avete utilizzato in Sette opere di misericordia?
Lo stile del film è sobrio ed essenziale. È un film fatto di piani frontali e simmetrici che richiamano l’iconografia della storia dell’arte e la storia del ritratto. Nello stesso tempo il suono è fondamentale: i pochissimi dialoghi del film sono immersi nel rumore di una città evocata che diventa musica concreta.
Abbiamo cercato di fondere attraverso la composizione del formato cinemascope e l’uso della luce naturale, l’unione di materia fisica e ricerca spirituale, nel tentativo di raggiungere quell’umana spiritualità, quella misericordia insieme relativizzata e trascendente cui approdano i protagonisti. Il corpo umano, centro e motore dell’azione narrativa, si fa gradualmente luce e suono: puro sentimento.
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