Le stelle inquiete di Emanuela Piovano

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locandina Le stelle inquiete
 
Regista: Emanuela Piovano
Titolo originale: Le stelle inquiete
Durata: 87'
Genere: Drammatico
Nazione: Italia
Rapporto:

Anno: 2010
Uscita prevista: 11 Marzo 2011 (cinema)

Attori: Larà Guirao, Fabrizio Rizzolo, Isabella Tabrini, Marc Perrone, Danilo Bertazzi, Dil Gabriele DellAiera, Luigi Liprandi
Sceneggiatura: Emanuela Piovano, Lucilla Schiaffino

Trama, Giudizi ed Opinioni per Le stelle inquiete (clic qui)...In questa pagina non c'è nemmeno la trama per non fare spoiler in nessun caso.
 
Fotografia: Raoul Torresi
Montaggio: Roberto Perpignani
Musiche: Marc Perrone
Scenografia: Gian Pietro d’Acqui
Costumi: Nunzia Palmieri

Produttore: Emanuela Piovano,Fabio Massimo Cacciatori,Marco Varriale
Produzione: Kitchen Film
Distribuzione: Bolero Film

La recensione di Dr. Film. di Le stelle inquiete
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Colonna sonora / Soundtrack di Le stelle inquiete
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Informazioni e curiosità su Le stelle inquiete

Ispirato ad un episodio della vita di Simone Weil.
Filmato con il sostegno di Media Development Fund, Film Commission Torino Piemonte.

Note dell'autore
Volevo fare un film semplice, arioso e profumato; un film luminoso per tempi bui, sul passaggio di una meteora, poiché Simone è stata una meteora che ha attraversato la quotidianità di una coppia ordinaria, trasformandola.
Una storia d'amore in cui l'amore non è attaccamento, ma illuminazione.
Ho scelto di lavorare con una troupe di esordienti eccellenti, tra cui spicca il direttore della fotografia, Raoul Torresi, figlio del grande Alessio Gelsini e suo assistente in innumerevoli film.
Per il montaggio abbiamo avuto come compagno di strada un maestro Premio Oscar come Roberto Perpignani.
Stessa cosa è valsa per la sceneggiatura, dove ho avuto accanto un Nastro d'Argento eccellente nel coniugare profondità e leggerezza come Lucilla Schiaffino (Nastro d'Argento per Il più bel giorno della mia vita).
L'attrice, Lara Guirao, ha il suo attivo una lunghissima carriera di teatro ed è stata scelta anche per la sua somiglianza con Simone Weil.
Le musiche, tutte originali, sono di Marc Perrone, un autore caro al grande regista Bertrand Tavernier.
Emanuela Piovano


Intervista a Emanuela Piovano di Tullio Masoni
Perché Simone Weil?

E’ una figura di riferimento, oggi, per molti che hanno voluto e vogliono agganciarsi a valori irrinunciabili di base. Ciò non riguarda solo la sfera del personale. In un momento di gravi difficoltà politiche e ideologiche, come quelle che sta attraversando da un po’ di tempo l’Europa, la Weil mi sembra abbia qualcosa di specifico e di generale da proporre. Ricordiamo il dibattito che si è animato qualche anno fa sulle questioni delle radici religiose europee o, per contro, della laicità, della cultura ideologica liberale; due istanze che per quelli della mia generazione – parlo anche di me come donna occidentale che non si sente di rigettare in toto il cristianesimo per limitarsi all’osservanza laica (o marxista nel senso migliore, democratico) - sono state di alto significato, e hanno fatto tornare Simone Weil di attualità. Non perché rappresenti una sorta di “terza via”, ma perchè lei è riuscita ad attraversare il conflitto, cioè a guardare criticamente i poli opposti o alternativi della nostra cultura e, pur senza irrigidirsi in antitesi e sintesi, a descriverli, a darne rappresentazione di pensiero, a praticarli.
La soluzione che nella sua breve vita è riuscita a delineare è quella che poi sfocia nel federalismo nobile – alla Altiero Spinelli, per capirci – cioè in un ordine nel quale la dimensione etico-religiosa e laico-liberale possono riassumersi nella piccola comunità, cioè in un sistema messo nelle effettive condizioni di darsi delle regole. È un po’ la scelta che ho fatto nella mia vita: lasciare la città - avevo in mente il modello di Adriano Olivetti - andare a vivere in un piccolo paese e lì tentare la costruzione di un vivere (comunitario) assai diverso da quello a cui la città costringe.


Hai scelto un momento particolare della vita della Weil: 1941, il soggiorno nel sud della Francia presso il “contadino filosofo” Gustave Thibon, il tentativo di calarsi nell’esperienza del lavoro agricolo…

Bisogna dire che imparare il mestiere contadino per lei era una variazione di quanto aveva voluto sperimentare entrando in fabbrica, tempo prima, o anche facendo l’insegnante. La Weil ha sempre perseguito la pratica come inscindibile dal pensiero. D’altro canto il suo progetto era andare in Inghilterra per unirsi alla resistenza di De Gaulle.
Divisa in due, e per una parte governata dal maresciallo Pétain, la Francia di quel periodo non era ancora consapevole dell’occupazione e di ciò che significava. C’erano francesi che inneggiavano a Pétain e francesi che lo consideravano un pazzo traditore, come, per altri, il pazzo era De Gaulle… La Francia viveva in una specie di limbo, dentro il quale si agitavano combattive ma ridotte minoranze. Thibon era monarchico e spiritualista, seguace di Marcel, non del tutto alieno da tentazioni collaborazioniste e tuttavia molto intrigato da questa giovane rivoluzionaria. Dalle lettere fra i due, in parte ancora inedite, si comprende una intimità, se non scopertamente amorosa, all’amore vicina. Una passione certo inibita dalle rinunce che la Weil si era imposta riguardo alla sessualità, dunque “in fieri”.


L’epistolario…

E’ in larga parte inedito, come dicevo; è stato pubblicato solo dai “Cahiérs Simone Weil”, cioè da bollettini del materiale trovato, non da case editrici.


Di questo materiale, riguardo ai rapporti fra la Weil e Thibon hanno tenuto conto i biografi più noti: Simone Pétrement o Gabriella Fiori?

Non tanto. Il rapporto fra la Weil e Gustave Thibon è un po’ adombrato nelle biografie. Poi c’è da dire che la famiglia di lei era molto arrabbiata con Thibon. Ho trovato una lettera al Fondo Ballard di Marsiglia: a San Paolo, dov’erano dal ’47, seppero che lui aveva pubblicato L’ombra e la Grazia. Si arrabbiarono perché secondo loro aveva usurpato il ruolo di erede. Poiché Simone Weil gli aveva donato la valigia coi manoscritti raccolti nel periodo passato a Marsiglia, Thibon poteva ben ritenersi una sorta di esecutore testamentario, ma per questo non era autorizzato… Insomma aveva un po’ preso in contropiede i Weil e a proposito Ballard, che era direttore dei “Cahiérs du sud” e legato a intellettuali di Marsiglia come Joseph-Marie Perrin (intermediario per il contatto fra lo stesso Thibon e la Weil) avendo ricevuto da loro la lettera di rimostranze (tuttora inedita), non aveva saputo cosa rispondere. C’è poi da tener conto che un grande amico di famiglia era Albert Camus – altro intellettuale eretico, diviso fra marxismo e spiritualismo - a quel tempo impegnato con una funzione di rilievo presso Gallimard, e che questi considerava Thibon una figura di second’ordine.
Poi c’è la scomoda vicenda cui prima accennavo, ossia l’ambiguità di Thibon verso il governo Pétain, un altro elemento che le biografie tendono a trascurare; Henry-Levy, nel suo famoso libro L’ideologia francese, dedica al pensatore contadino alcune considerazioni inequivocabili.


Possiamo avere più di un dubbio anche su Henry-Levy…

Sì, sì. Però è anche vero, e io ho potuto verificarlo personalmente, che l’unica opera “di regime”: La France de l’esprit, contiene un saggio di Thibon. I francesi sono stati più spietati di noi, quando si è trattato di epurare i collaborazionisti, e siccome l’epurare va spesso insieme al rimuovere, il libro che dicevo è introvabile, cancellato. Sono riuscita a vederlo alla biblioteca Sainte Geneviève, una biblioteca di Parigi molto esclusiva che conserva libri del periodo, e devo dire che il saggio letterario di Thibon è l’espressione di chi è chiamato da Pétain a incarnare “lo spirito della nuova Francia”. Perché poi Thibon non ha subito l’epurazione? Perché Mauriac disse che non si poteva condannare chi aveva fatto scoprire Simone Weil.


Il film, adesso: tu lo hai girato a casa tua, cioè in uno dei luoghi in cui vivi…

È appunto il luogo di cui parlavo prima. Quello in cui, tantissimi anni fa, ho fatto il mio esperimento di comune. La Serra di Ivrea è molto simile al territorio dove si produce il vino Cõtes du Rhõne… un territorio fatto di serre, digradante verso la pianura, dove si fa del buon vino proprio come nella masseria di Gustave Thibon; così, accogliendo un suggerimento di Stefano Della Casa, che è stato uno dei sostenitori anche finanziari del film nella sua qualità di presidente della Torino Piemonte Film Commission, ho deciso di girare “a casa mia” anche se conoscevo l’Ardèche, la masseria di Thibon, avevo fatto dei sopralluoghi, e conosciuto gente della sua famiglia. Poi quella zona è molto cambiata, il Rodano è stato deviato… Figurarsi lo sguardo di Simone Weil perso sul grande fiume, e i posti nei quali Gustave Thibon si era innamorato di lei, o perlomeno aveva capito che quella bruttina antipatica era uno spirito eletto.


Tutto ciò, mi sembra, si intreccia col tuo modo di fare un cinema indipendente.

Sì. Anche se tengo a dire che non sono una indipendente integralista. Amorfù, per esempio, l’ho girato tutto a Cinecittà, anche se, essendo un film minimalista, potevo girarlo a casa mia. Ho preferito invece Cinecittà, una buona troupe, e la possibilità di servirmi di pareti mobili attraverso cui lavorare coi teleobiettivi da 600… Voglio dire che tengo in gran conto la tecnica del cinema, ne sono affascinata, e credo andrebbe meglio valorizzata da tutti. Certo gli esempi di cinema eccelso quanto “povero” non mancano: Straub, il muto…le sceneggiate messe in scena da donne rimaste ignote che facevano tutto in casa.
Quanto a Le stelle inquiete, rischiava di diventare una sorta di fiction, di agiografia consolatoria e io, invece, volevo fare un film duro, tagliente, essenziale, ai limiti del digiuno: sì, fare un film con pochi mezzi è un po’ come praticare il digiuno per vocazione politica. Penso che in questo momento digiunare può far bene a tutti, ma ciò non significa sia un obiettivo. Non solo, credo che invece di perseguire o idealizzare il digiuno bisognerebbe tutti mangiare meglio.


Però parli anche di autosufficienza nel lavoro (usando le nuove tecnologie) e del fatto che i cineasti devono imparare a produrre, editare, distribuire.

Più che altro mi sono impegnata a distribuire film che per le dinamiche correnti di mercato non sarebbero mai apparsi. Se faccio un film io preferisco siano altri a distribuirlo. Semmai trovo importante una rete dove si creino nuove condizioni di qualità: rendere la rete qualcosa di virtuoso anziché di vizioso è un cimento necessario. Insisto allora sul fatto che si debba lavorare coi tecnici e gli artigiani bravi; Le stelle inquiete è stato montato da Roberto Perpignani, per dire… Da sola posso montare piccole cose, oppure allestire laboratori per giovani emergenti. Fare vivaio, insomma, come è stato per me con Paolo Gobetti. L’obiettivo è però, a un certo punto, quello di andare avanti, e non considerare l’autarchia come un fine.


Resta che nell’esperienza di oggi film che non hanno avuto distribuzione nazionale, per le ben note tirannie del mercato, sono tuttavia riusciti a raggiungere un certo pubblico per via anomale. Per fare un nome, Pasquale Scimeca ha potuto mostrare i suoi ultimi film in Sicilia grazie a una sorta di rete regionale che lui stesso ha contribuito a creare, servendosi anche di spazi insoliti come le scuole, i circoli… e ha avuto un certo non trascurabile ritorno economico.

Certo. Non bisogna sottovalutare i mezzi nuovi che la tecnologia offre, anche sul piano di una possibile diversa distribuzione. Il problema vero, comunque, è ridefinire gli usi e i modi di produzione di quel che la modernità ha prodotto. Certo ci sono nuove insidie; Foucault avvertiva, ad esempio, che i manicomi e il carcere non hanno più le sbarre e tuttavia sono le “pareti invisibili” a garantire la necessaria oppressione.
Per venire al nostro campo non è difficile incontrare giovani tecnicamente attrezzati per il cinema, che conoscono tutti i programmi di montaggio: Avid, Final Cut… che hanno fatto corsi di specializzazione su questa o quella tecnica di ripresa; giovani competenti, che dovrebbero “sapere tutto” e invece sanno pochissimo. Sono talmente saturi del concetto di prestazione, accecati dalla tecnologia, dal digitale, e dagli automatismi, che viene spontaneo parlar loro come farebbe Perpignani, che quando gli chiedono di cosa si serve per montare (cioè che programmi usa) lui risponde che lavora col cervello, perché il montaggio lo fai con la separazione dei piani logici, non con un diploma. Si torna cioè ai fondamenti, alla consapevolezza dell’opera, del linguaggio: non basta conoscere la grammatica per essere scrittori ma sapere, al tempo stesso, a che punto sta la ricerca letteraria.
Emanuela Piovano


Da “L’ombra e la grazia” di Simone Weil
.. La bellezza promette sempre e non dà mai nulla.
.. Bellezza: un frutto da guardare senza tendere la mano per afferrarlo.
.. In ogni passione avvengono prodigi.
.. Nessuno ha amore più grande di colui che sa rispettare la libertà dell'altro.
.. L’amore non è consolazione, è luce.
.. L’umiltà è la radice dell’amore.
.. Solo con le persone che amiamo sperimentiamo l’esistenza nella sua pienezza e
completezza
.. La pienezza dell’amore per il prossimo consiste semplicemente nella capacità di
chiedere all’altro: “Quale dolore ti tormenta?”
.. La riflessione sul tempo è la chiave della vita dell’uomo.
.. In qualsiasi situazione, se si ferma l'immaginazione si forma un vuoto. In qualsiasi situazione (ma, in talune, a prezzo di quali abbassamenti !) l'immaginazione può colmare il vuoto
.. Nulla al mondo può toglierci il potere di dire Io. Nulla, eccetto l'estrema infelicità.
.. Se (l'Io) non è morto, l'amore può rianimarlo.
.. Un’amicizia reale è essenzialmente qualcosa di eterno. Il pensiero che possa finire è insopportabile. E tuttavia si sa bene che essa ha avuto un inizio.
.. Se tu non sei mai stata amata, ciò non è avvenuto per caso... Desiderare di sfuggire alla solitudine è una viltà. L'amicizia non la si cerca, non la si sogna, non la si desidera: la si esercita.
.. Le violenze su di sè sono permesse solo quando procedono dalla ragione
.. La speranza è la conoscenza che il male, quale lo si porta in sè, è limitato e che il più piccolo orientamento dell'anima verso il bene, foss'anche solo per la durata di un istante, ne abolisce un po’; e che, nel regno dello spirituale, ogni bene, infallibilmente, genera altro bene.
.. Esser disposta solo a te stessa.
.. Desiderare l'amicizia è un grave errore.
.. La collettività è più forte dell’individuo in tutto, tranne che per un aspetto: il pensiero.
.. L’umiltà è inevitabile, quando si sa di non essere sicuri di sé per il proprio futuro.
.. Non esiste felicità alcuna capace di eguagliare la pace interiore
.. La verità è troppo pericolosa da afferrare. È come un esplosivo.

Lettera di Simone Weil a Gustave Thibon
Questa lettera, non datata, è stata scritta durante il breve periodo di scambio di corrispondenza - luglio 1941 - che aveva preceduto l'incontro con Thibon, il 7 agosto:
Caro Signore,
ho preso 2 giorni per riflettere all'alternativa che mi proponete. La questione dell'alloggiamento non ha alcuna importanza; posso dormire ovunque, compreso all'addiaccio (e non sarebbe la prima volta). Ma la prospettiva di essere iniziata da voi all'agricoltura e di conoscere un villaggio come il vostro, interamente costituito da piccole proprietà, è troppo allettante per essere scartata.
Accetto dunque la vostra proposta; non ve ne sarò mai abbastanza grata. Verrò innanzitutto da voi, poi a a Maillane. Se ho ben capito, mi troverete a Maillane un ingaggio annuale ?
Sarebbe perfetto; spero soltanto di essere all'altezza della vostra raccomandazione.
Partirò per S.Marcel martedì 30 luglio, se potrò - dato che sento dire che è molto difficile trovare un posto sui treni di questi tempi. In ogni caso telegraferò per confermare. Ancora infinitamente grazie, e a presto.
Simone Weil

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Qualche film interessante: School of rock, Scandalo a Filadelfia, Saw VI, Saw III - L'enigma senza fine, La stanza della sposa, La sposa bambina, I soliti idioti, I segni del male, Il sarto di Panama

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