Se sei cosi', ti dico di si' di Eugenio Cappuccio

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locandina Se sei cosi', ti dico di si'
 
Regista: Eugenio Cappuccio
Titolo originale: Se sei così, ti dico di sì
Durata: 100'
Genere: Commedia
Nazione: Italia
Rapporto:

Anno: 2011
Uscita prevista: 15 Aprile 2011 (cinema)

Attori: Emilio Solfrizzi, Belen Rodriguez, Iaia Forte, Fabrizio Buompastore, Carlo Conti, Totò Onnis, Gaetano D’Amore, Salvatore Marino, Roberto De Francesco, Francesca Faiella, Gianni Colajemma, Azzurra Martino, Pinuccio Sinisi, Eleonora Albrecht, Manuela Morabito
Soggetto: Antonio Avati, Claudio Piersanti, Eugenio Cappuccio
Sceneggiatura: Eugenio Cappuccio, Claudio Piersanti, Guia Soncini

Trama, Giudizi ed Opinioni per Se sei cosi', ti dico di si' (clic qui)...In questa pagina non c'è nemmeno la trama per non fare spoiler in nessun caso.
 
Fotografia: Gian Filippo Corticelli
Montaggio: Fabio Nunziata
Musiche: Francesco Cerasi, Vincenzo Lucarelli
Effetti speciali: Justeleven
Scenografia: Gianluca Pannuti
Costumi: Maria Fassari
Trucco: Luigi Rocchetti

Produzione: DUEA Film, Medusa Film
Distribuzione: Medusa

La recensione di Dr. Film. di Se sei cosi', ti dico di si'
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Colonna sonora / Soundtrack di Se sei cosi', ti dico di si'
Potrebbe essere disponibile sotto, nei dati aggiuntivi (clic qui).

Informazioni e curiosità su Se sei cosi', ti dico di si'

Il film è stato girato in Puglia (Savelletri di Fasano, BR), Roma e Houston (U.S.A.).

Note dalla produzione:

LE INTERVISTE
Eugenio Cappuccio
Cappuccio, che cosa avete scelto di raccontare in scena ?
La storia di un ex cantante pugliese, Piero Cicala (Emilio Solfrizzi), che negli anni ’80 aveva vissuto un breve momento di gloria, grazie all'exploit balneare di un disco estivo “minore” dal titolo Io, te e il mare, che, come spesso succede, vendette ben un milione di copie.
Non raccontiamo più di tanto quello che precede la vicenda del film, ma in sostanza comprendiamo che poi Cicala non ha saputo gestire la sfolgorante fortuna, quel successo lampante. Il motivo? Probabilmente il suo profondo desiderio di avere successo con un altro genere di musica, più autoriale, che però non gli riuscì; portandolo a negare anche la stessa volontà di continuare a fare il musicista. Quest’atteggiamento provocò un distacco, dal suo gruppo e un suo “spiaggiare”, sperperando presto tutti i guadagni per finire poi dimenticato velocemente e irrevocabilmente.
Ai “nostri giorni”, Piero si è adattato a lavorare nella cucina di un ristorante sul mare della costa pugliese, nel paesino di Savelletri, gestito dalla sua ex moglie Marta (Iaia Forte) - anche lei ex cantante melodica napoletana, dalla personalità dominante e rancorosa con l'ex marito, la quale da giovanissima lo amò e lo seguì, sperando di cavalcare con lui oltre che la vita, anche l’onda di un successo a due, che però poi non venne, lasciando in secca anche lei. Del resto, Cicala è un “pacifico”: trascorre come tanti le giornate in paese, compra il pesce per il ristorante, ha amici pescatori, vivicchia, in apparente serenità con il piccolo mondo, e con l'amico barbiere Gianni Ciola (Totò Onnis), nostalgico ex chitarrista del gruppo, al suo fianco nei momenti d’oro e, a differenza di Cicala, convinto che Io, te e il mare sia stata la cosa più importante della loro vita.
Ed ecco che un giorno Piero Cicala riceve la visita di un emissario (Fabrizio Buompastore) del suo vecchio agente, che - per coprire un “buco” nello show tv di Carlo Conti I migliori anni che ripropone vecchie glorie del passato - gli sottopone l’offerta scintillante di tornare a esibirsi dal vivo in una puntata del programma, per poche migliaia di euro. All’inizio Piero rifiuta categoricamente di dover ricantare l’odiata “canzuncella” dopo tanti anni d’inattività; solo dopo una serie di confronti che costituiscono la parte pugliese del film - riflettendo soprattutto sulle parole del giovane Vincenzo, pizzaiolo del ristorante nonchè figlio del terzo componente scomparso del gruppo - accetta, sia pure senza troppa convinzione. Ha paura, ed è spinto più dal desiderio di riscatto e dal tifo dei compaesani, che da un banale desiderio di riapparire, anzi…
Una volta arrivato nel grande albergo romano che lo ospita, vedrà la sua grigia esistenza illuminarsi all’incontro con Talita Cortès (Belén Rodríguez), una bellissima e “bombastica” sudamericana star-icona del glamour e della comunicazione, in grado di trasformare tutto quello che tocca in oro e in gossip: vittima-oggetto di un’immagine pervasiva su tutti i media, la diva è arrivata in città con la sua assitente (Francesca Faiella), e vari addetti stampa, per il lancio di un nuovo prodotto, un profumo, il “Talita's Secret”…
Nella frettolosità del suo mondo, Talita scambia Cicala per un personaggio celebre e in auge: mentre fa un idromassaggio, la sera dello show lo vede nella trasmissione condotta da Conti, applaudito e riconosciuto dal pubblico. Tra i due si trama una vicenda di equivoci e secondi fini, abbastanza divertente e in fondo cinica.
Cicala, travolto da lei che lo invita a un party esclusivo nella sua suite, la vede come una marziana desiderabilissima e inarrivabile… Tra loro nascerà una strana amicizia, tra situazioni paradossali e risvegli dal sogno che prevedono anche una trasferta in Texas, dove la ragazza trascina con sé Piero come speciale regalo di compleanno per una sua facoltosa amica. Le luci americane lo accoglieranno comunque in un modo inatteso, e l'avventura finirà con un sogno realizzato, perché a volte anche i sogni si realizzano…
Il dolce-amaro che subisce Piero Cicala nell’impatto con la supercentrata star globale Talita, alla fine di quelle travolgenti 48 ore, porrà le basi per un risveglio positivo, riscosso dal suo fatalismo meridionale e dalle problematiche non risolte del suo rapporto con la sua musica e il proprio talento “negato”.
Tornando a casa dopo quella shakerata, Cicala avrà occasione di esprimere il proposito di una rivincita con se stesso, magari anche per un solo giorno… e qui naturalmente il film finisce.

Perché ha scelto di fare questo film, cosa le stava a cuore raccontare ?
Siamo partiti da un soggetto di Antonio Avati, che è stato affidato per un primo trattamento allo scrittore Claudio Piersanti (penna che amavo molto già da prima), e prima che intervenissi anch’io alla scrittura della sceneggiatura: in fondo mi è stata offerta nuovamente l’opportunità di confermare l’attenzione costante - che ho avuto anche negli altri miei precedenti film (da Il caricatore in poi, anche se con toni, colori e argomenti diversi) - verso il racconto di un protagonista messo alle strette dalla vita.
È la storia di un uomo messo ad un banco di prova: ho sempre descritto nei miei film uomini al bivio, persone interessanti da raccontare, con i dubbi, i conflitti, gli incontri e gli amori, e - perché no - anche il riso, l'ironia.
Questo film è raccontato in chiave di commedia: sottolinea l’eros diffuso, la paura di sentirsi inadeguati, la voglia di ritentare nuove occasioni; consente considerazioni più o meno serie sul successo e le sue molteplici facce; dà l’opportunità di raccontare l’Italia di oggi, e non solo, analizzando un tema centrale come quello dell'apparire, e poi cosa significa passare attraverso la tv… un sacco di roba, insomma!
Una cosa spero emerga dal confronto con Piero Cicala, il protagonista: il valore della dignità di un piccolo grande uomo che si fa coinvolgere e trascinare, che riaccetta una sfida, e che, nonostante le sue debolezze, non vende l’anima.
La nostra ambizione è stata anche di mettere a confronto due modi di vivere il successo: uno bruciato troppo in fretta, Piero Cicala, e un altro odierno, globale, gossipato, ed amministrato come una azienda, Talita Cortès (Belén), che nel corso della vicenda diventa rilevante fil rouge del film, come la cantilena legata al suo “lato b”. Il confronto tra i due, condito dalla differenza di età tra il cantante e la superdiva mediatica, è fonte di frequente divertimento… e cattiverie!
Se sei così, ti dico sì è per certi versi la storia di una “assurda mascherata”, resa necessaria dalla società della comunicazione, dello spettacolo: per ripresentarsi sulle scene ove il Moloch televisivo lo pretende, il nostro protagonista sente suo malgrado il bisogno di riassomigliare a Piero Cicala “il cantante” e non a Piero Cicala “'u camarir… (il cameriere)”; e così accetta di ricostruire la sua vecchia, patetica, immagine del passato; il suo vecchio amico chitarrista, ora barbiere (Totò Onnis), compie un lavoro da mago del trucco, riproponendocelo uguale nell’aspetto a 30 anni prima.
La maschera che Cicala accetta di indossare non è altro che un passaggio verso un ulteriore stato, quello di un uomo che nonostante tutto, nonostante la vita non sia stata con lui particolarmente generosa, né lui con lei; liberandosi nel finale da ridicoli fardelli, riesce a ritrovare un briciolo di voglia di esistere, e dire la sua, a riscattarsi dall’apaticità che viene dalla sconfitta, cantando la sua canzone preferita. Si rende conto che non serve a nulla piangersi addosso, e che è importante, per il tempo che resta, coltivare obiettivi creativi e vitali, morali forse; che l'esperienza è un valore, come i fallimenti superati e compresi. Poi ci pensa il destino a rioffrirti l’occasione: ed è questo il senso della sua avventura con Talita Cortès in America; gli è servita a vincere le sue paure. Ed anche Talita, per certi versi invaghita e stimolata da questo strano “marziano”, ci racconterà con rinnovata sincerità cosa significa essere star oggi. Sto parlando troppo del film come al solito…

Come e perché ha scelto Belén Rodríguez ?
“Sono qui per imparare”, mi ha detto quando ci siamo visti; intimamente pensai “cosa?”; mi sembrava così preparata nella vita, che era la cifra di un’ottima partenza… abbiamo parlato a lungo di noi, ci siamo incuriositi a vicenda, e scoperto che i nostri padri si chiamano tutti e due Gustavo.
Belén è evidentemente un fenomeno classico della società dello spettacolo contemporanea, in cui prevale la cultura del corpo, all’apparenza necessaria: io l’ho trovata una persona intelligente che sa esattamente quello che sta vivendo; ed è soprattutto un’ottima amministratrice del suo successo. Si è rivelata spiritosa ed ironica nel raccontare episodi buffi della sua trionfale carriera, molto ironica: e per me l'ironia in una persona è importantissima.
Ha dato luce alla nostra storia perché è una donna luminosa, disponibile, sincera, aperta e attenta: all’inizio erano tutti un po’ preoccupati, perché avrebbe dovuto affrontare una storia piuttosto articolata ed entrare in rapporto con un mattatore come Emilio Solfrizzi; ma lei, invece, è stata ampiamente all’altezza della situazione, si è affidata alla regia e ci ha messo anche del suo. Ha seguito le indicazioni millimetriche che applico un po’ maniacalmente quando dirigo gli attori - ogni tanto sbuffava: ma poi quando ha avuto voglia di vedere al monitor “l'effetto che fa”, ed ha compreso che non veniva limitata ma semplicemente diretta su di un percorso molto preciso (quello necessario alla storia e al personaggio che interpretava), beh, è andato tutto liscissimo.
Mi piace molto Belén in questo film. E poi è divertente. Accanto a Cicala poi… sono davvero orgoglioso di aver diretto alcuni loro duetti; spero il pubblico abbia la stessa sensazione di elettricità comica che pervade quei due quando si trovano face-to-face…
Ha incarnato esattamente quello che serviva al film: una ‘se stessa’ uguale ma diversa; un’impresa difficile, anche per attori navigati. Il personaggio di Talita la rappresenta da vicino, ma lei è andata oltre nell'evoluzione di un personaggio divertente, scanzonato e piuttosto cinico: ad esempio, nell'arco della storia, coltiva un rapporto importante con la sua amica Michelle (Eleonora Albrecht), una ragazza con cui aveva iniziato a lavorare come modella, che però a differenza di lei non ha trovato il successo perché aveva dovuto interrompere presto la sua carriera per motivi di salute. La forzata inattività di Michelle rappresenta per lei un po’ tutte le sue paure: è riuscita a leggervi il rischio che glamour, bellezza, potenza dell'apparire siano in realtà ‘cenere’, e che i ‘diamanti’ siano altrove, anche se nel film tutto questo spero venga percepito in punta di lapis… in fondo Talita Cortès è e resta una simpatica canaglia.

Ci sarà allora una nuova Belén e non solo nell'aspetto fisico ?
Direi di sì. Come dicevo, Belén ha accettato e condiviso una serie di indicazioni non facili per riuscire a dar corpo, credibilmente, ad un personaggio che, inutile dire, le calza di fatto, che la rappresenta abbastanza da un punto di vista biografico, fatti salvi i tanti traslati. E ciò ovviamente, seppur rischioso, è servito - vincendo la sfida - ad infondere naturalezza alla sceneggiatura che doveva interpretare, ed alle scene girate, all’anima di Talita. Il rischio era la pantomima di se stessa, e mi sembra sia stato brillantemente evitato dalla Rodríguez. C’è stata da parte sua una bella consapevolezza della sfida che ha accettato, cioè girare un film per il cinema, ripensando ad una serie di atteggiamenti per proporre un personaggio anche molto duro, credibilissimo: una business woman che sa essere anche ironica, autoironica, spiritosa… e fragile. Talita Cortès è una donna che fa surf su un successo planetario, e questo chiede sacrifici alle opportunità che si offrono alla vita “normale”, la sua è una vita “anomala” che è diventata pubblica, pubblicata: trattandosi ormai di un’icona che ‘trascina’ il mercato, il suo rapporto con gli uomini fa parte della società dello spettacolo. Con tutto quel che ne consegue. Belén ce lo restituisce con verosimiglianza, recitazione misurata, credibilità al di là dell'auto-reality insomma. Ed il cortocircuito reciproco che scatta con lo spiaggiato cantante pugliese, venato di erotismo e senso della distanza di due età lontane sideralmente mi fa molto ridere e intenerisce anche…

Perché ha scelto invece Emilio Solfrizzi?
Chi altri? Ho sempre avuto l’impressione di essere stati al liceo insieme, in viaggio insieme, a fare danni insieme; di averlo, insomma, non incontrato per la prima volta, semmai ritrovato… E poi credo sia uno degli attori italiani più versatili e simpatici in circolazione: per il mio film si è rivelato unico e insostituibile. Abbiamo costruito insieme molti snodi importanti del film, Emilio tiene al buon risultato in maniera maniacale, io sono come lui e siccome siamo così ci siamo detti sì…
E poi è pugliese: poche cose mi fanno ridere e affascinano come il suo dialetto, la gestualità, la filosofia di quella gente, la bellezza della Puglia… che per certi versi è una California italiana.
Quando è in scena, Emilio ha un ‘piano d'ascolto’ fantastico, non ‘fa le facce’, è una grande maschera cinematografica, potrebbe essere Pulcinella o Pantalone; mi fa pensare a Paganini, non so perché. Forse perché è luciferino ma insieme molto dolce: ha tutte le qualità dell’attore ‘zolfo e cuore’; è un bravo alchimista; è in grado di scrivere e riscrivere la propria parte mentre recita con il volto, la parola, il silenzio. Per un regista è come uno Stradivari. Sempre che il regista sappia di Stradivari… io mi affido all’orecchio, Solfrizzi mi pare che suoni molto bene in questo film.
Emilio è entrato anima e corpo in questo film molto complesso, e gli sono grato per aver accettato la mia idea di stravolgerlo, cosa che ha richiesto per lui una serie di trasformazioni realizzate con quasi tre ore di trucco al giorno: una profonda mutazione nel corso del film, e anche la possibilità di stimolarlo a cantare.
La nostra storia si è adattata molto alle sue capacità canore, e anzi da queste ha avuto la possibilità di diventare credibile, conditio sine qua non, visto che si narra la storia di un cantante…

Che rapporto si è creato con i fratelli Avati?
Un’altra di quelle relazioni ‘fatali’… Quando l’ho rivisto ultimamente, ho avuto l'impressione di ritrovarmi con un caro professore del liceo, uno di quelli che ti salvava l’estate. A Pupi voglio bene, è una persona che adora il cinema e sa riconoscerlo, il che oggi non è facile. È stato discretissimo, ma presente nei momenti difficili, insomma, devo dire, un amico.
Non conoscevo, almeno personalmente, suo fratello Antonio Avati, che ha prodotto insieme a lui il nostro film con la loro DueA. Quando il mio agente Gianni Antonangeli mi disse che il soggetto da cui si partiva era stato scritto da Antonio Avati, rimasi piuttosto sorpreso. Si trattava però di mia pura ignoranza, perché Antonio aveva scritto tanti copioni prima di questo: certamente, quando sei sul set, il confronto con un produttore-autore può rappresentare da un lato una salvezza, ma dall'altro anche una complessità; non tanto per conflitto di interessi, quanto per una sana vicinanza dell’autore alla propria idea originale, che un regista deve sviluppare e fare necessariamente propria. Ma lui alla fine si è rivelato il produttore giusto di questo film che ha amato molto, e dal confronto sono nate sempre buone idee, siamo riusciti ad essere intellettualmente ed umanamente onesti uno con l'altro… avendo a cuore tutti e due fortemente la divertente avventura di Piero Cicala…”.


Antonio Avati
Com’è nata l’idea del suo soggetto che ha dato l’impulso a questo film?
Mi è venuta in mente guardando il programma-revival di RaiUno I migliori anni presentato da Carlo Conti: ho immaginato che possa realmente accadere che un ex cantante in disarmo, stempiato, con la pancia e i capelli finti, “ripescato” occasionalmente in tv per un giorno in una trasmissione di vecchie glorie, aiuti a salvarsi da un’aggressione mediatica nel suo albergo la superstar mediatica più bella e desiderata del momento che, ingenua e ignara del nostro show business, lo scambia per l’artista italiano più in auge ai nostri giorni... Il messaggio è piuttosto semplice nella sua filosofia e nella sua attualità: non è sufficiente, come i reality da tempo intendono far credere, apparire o ritornare in tv perché la vita intorno a te venga sconvolta portandoti dalla più profonda polvere al più imprevedibile altare…

Come e quando è stato coinvolto nel progetto Eugenio Cappuccio?
Ho scritto un soggetto di 50 pagine insieme a Claudio Piersanti, il cui agente Gianni Antonangeli ci ha aiutato sia per il cast sia per la regia, suggerendoci Eugenio Cappuccio, che poi abbiamo incontrato dopo aver visto il suo recente Uno su due con Fabio Volo, convincendoci subito che si trattava della scelta giusta.
Il suo coraggio è stato l'accettare un’idea e un soggetto non suoi - anche se poi ha partecipato attivamente alla sceneggiatura - e di mettersi in gioco con una commedia, andando oltre le sue opere piuttosto autoriali e con temi forti in campo.
Credo sia stato importante aver pensato a una situazione molto lineare da un punto di vista cinematografico, attraverso una storia elementare che capirebbero anche i miei figli di 10 e 12 anni, e che può somigliare ad una tipica favola del cinema americano nei cui personaggi e situazioni ci ritroviamo tutti perché proposti in maniera credibile. In questo caso, però, lo stile della regia e dell’interpretazione sono tipicamente italiani: la piccola novità nella nostra filmografia è la scommessa di dar vita ad un film che non somigli ad altre commedie di successo del momento, ma che cerca di essere comprensibile ed accattivante, senza eccessi di letture sociologiche e intelligente, e senza avere l’ambizione di essere particolarmente raffinato o colto.

Belén Rodriguez è stata scelta di comune accordo?
Per il ruolo della protagonista pensavamo a una superstar a tutto tondo alla maniera di Paris Hilton: ma rendendoci conto che non sarebbe stato semplice coinvolgere in un progetto italiano un’attrice americana di fama internazionale, a causa del nostro budget medio-basso, abbiamo immaginato nel copione un’ispanica che abita negli Stati Uniti.
Quando mio fratello Pupi ci ha suggerito l’ipotesi di Belén, è piaciuta a tutti: in più, proprio lei ci ha convinto subito una volta che l’abbiamo conosciuta, presentandosi come una ragazza intimidita, rispettosa, quasi a disagio rispetto al tipo di cinema d’autore che le veniva proposto per la prima volta. Questa modestia, e questo suo modo di essere così attento e rispettoso dei nostri suggerimenti, ci ha conquistati.
Credo sia stata molto gratificata da questa esperienza, le abbiamo chiesto di dar vita ad un suo clone, ad una sorta di sua gemella leggermente al negativo, anche se nel film il personaggio ha degli aspetti molto umani: la Talita Cortès che interpreta le somiglia, e lei lo ammette con molta autorionia.

E per quanto riguarda Emilio Solfrizzi?
È stato un incontro più che positivo, direi sorprendente: non lo conoscevo bene; sapevo che era stato recentemente l’interprete in tv di Love Bugs e di una serie di successo come Tutti pazzi per amore (era l’idolo di mia moglie e di mia suocera…), ma non immaginavo che fosse un attore così fine, misurato, sensibile e “cinematografico”.
È un animale da set, un maestro finissimo di reazioni, controscene, sguardi, sfumature: Emilio non è bravo solo quando recita le sue battute davanti la cinepresa, ma lo è ancora di più quando reagisce fuori scena alle battute di qualcun altro. Credo che in questa occasione abbia acquistato diversi meriti sul campo, grazie ad uno studio e un lavoro su se stesso esemplari, e a 360 gradi. Sono certo che sarà considerato presto uno dei nostri migliori attori in assoluto: è ancora tutto da scoprire.


Emilio Solfrizzi
Com’è stato coinvolto in questo progetto?
Un giorno mi ha chiamato il mio agente Gianni Antonangeli per dirmi di raggiungerlo in studio perché voleva farmi incontrare una persona che mi sarebbe piaciuta tanto. Quando sono arrivato insieme a lui ad aspettarmi c’era Eugenio Cappuccio: vestito di nero, barba incolta, occhi neri e sguardo intelligente e aperto. Avevo molto amato i suoi film precedenti, Il caricatore, Volevo solo dormirle addosso e Uno su due; Eugenio era uno dei registi con cui mi sarebbe piaciuto lavorare da sempre. Quando mi sono seduto mi sono subito augurato di piacergli, che le cose che aveva da dirmi mi piacessero, e che il nostro fosse un incontro bello e costruttivo. Mi ha raccontato un’idea per un film da perfezionare e approfondire, ma il personaggio di Piero Cicala - un ex cantante dimenticato da tutti subito dopo aver avuto trent’anni prima un enorme successo con un solo disco - era già molto affascinante: un protagonista a tutto tondo, uno di quelli che un attore amerebbbe incontrare nella sua carriera.

Lei e Cappuccio avete costruito insieme il personaggio strada facendo?
Tra me ed Eugenio è nata una vera e profonda collaborazione creativa: molte idee, passaggi di copione ed evoluzioni della sceneggiatura sono stati limati da noi due insieme, oltre che ovviamente che dall’ottimo Piersanti; c’è stato un vero confronto, a volte anche aspro e teso, ma sempre sincero, finalizzato per entrambi a proporre il meglio per il film. Siamo due tipi sanguigni con matrici comuni, ma abbiamo subito maturato e conservato grande stima, oltre che un grande affetto reciproco.

Che cosa le è piaciuto del suo Piero Cicala?
Cicala è un personaggio straordinario, con molti vuoti ma non vuoto. Un uomo che “manca” di qualcosa, con molte domande senza risposta e con un profondo senso di inadeguatezza rispetto alla vita. Mi interessava l’idea sorprendente di poter ri-trovare se stessi anche a 60 anni; abbiamo lavorato alla costruzione di un personaggio che doveva rappresentare anche fisicamente il senso del fallimento, portandone su di sé tutti i segni.

Come è avvenuto il suo primo incontro con Belén?
È stato un incontro normalissimo. Credo che Belén abbia interpretato questo lavoro con lo spirito giusto. Era molto felice di esserci e consapevole dell’impegno che l’aspettava. Aveva una gran voglia di fare bene e si è affidata completamente ad Eugenio permettendogli di lavorare su di lei e sulla recitazione senza rinunciare però a se stessa: ha infatti contribuito attivamente alla costruzione del suo personaggio, non solo scegliendosi il nome beneaugurante di Talita, ma accettando anche di modificare il suo look con una parrucca di capelli molto corti di un colore diverso dal suo (che ne lascia comunque intatto il fascino).
Non ne sono stato sorpreso: mi parlavano di lei come di una ragazza intelligente e sensibile ed ero certo che si sarebbe messa al servizio del film. Eugenio poi è riuscito a “servirla” al meglio: nel nostro film non c’è Belén ma Talita.

È nato tra voi un bel rapporto di scambio?
Abbiamo simpatizzato subito. Non sempre era facile parlarle sul set perché aveva sempre tante persone intorno a sé: mentre giravamo, sapevamo già tutti che dopo qualche mese avrebbe presentato il festival di Sanremo e nelle pause della lavorazione spesso si concentrava con i suoi collaboratori, impegnando il suo tempo libero in altre occupazioni prioritarie. Quando, però, riusciva a “staccarsi” e preparavamo insieme una scena, abbiamo dato vita ad un rapporto molto bello: in fondo lei è una ragazza di 26 anni, che sfoggia una bellissima capacità di ridere e di sdrammatizzare su tutto. Un suo grande punto di forza. Quando le ho fatto ascoltare il brano d’autore cui il mio personaggio era legato, si è perfino commossa.

Come si è trovato con gli altri attori: ha avuto al suo fianco un cast creativo?
Benissimo! Iaia Forte ha costruito molto bene il suo divertente personaggio dell’ex moglie volutamente “sopra le righe”, che ha rinunciato a tutto per stare vicino al suo uomo: è riuscita in pochi giorni a rendere chiarissimi gli stati d’animo di questa donna e i molti “sottotesti” della sceneggiatura. Davvero un’attrice fantastica. Pur essendo pugliese non avevo mai lavorato con Totò Onnis e Fabrizio Buompastore, pugliesi anch’essi! Siamo stati complici da subito, il che ci ha consentito di alleggerire le fatiche del set con grandi risate oltre che di rivendicare il nostro “orgoglio pugliese” in una troupe di “forestieri”. Siamo amici.

Che rapporto si è creato col produttore Antonio Avati?
Antonio era sempre sul set. Proprio sempre sempre! Ha seguito la lavorazione nei minimi dettagli, credo anche per un fatto affettivo essendo partita da lui l’idea primaria del film.
Mi è sembrato da subito una persona sincera e chiara: ha ammesso di conoscermi poco come attore ma che invece la sua famiglia è appassionata sostenitrice della serie di Raiuno di cui sono protagonista da tempo, Tutti pazzi per amore, e ogni tanto si scusava di non conoscerne lui i dettagli. Sono molto fiero del rapporto di simpatia e di stima che si è creato tra di noi sin dall’inizio, cresciuto poi man mano che andava avanti la lavorazione.”.
Permettimi però per una volta di segnalare anche che questo film si è giovato dell’enorme capacità delle nostre maestranze riunite in una troupe tecnica capeggiata dal direttore della fotografia Gian Filippo Corticelli.
Io soprattutto sono molto riconoscente ai reparti di trucco e parrucco che nel film giocano un ruolo di fondamentale importanza: mi hanno consentito di fare al meglio il mio lavoro senza dovermi preoccupare di null’altro. Ho potuto giovarmi dell’incredibile abilità e pazienza di Luigi Rocchetti e di Max Duranti che hanno messo al servizio mio e a del film il loro talento assoluto, invidiato e riconosciuto in tutto il mondo.


Belén Rodríguez
Come e quando è stata scelta per questo film?
La primavera scorsa. Mi era arrivata una proposta dalla DueA e sono andata ad incontrare i produttori Antonio e Pupi Avati, insieme al regista Eugenio Cappuccio. Ho capito subito che si trattava di un’occasione insolita ed interessante: essere coinvolta in un film di qualità e di prestigio rappresenta una conferma per il tuo lavoro e un incentivo ad andare avanti.
Non mi sento ancora un’attrice: capisco che la mia possa essere considerata una scelta azzardata, anche perché come donna sono sempre al centro della ”sparatoria” mediatica, ma è un’opportunità che ho colto molto volentieri, così come è avvenuto in seguito con l’offerta di presentare il Festival di Sanremo.
Mi annoio a fare sempre le stesse cose: ho sempre bisogno di nuovi stimoli (ad esempio suono la chitarra, ma mi piacerebbe suonare diversi strumenti come mio padre che è musicista), e credo che sia tutta una questione di tappe da bruciare piano piano.
Avevo iniziato la mia carriera a 23 anni, e allora non ero preparata a fare certe cose, avrei sbagliato: ora, invece, mi sento pronta a mettermi alla prova, sperimentando vie nuove, “giocando” con il cinema dopo essere stata già coinvolta l’anno scorso sia in Natale in Sudafrica - un tipico esempio di cinema popolare dove ero stata chiamata però a rifare un po’ me stessa, sia in un breve ruolo più impegnativo ne Il campo del vasaio - primo film della nuova serie de Il commissario Montalbano, trasmesso recentemente con grande successo da Raiuno.

Come si è trovata sul set?
Ovviamente so che per recitare sono importanti le scuole, e che è giusto prepararsi in modo adeguato. Ma credo anche nella pratica “sul campo”: sono sempre stata un po’ una “spugna” che assimila e incorpora facilmente tutto, cercando di restituirlo al meglio. In questa occasione, è stato determinante non solo studiare bene la parte, e cercare di imparare dai tanti bravissimi attori che recitavano dialoghi lunghi e serrati, ma, soprattutto, fidarmi completamente delle indicazioni e della grande umanità di Eugenio Cappuccio - un regista molto esigente e sensibile, e un ottimo direttore di attori; e dei consigli del mio partner Emilio Solfrizzi - una persona meravigliosa, sia come “uomo di famiglia” pieno di valori, sia come professionista rigoroso in grado di dare tutto sul set.

Che tipo di rapporto si è creato con Cappucio?
Eugenio aspira ad ottenere sempre il meglio da tutti, a costo di far ripetere una sequenza all’infinito per arrivare al ciak giusto. È stato molto deciso nel chiedermi di essere meno istintiva e di controllare la gestualità: voleva che mi muovessi con naturalezza e conservassi un’espressione fissa, comunicando solo con lo sguardo. All’inizio non è stato semplice, ma poi ho capito che aveva ragione ad insistere: in tv a volte te la cavi con una risata sdrammatizzante e cerchi di mascherare la tensione con l’estroversione e l’esuberanza; ma quando appari enorme sul grande schermo, il primo piano del tuo viso rivela le minime sfumature, e perciò per essere credibili è sempre necessario essere misurati.

Chi è la Talita Cortès che interpreta in scena?
Talita Cortès è una modella superstar sudamericana di enorme successo mediatico, un personaggio-simbolo dello star system volutamente esasperato, sopra le righe: è rimasta un po’ una bambina viziata e capricciosa, ma non credo che rappresenti un modello da seguire, per gran parte della nostra storia. L’essenza del film sta nella sensazione di essere incompleti, e se Talita a un certo punto si innamora di una persona improbabile, lo fa perché vuole trovare quello che le manca - ad esempio la possiblità di "sbracare"; cosa che a lei, costretta ad apparire sempre perfetta, non è concesso.
Tutti noi in fondo siamo alla ricerca di qualcosa che ci sorprenda, e il titolo del film Se sei così ti dico sì non descrive uno stato fisico ma interiore: vuol dire che se fai vedere l’anima, alla fine il sì arriva deciso.
Leggendo il copione, avevo avuto subito la sensazione che il personaggio mi si avvicinasse molto, una specie di “azienda” che cammina, e ho pensato che sarebbe stato facile interpretarlo. Poi, dopo aver parlato a lungo con Eugenio delle sue intenzioni, ho capito che, pur tenendo presenti tutte le somiglianze del caso, la personalità di Talita non era per niente facile: dovevo trovare un'altra chiave per renderla al meglio (nella vita di ogni giorno, ad esempio, credo di essere il suo contrario, non ho mai atteggiamenti da diva), ma anche che era ancora meno facile controllare la mia. Credo comunque di aver lavorato tanto per lasciare Belén da una parte e convincere il pubblico.

C’è stata una trasformazione sia interiore che esteriore?
Sì, grandissima. Arrivando sul set ogni mattina entravo nel mondo di Talita, trasformandomi completamente, a partire dall’aspetto fisico - indossando la sua parrucca con i capelli corti a caschetto e scurissimi, e apparendo con un tipo di trucco più marcato: quando mi sono rivista alla prima scena sono rimasta sconvolta.
Per lasciarmi più libera, Eugenio mi ha concesso anche di improvvisare al di là del copione, lasciandomi mescolare all’italiano alcune parole di spagnolo perché erano giustificate per quel tipo di personaggio di ragazza sudamericana giramondo, cui verrebbe spontaneo esprimersi nella sua lingua madre ovunque si trovi.

Si sente portata naturalmente per la commedia, o le piacerebbe recitare anche in film di altro genere?
Col tempo mi affascinerebbe anche misurarmi con qualche ruolo drammatico, ma sono certa che si tratterebbe di un impegno più difficile. Penso che per ora la leggerezza della comicità mi sia più congeniale e naturale.
Non credo, però, che nell’immediato futuro potrò dedicare al cinema l’attenzione e la dedizione necessari, perché non posso e non voglio sottrarre tempo ai miei impegni televisivi: la tv mi piace moltissimo, e vorrei cercare di farla al meglio, riuscendo a trasmettere gioia e buonumore al pubblico a casa, come nei grandi varietà del passato così ben congengati e pieni di talento ad ogni livello.


Iaia Forte
Chi è la Marta che lei interpreta nel film?
È la moglie del protagonista Piero Cicala, la proprietaria del ristorante pugliese in cui lui lavora, un’ex cantante neomelodica napoletana che ha lasciato la professione per seguire suo marito, continuando con continue recriminazioni ad imputare a lui questa scelta.
È un personaggio molto bello perché tragicomico: è lei il vero “uomo di casa”, la capofamiglia, una donna energica e in qualche modo anche violenta che governa tutto e tutti, a cominciare dal suo uomo deluso, bevitore e leggermente depresso, che si dimostrerà capace di riaccogliere con amore dopo la sua incredibile avventura romana e americana, ritrovando con lui un rapporto finalmente pacificato.

Si sente particolarmente a suo agio con la commedia?
Abbiamo avuto la fortuna di interagire con una splendida “scuola pugliese” di attori, spesso di origine teatrale, in grado di “passare la palla” molto bene in scena; e quella anche di trovarci in un luogo splendido come Savelletri, dove il rapporto con il set si è rivelato molto piacevole, anche perché si mangiava benissimo.
In teatro recito quasi sempre testi e personaggi molto tragici. Al cinema, invece, mi piace “giocare” su altre corde: in genere mi sento a mio agio con le persone che mi corrispondono, e in questa occasione abbiamo trovato subito la dimensione giusta per rapportarci sia con Cappuccio sia con Solfrizzi; ho sentito con loro una corrispondenza non solo anagrafica, ma anche nel modo di percepire il nostro lavoro. Emilio è un interprete finissimo: è stato facile “giocare” con lui in scena, sia per quanto riguarda la dimensione comica, sia per quella più drammatica e violenta. Cappuccio, si è formato come me, frequentando il Centro Sperimentale di Cinematografia, ma in anni diversi: ci conoscevamo da tempo, ma non avevamo mai lavorato insieme. Il set è l’elemento naturale di Eugenio, quello che gli è più affine: è un regista autorevole ma caldo; ha uno sguardo molto attento sugli attori; è molto interessato al lavoro sulla recitazione, e per un interprete è facile abbandonarsi con fiducia alla sua direzione.


Fabrizio Buompastore
Come è stato scelto per questo film?
Conosco Eugenio Cappuccio da dieci anni, avevo iniziato a collaborare con lui preparando L’attore, un suo film indipendente poi interrotto e rinviato. Nel frattempo è arrivato questo nuovo progetto: ho superato un paio di provini, e sono stato confermato nel ruolo dell’emissario di un agente di spettacolo che viene mandato in Puglia per rintracciare il protagonista - il cantante in disarmo Piero Cicala - ed offrirgli di tornare ad esibirsi in un popolare programma tv.
Quando finalmente lo troverà, non sarà semplice convincere l’uomo che si ritrova davanti precocemente invecchiato, ingrassato, con pochi capelli e senza nessuna voglia di tornare indietro e di lasciare il ristorante della sua ex moglie. Alla fine riuscirà a portarlo con sé a Roma.
Una volta arrivati in città, accompagnerò Piero in un grande albergo del centro, dove incontrerà per la prima volta la superstar Talita Cortès che gli cambierà la vita; in seguito, terrorizzato dall’agente che mi intima di farlo entrare in studio ad ogni costo, riuscirò a portarlo finalmente nel teatro da cui il programma andrà in onda. La cosa interessante del mio personaggio, è vedere come alla fine si libererà del suo ingombrante capo, sino a proporre a Cicala - nel frattempo tornato al successo, di diventare un suo cliente: da allora in poi si intuisce che i due continueranno a collaborare insieme per sempre.

Come si è trovato con Eugenio Cappuccio?
Eugenio è un regista ‘chirurgico’: sebbene sia aperto alle eventuali modifiche ‘sul campo’, vuole vedere rappresentati in scena i quadri che ha dipinto nella sua testa, esattamente come li ha pensati. Per noi attori, lavorare con lui significa impegnarsi, anche su tutta una serie di microsfaccettature dei personaggi, anche da parte di quelli impegnati in ruoli minori che spesso vengono lasciati al caso: non ci può essere margine di errore neanche in un movimento di palpebra.

Come ha collaborato invece con Emilio Sofrizzi?
Io ed Emilio siamo entrambi di Bari, e proveniamo dallo stesso quartiere, Poggiofranco, ma non c’eravamo mai incontrati prima di questa occasione in cui abbiamo familiarizzato facilmente grazie ad un dialogo costante e sincero.

Ha qualche ricordo particolare del set?
A parte un paio di scene molto divertenti con Iaia Forte, attrice straordinaria, ho vissuto la lavorazione a pieno regime soprattutto con Emilio: mi ha fatto molto piacere costruire insieme a lui le varie situazioni, non solo quelle di parola ma anche quelle di pensiero, giorno dopo giorno e sera dopo sera. A Savelletri anche dopo le riprese “staccavamo” raramente… Recito da 12 anni, e non ho mai trovato grandi attori che avessero una disponibilità al confronto, simile a quella che Solfrizzi ha sempre: è un artista che ha un amore viscerale e istintivo per il proprio lavoro, e in questo caso credo che abbia sentito il suo personaggio in una maniera toccante e quasi dolorosa.

C’è stata una creatività comune sul set anche con altre persone?
Sono molto soddisfatto dei rapporti umani, delle emozioni in campo, del desiderio di mettersi in gioco da parte di tutti che ha pervaso la lavorazione. Nel nostro albergo di Savelletri c’era con noi naturalmente anche il produttore Antonio Avati, che si è rivelato con i suoi racconti di set e di vita una vera e propria memoria storica del cinema italiano: devo confessare che io ho iniziato a fare questo mestiere perché subito dopo aver visto a 11 anni il film di suo fratello Pupi Regalo di Natale ho detto subito a mio padre che non avrei voluto fare nient’altro che recitare.


Totò Onnis
Chi è il personaggio che lei interpreta in scena?
Il Gianni Ciola che ai nostri giorni è il barbiere del paese: è il migliore amico del protagonista Piero Cicala; è una sorta di Frank Zappa di provincia coi baffoni, con la costante fissazione per la musica “metallica”, ed il costante rimpianto dei bei tempi, quando c’erano i magnifici C.C.C. (Cicala, Ciola e la buonamima di Vito Corrente). Nel momento dell’improvvisa possibile rinascita artistica di Piero, Gianni intuirà le potenziali premesse per la propria neocarriera al suo seguito: lo spronerà con entusiasmo ad accettare l’invito al programma tv di vecchie glorie I migliori anni; grazie alla propria abilità di parrucchiere, sarà l’artefice del nuovo look ricco di extension e tinture destinato a caratterizzare il Cicala rinato…

Che idea si è fatto di questa esperienza?
La sceneggiatura del film era molto dettagliata: era tutto descritto e stabilito molto bene, anche se qualche volta Cappuccio e Solfrizzi decidevano qualche piccola modifica in corsa. Credo che si tratti di un bell’esempio di commedia a tutto tondo, raffinata, mai volgare, e potenzialmente godibile a vari livelli: uno di divertimento esplicito e un altro, più o meno subliminale, che rivela un’ineluttabile amarezza di fondo, uno specchio dei nostri tempi.
Ho trovato divertente il fatto che, alla fine della sua movimentata vicenda che lo porta prima a Roma e poi in America, il protagonista non si lasci sopraffare dalla tentazione di rincorrere ancora il suo sogno, ma decide di tornare in paese dai suoi amici decisamente maturato, dopo avere compiuto dei passi avanti come uomo. Di conseguenza, anche i suoi amici maturano con lui: arriva finalmente per tutti una sorta di presa di distanza dal mondo da copertina di rotocalco che tutti loro hanno sempre sognato; si intuisce che da allora in poi saranno pronti a suonare per il puro piacere di farlo, e non necessariamente per l’ambizione del successo ad ogni costo.

Come si è trovato in scena con Emilio Solfrizzi?
Molto bene: è un attore di talento, molto simpatico e generoso, con cui è semplice lavorare; per chi gli recita accanto, è molto semplice relazionarsi con lui. In particolare in questa occasione, in cui io e lui dovevamo recitare due personaggi tra cui esisteva un forte rapporto d’amicizia, ho sentito davvero molto vivo da parte sua questo sentimento, e per me è stato facile contraccambiarlo.

Che rapporto si è creato con Eugenio Cappuccio?
Ottimo. Eugenio ha le idee sempre molto chiare su quello che desidera in scena: è un regista molto esigente nella direzione degli attori, cui spiega sempre con grande precisione che cosa gli serve. In particolare, ricordo i momenti delle riprese di una sequenza piuttosto difficile che riguardava una cena organizzata per assistere alla diretta tv del programma di Piero da parte dagli abitanti di Savelletri. C’erano almeno cinquanta persone, tutte vestite più o meno a festa, che dovevano fingere di divertirsi per animare la scena. Ma erano piuttosto timidi e riluttanti: per stimolarli, Eugenio non ha esitato ad urlare minaccioso ‘se non parlate e non ridete chiamo un gruppo della Celere a spaccarvi la testa!’. Era davvero nervoso e preoccupato per la riuscita della ripresa, ma aveva trovato subito il modo per smitizzare tutto con spirito.


Roberto De Francesco
Chi è il personaggio che lei interpreta?
Gustavo Bacelli è un giornalista specializzato in gossip e cronaca rosa, e, come molti personaggi di questo genere di questi anni, usa nel suo mestiere molta perfidia e molta melensaggine: la prova di identità di persone simili, è quella di occuparsi minuziosamente del nulla, per avere la prova di esistere. Gustavo è una sorta di biografo al contrario che segue ovunque Talita con una perizia maniacale da segugio: la provoca, la “sfotte”, la perseguita con domande insinuanti sui segreti della sua vita privata. Ma se da un lato critica e stigmatizza la condotta e le scelte della ragazza, dall'altro vive per lei e grazie a lei. Essendo lui un personaggio fastidioso che le sbuca davanti dovunque vada, Talita ha nei suoi confronti un atteggiamento di insofferenza ma anche di acquiescenza, perché comunque in qualche modo lui le serve, e fa il gioco della costruzione della sua identità di icona.

Come avete costruito il personaggio con Cappuccio?
Avevamo pensato di guardarlo con ‘serio divertimento’, senza farlo diventare una macchietta: io l’ho considerato sempre con una certa simpatia, convinto che non fosse il caso di descriverlo nel suo cinismo bieco; ho cercato di affrontarlo privilegiando il sorriso, sapendo che avrei dovuto muovermi all’interno di una commedia che ambisce ad essere sofisticata.
Eugenio è un grande regista di commedia con un suo sguardo originale ed uno stile di costruzione dei film molto personale: in questa occasione, credo abbia privilegiato un certo deglutire amaro, uno sguardo di malinconia e un po’ di quella sana cattiveria che è in linea con la tradizione della nostra migliore commedia di costume.

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Qualche film interessante: Sexual predator, Senza lasciare traccia, Secrets of the Code, Scream, Sanguepazzo, S.B. Io lo conoscevo bene, Lo squalo, Le sentiment de la chair, Sole, cuore, amore

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