Paradiso amaro di Alexander Payne

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locandina Paradiso amaro
 
Regista: Alexander Payne
Titolo originale: The Descendants
Durata: 111'
Genere: Commedia, Drammatico
Nazione: U.S.A.
Rapporto:

Anno: 2011
Uscita prevista: 17 Febbraio 2012 (cinema)

Attori: George Clooney, Shailene Woodley, Amara Miller, Nick Krause, Patricia Hastie, Grace A. Cruz, Kim Gennaula, Karen Kuioka Hironaga, Carmen Kaichi, Kaui Hart Hemmings, Beau Bridges, Matt Corboy
Soggetto: Kaui Hart Hemmings
Sceneggiatura: Alexander Payne, Nat Faxon, Jim Rash

Trama, Giudizi ed Opinioni per Paradiso amaro (clic qui)...In questa pagina non c'è nemmeno la trama per non fare spoiler in nessun caso.
 
Fotografia: Phedon Papamichael
Montaggio: Kevin Tent
Scenografia: Jane Ann Stewart
Costumi: Wendy Chuck

Produttore: Jim Burke,Alexander Payne,Jim Taylor
Produzione: Ad Hominem Enterprises
Distribuzione: Twentieth Century Fox

La recensione di Dr. Film. di Paradiso amaro
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Colonna sonora / Soundtrack di Paradiso amaro
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Informazioni e curiosità su Paradiso amaro

Basato sul romanzo di Kaui Hart Hemmings.
Ha vinto il Golden Globe come migliore film drammatico (Gennaio 2012); miglior protagonista drammatico (George Clooney).

Note dalla produzione:

GUAI AI TROPICI
“I miei amici sono tutti convinti che – dato che abito alle Hawaii – vivo in un paradiso.
Come se fossimo sempre tutti in vacanza, a bere Mai Tais ancheggiando sulla spiaggia e a tuffarci fra le onde. Ma sono matti?” -- Matt King

Matt King, il personaggio interpretato da George Clooney, ricalca i personaggi descritti da Alexander Payne nei suoi precedenti film: un uomo che ha i suoi difetti e che cerca di andare avanti in un mondo di follie, emozioni agrodolci e sorprese; non è né un eroe né un antieroe.
Così come l’invidioso insegnante interpretato da Matthew Broderick in Election, il pessimista pensionato dal volto di Jack Nicholson in A PROPOSITO DI SCHMIDT, e il turista pasticcione di mezza età in viaggio fra i vigneti della California, impersonato da Paul Giamatti in Sideways - In viaggio con Jack, nemmeno King è l’uomo che vorrebbe essere.

Ha due figlie ribelli che non si fidano di lui, una moglie che lo tradiva e una schiera di parenti squattrinati che non aspettano altro che mettere le mani sul suo patrimonio. La sua vita problematica si contrappone al suggestivo ambiente naturale in cui vive, creando un netto contrasto con il suo tumulto interiore. Le vicende personali conducono Matt ad un brusco risveglio, scomodo, comico e persino assurdo, ma che cambierà per sempre la sua idea dell’amore, della paternità e di cosa significa essere un uomo.
Alexander Payne ha sempre avuto un debole per queste situazioni della vita quotidiana, che sono allo stesso tempo comiche, terribili e rivelatrici.

Quando il regista ha letto l’apprezzato romanzo di esordio di Kaui Hart Hemmings, The Descendants, è rimasto immediatamente catturato dai suoi forti contrasti. Ecco il ritratto di un uomo che ha ricevuto una notizia devastante, circondato da persone problematiche e difficili, costretto a prendere decisioni impossibili che avranno importanti ripercussioni sulla sua vita.
“Il romanzo mi ha colpito perché racconta una storia ricca di emozioni ambientata in un luogo esotico”, spiega Payne. “Una storia che forse poteva essere raccontata ovunque, ma che diventa unica proprio perché è ambientata alle Hawaii, in un ambiente particolare. È una storia fortemente radicata nel luogo in cui si svolge, ma allo stesso tempo i suoi temi sono universali”.

“È stato molto bello girare un film a Honolulu, perché è un’ambientazione diversa da quelle che si vedono solitamente al cinema, come New York, Chicago, Los Angeles, Miami, Seattle. Il tessuto sociale hawaiano è completamente diverso dal nostro. Mi piacciono i film che vengono caratterizzati dal luogo in cui si svolgono. Ho iniziato a fare film a Omaha, ho continuato a Santa Barbara e alla fine sono approdato alle Hawaii!”
Nel suo libro, Kaui Hart Hemmings ha saputo amalgamare la cultura hawaiana con la storia di un uomo in crisi, alla ricerca di un riscatto morale.

Anche l’autrice è cresciuta in una famiglia hawaiana non convenzionale: il suo patrigno era Fred Hemmings Jr, un noto politico del posto nonché campione di surf. Nei suoi racconti la scrittrice ha sempre trattato i temi della famiglia, della terra, del passato e dell’eredità. The Descendants è nato come racconto breve (pubblicato con il titolo “The Minor Wars”), che inizialmente la Hemmings aveva narrato dal punto di vista della figlia minore Scottie, ma che in seguito ha deciso di raccontare dalla prospettiva maschile e matura di Matt King, con un approccio audace e innovativo per una scrittrice.

Questa decisione ha cambiato tutto. La storia e il romanzo non erano più incentrati esclusivamente su un clan di feroci individualisti concentrati solo sui propri interessi, ma su un padre che impara a conoscere e a fidarsi della sua famiglia.
“Quando ho deciso di usare la voce del protagonista maschile, la storia ha trovato il suo ritmo”, spiega la Hemmings. “Il punto di vista di Matt è molto forte.”
La prospettiva di Matt ha arricchito di interpretazioni il significato del titolo del romanzo, poiché si riferisce non solo al tragi-comico tracollo morale del protagonista, ma anche alla scoperta del valore delle sue origini hawaiane e all’influenza che queste avranno nella sua decisione di vendere la terra di famiglia.

Matt incarna un particolare clan della popolazione hawaiana, una generazione nata dall’unione fra missionari bianchi e proprietari terrieri di sangue reale hawaiano, la cui ricchezza è legata all’eredità delle piantagioni coloniali dell’isola. Matt spiega che la sua bis-bis nonna era la Principessa Margaret Ke’alohilani, una delle ultime discendenti dirette del Re Kamehameha, che si era innamorata di Edward King, il suo banchiere haole (in hawaiiano significa ‘bianco’ o ‘ straniero’): queste sono le profonde e complesse origini di Matt che vive e lavora come avvocato nella moderna Honolulu. Come molti hawaiani, Matt è un hapa-haole, un meticcio, che non ha mai realmente compreso la sua identità culturale.

Questo aspetto costituisce un ulteriore strato del romanzo di Kaui Hart Hemmings, perché le preoccupazioni di Matt non riguardano solo il tradimento di sua moglie o il rapporto con le figlie, ma anche come rendere omaggio alla memoria dei suoi antenati hawaiani e non deludere i suoi discendenti. Il libro, pubblicato nel 2009, è stato un immediato successo di critica e il New Yorker ha elogiato il modo in cui “Con grande maestria la Hemmings dà voce al suo confuso eroe di mezza età, cinico e sentimentale al tempo stesso, che non perde l’autoironia anche durante il suo faticoso tentativo di risalire la china”.
Quando la Hemmings ha appreso che Alexander Payne voleva adattare il suo libro, non riusciva a crederci. “Sono quasi svenuta!” racconta ridendo. Payne è il mio regista preferito, adoro tutti i suoi film”.

Dopo aver parlato dell’adattamento del libro di Kaui Hemmings insieme a diversi sceneggiatori, i produttori di Ad Hominem hanno scelto Nat Faxon e Jim Rash. I due fantastici autori, che continuano ad essere un punto fermo del Groundling Theater, avevano già scritto insieme l’apprezzata sceneggiatura di The Way Back, dando prova della loro abilità nel riuscire ad fondere umorismo e pathos, così come richiesto da PARADISO AMARO.

Chiunque abbia letto il loro elegante adattamento, l’ha ammirato. Ma quando Payne ha deciso di dirigere il film, ha pensato che il modo migliore per riuscire a creare un rapporto personale con la storia, era adattare il libro in prima persona.
Payne ha individuato nel copione due viaggi che si incastrano e si sovrappongono: quello della famiglia King verso Kauai, alla ricerca dell’amante sconosciuto di Elizabeth King; e il pellegrinaggio di amici e parenti vari al capezzale di Elizabeth, che pur essendo in coma, diventa l’involontaria testimone dei loro segreti più inconfessabili e delle loro emozioni più recondite, mai rivelate ad altri prima d’ora.

“Una delle tante cose che abbiamo imparato alle Hawaii è che la gente qui conosce perfettamente la propria genealogia, cosa che non accade in nessuna altra parte del mondo”, spiega il produttore Jim Burke. “Tutti sanno quando la propria famiglia è giunta nell’isola; alcuni sono lì da sei o sette generazioni e sentono un legame profondo con quella terra. Sono cose che abbiamo appreso entrando in contatto con i veri discendenti, che hanno ereditato le terre proprio come Matt”.
La Hemmings è rimasta colpita dall’adattamento. “Non avevo timore dei cambiamenti che Alexander avrebbe potuto apportare nel copione, perché sapevo che aveva compreso il senso del libro e questa era la mia unica preoccupazione. Ha subito compreso che si tratta di un libro spiritoso e triste al tempo stesso. Sono molto contenta che abbia trascorso del tempo alle Hawaii per conoscerne la cultura”.

Fin dall’inizio Payne e la produzione hanno ritenuto necessario recarsi sul posto per conoscere il volto più autentico delle Hawaii, quello che solo la gente del posto conosce. Così facendo hanno potuto comprendere più profondamente il significato del termine “discendente”, in un’isola in cui gli avi ancora svolgono un ruolo importante nella vita delle famiglie. In questo modo i filmmakers sono riusciti ad individuare il momento in cui Matt King non riesce più a sentire un legame con la sua terra, e ha perso di vista sia il suo passato che il suo futuro.

Payne si è fatto guidare dalla scrittrice Hemmings per penetrare nell’affascinante miscuglio di cultura americana e hawaiana che contraddistingue la vita dell’isola, e che ne caratterizza la politica e i rapporti sociali. “Quando siamo arrivati alle Hawaii per girare il film, la presenza di Kaui Hart Hemmings è stata fondamentale. Quella è la sua terra e conosce bene la sua gente. Ci ha spiegato molte cose e Alexander ha confrontato le sue idee con lei per rendere attendibili i personaggi”, continua Burke. “Volevamo rispettare la sua storia perchè ci crediamo molto”.

“La voce di Alexander è assolutamente unica”, osserva Burke, che ritrova il produttore Jim Taylor in questa loro quinta collaborazione con Payne. “Il suo stile è inconfondibile, eppure ogni suo film è diverso dall’altro. Credo che PARADISO AMARO sia il lavoro di Payne che maggiormente si diversifica dagli altri. È una storia importante, con personaggi dalla spiccata personalità, ma l’elemento che lo rende diverso è la sua apertura alle varie interpretazioni: nessuno dei personaggi è completamente nel giusto o nel torto. È un film che non tutti percepiranno nello stesso modo; un film che consente allo spettatore di partecipare e con cui ognuno creerà un proprio legame personale.”


LA FAMIGLIA KING
“Sono il genitore di sostegno. Il sostituto”. -- Matt King

Quando Kaui Hart Hemmings stava ideando il personaggio di Matt King – un marito traumatizzato, padre inesperto nonché riluttante proprietario terriero hawaiano – aveva già immaginato chi avrebbe potuto interpretarlo sullo schermo. La persona che le veniva in mente era George Clooney, l’attore e filmmaker premio Oscar noto per le sue interpretazioni profondamente umane, caratterizzate da un umorismo asciutto ed elegante.

Clooney si è imposto fra i grandi protagonisti dell’odierna scena cinematografica, ma finora non aveva mai interpretato la parte di un padre e marito. Lo ricordiamo nel ruolo del detenuto gentiluomo in Fratello dove sei?, la commedia musicale dei Fratelli Coen; nel ruolo del ladro professionista nella serie di OCEAN’S ELEVEN, nel ruolo dell’agente CIA che gli è valso l’Oscar nel film Syriana, di Stephen Gaghan. È stato inoltre nominato all’Oscar per le sue interpretazioni come faccendiere di uno studio legale nel thriller di Tony Gilroy Michael Clayton e come stakanovista in carriera nel film di Jason Reitman, Tra le nuvole. Si è inoltre distinto come sceneggiatore e regista per Good night, and good luck, film per il quale si è aggiudicato una candidatura all’Oscar per la Migliore Regia e Migliore Sceneggiatura, e il recente Le idi di Marzo.

Il co-produttore George Parra osserva che questa prima collaborazione fra Payne e Clooney è stata molto interessante. “Hanno entrambi un talento incredibile, e penso che, dopo questo film, resteranno amici per sempre. Sono andati d’accordo fin dal primo giorno. Alexander è un professionista assoluto, gentile e spesso molto simpatico. Ma quando lavora è serissimo. George invece è un burlone nato. Ama ridere e far ridere, quindi grazie a queste due forti personalità, l’energia sul set era bellissima. Erano entrambi aperti alla massima creatività, lasciando che il film si sviluppasse anche in modo autonomo”.

Dopo aver scritturato Clooney per il ruolo principale, la sfida stava nel comporre la famiglia King che lo circonda. Al fianco del direttore del casting John Jackson, Payne ha quindi iniziato una serie di audizioni per trovare gli attori adatti a dare vita alla chimica particolare che caratterizza la famiglia King, in cui si mescolano amore, rabbia e incomprensioni; Payne collabora con Jackson sin dai tempi di STORIA DI RUTH, UNA DONNA AMERICANA. Il regista considera le audizioni parte integrante del processo creativo.

“Abbiamo provinato moltissime persone per ogni ruolo, anche per quelli che prevedevano un’unica battuta. Penso che i provini siano molto importanti. Mi piace molto incontrare gli attori e ascoltarli mentre leggono il copione”, dichiara Payne.
Il compito più delicato era senz’altro quello di trovare due giovani attrici in grado di far fronte a Clooney nei ruoli delle volitive e insolenti figlie Alexandra e Scottie, che nutrono un risentimento nei confronti di Matt perché è sempre stato un padre assente. Per Alexandra, esuberante spirito libero che si preoccupa di non assomigliare a sua madre, con cui è arrabbiata, Payne ha scelto Shailene Woodley, nota per la sua partecipazione nella serie televisiva “The Secret Life of the American Teenager”.

La Woodley, nel suo primo ruolo importante al cinema, ha colpito subito Payne per la sua capacità di incarnare il rigore emotivo di un ruolo che si distanzia fortemente dal suo noto personaggio di ragazza problematica, per immedesimarsi in una giovane donna che cerca di ricucire la propria famiglia.
“Come il resto del cast, Shailene ha fatto un provino fantastico”, racconta Payne.
La Woodley era molto eccitata perché quando si è presentata al provino era già innamorata della storia. “È una storia struggente sul tema della crescita”, spiega la giovane attrice. “I protagonisti imparano ad amare, maturano, scoprendo se stessi e il loro ruolo nella famiglia”.

Parlando del suo personaggio Alexandra, Shailene Woodley ha apprezzato l’idea di trasformarla da selvaggia ribelle piena di risentimento, a giovane donna pronta a battersi per i propri cari. “All’inizio è un’adolescente che si sente una vittima e che ritiene i suoi genitori responsabili della sua vita orribile”, spiega ancora. “Ma nel corso del film inizia a comprendere che la propria felicità dipende da lei e non dai suoi genitori. È bello assistere alla sua crescita. È sempre stata un po’ manipolatrice ma ora vuole usare questa abilità per aiutare suo padre a combattere i suoi demoni”.
Secondo la Woodley, molti ragazzi si identificheranno nel rapporto fra Alexandra e suo padre. “Sicuramente Alexandra ama suo padre ma lo considera un bambino perché fra i due si è sempre sentita lei il genitore”, spiega la Woodley. “In seguito imparerà a rispettarlo come padre”.

Un’altra grande sfida di Shailene Woodley è stata quella di riuscire ad esprimere le varie sfumature emotive del rapporto fra Alexandra e sua madre, che oscilla tra i sentimenti di incredulità, rabbia, preoccupazione, tristezza e squilibrio. La Woodley si è dovuta calare senza riserve in questo ruolo complesso, dato che fin da subito la storia inizia con una scena clou in cui Alexandra, che sta facendo un bagno in piscina, dà sfogo ad una tempesta di emozioni quando il padre le comunica la triste notizia di sua madre.
“Alexandra si trova in piscina e non sa come reagire a questa notizia”, spiega Woodley. “Si sente in trappola e si immerge nell’acqua, dove si nasconde per gridare la sua disperazione senza sentirsi vulnerabile. È un momento molto liberatorio. È stato difficile dal punto di vista emotivo ma mi ha dato anche molta forza”.

In seguito, quando Alexandra vede sua madre, che era una donna piena di vita, ormai immobile e priva di reazioni su un letto di ospedale, le sue emozioni più vere emergono in superficie. “In quella scena una parte di Alexandra odia sua madre, mentre un’altra parte di lei vorrebbe solo che la madre la abbracciasse per piangere fra le sue braccia. È una scena molto toccante”, dice la Woodley. “La bambina che c’è in Alexandra desidera ardentemente quella madre che avrebbe sempre voluto ma che non ha mai avuto, ma la giovane donna dentro di lei sta iniziando ad accettare che questo non accadrà mai”.

La Woodley è grata a Payne per averle dato la fiducia e il sostegno per avventurarsi nell’accidentato territorio in cui si fondono situazioni assurde con sentimenti reali molto intensi. “Alexander è fra le persone migliori che abbia mai incontrato nella mia vita. Ha un gran cuore e ho imparato molto da lui come regista e come persona. Quando è contento di qualcosa non si trattiene. Si mette a saltare su e giù dalla gioia, parla con la sua buffa voce e va verso le persone per abbracciarle. Non puoi fare a meno di amare la vita quando sei vicino a lui. Ha un’energia incredibile! Come regista mi ha aiutato a scoprire delle cose di me che neanche conoscevo”.

Woodley dice che Payne ha sempre avuto un’unica priorità: la naturalezza. “Mi diceva: ‘Dai Shai, non penso che questo sia naturale, non ti comporteresti mai così nella tua vita!’ È così che tira fuori il meglio delle persone”.
Una naturalezza che si è rivelata più facile del previsto quando la Woodley ha iniziato a recitare al fianco di George Clooney, che l’ha subito messa a suo agio. “È una persona molto semplice”, spiega l’attrice. “Gli piace fare il buffone, fa sempre qualcosa di spiritoso che tiene alto l’umore delle persone sul set. Sono stata fortunata non solo ad aver lavorato con lui, ma anche ad averlo conosciuto”.

Nonostante Matt King stia cercando di recuperare un rapporto con i suoi figli, per lui sua figlia Scottie continua a essere un mistero totale, quasi una forma di vita aliena, con cui è impossibile stabilire una comunicazione di qualsiasi tipo. Per trovare una giovane attrice in grado di incarnare lo spirito e i sentimenti altalenanti di un’eccentrica pre-adolescente, Payne ha incontrato oltre 300 ragazze di tutto il paese. E alla vigilia delle riprese non aveva ancora trovato la candidata giusta.

È stato allora che ha incontrato Amara Miller, una giovane promessa di nove anni, originaria di Pacific Grove, in California. Payne ha ricevuto un’email contenente un provino videoregistrato e ricorda che “dopo averne visto solo 1 minuto ho pensato: ‘Eccola! Non c’è bisogno che la veda’. Sapevo che era lei l’attrice giusta per la parte. Prima o poi l’avrei trovata. E come succede spesso nella vita, è accaduto tutto in un modo assolutamente imprevisto”.
Aggiunge il produttore Jim Burke: “Amara è arrivata sul set con l’atteggiamento di una navigata professionista. È un talento naturale. Non aveva mai recitato in un film ma è stata straordinaria”.

Nonostante non avesse alcuna esperienza di recitazione (aveva solo partecipato ad una recita scolastica in cui però non doveva neanche parlare), Amara Miller ha provato un’empatia istintiva per la stravaganza di Scottie e la sua inconsapevolezza. “Scottie non si rende conto di cosa stia accadendo nella sua famiglia”, spiega. “Non sa che sua madre sta morendo e che aveva una storia con un altro uomo. Quando si mette in viaggio verso Kauai con suo padre e sua sorella per andare a cercare l’uomo della madre, Scottie in realtà crede che stiano andando in vacanza. Infatti si comporta esattamente come sempre, anche nel corso di tutti questi eventi straordinari”.

Poiché la sua famiglia non l’ha mai guidata come avrebbe dovuto, Scottie ha sviluppato un’indipendenza selvaggia. “Ne combina una dietro l’altra!”, ride la Miller. “È una di quelle bambine a cui non interessa cacciarsi nei guai. Ma fa anche un sacco di cose divertenti. Ha un atteggiamento impertinente. Cerca sempre di ottenere ciò che desidera”.

Scottie in realtà ha bisogno di tempo e di attenzioni e farà qualsiasi cosa pur di riuscire ad ottenerli, e questo ha generato alcune scene davvero interessanti per la Miller. “A un certo punto faccio un gestaccio con la mano a George Clooney”, racconta la ragazzina ridendo. “Lui era davvero stupito. Aveva un’espressione davvero divertente!”
Payne non aveva mai lavorato con un bambino in un ruolo protagonista, ma afferma che Amara Miller non si è comportata molto diversamente da un’attrice adulta. “La cosa bella di lavorare con Amara è che non dovevo trattarla come una ragazzina. È un’attrice nata. Dovevo solo dire “No, fai in quest’altro modo!’ Oppure, ‘Per favore fai una pausa fra queste due battute’.
Con gli attori sono sempre sincero”, conclude. “E ho potuto esserlo anche con Amara.”


GLI ATTORI NON PROTAGONISTI
“Voglio dire, quante probabilità ci sono che un anziano si alzi e ti molli un pugno in faccia?” -- Sid

Mentre Matt King cerca di trovare la sua identità paterna, è circondato da amici, nemici e parenti che continuano a confonderlo. Il cast dei personaggi che circondano il nucleo della famiglia King nel suo viaggio verso la riconciliazione, è composta da un valido ensemble di attori selezionati con cura da Alexander Payne.
“Il casting di questo film è stata una sfida nuova e interessante per me e John Jackson — per riuscire a mettere insieme non solo un nucleo familiare credibile ma anche una famiglia allargata ed una comunità di amici che la circonda — tutti rappresentanti di razze e fasce sociali diverse”, dice Payne.

Per il ruolo catalizzatore di Brian Speer – il misterioso agente immobiliare inseguito da Matt King per tutto il film – Payne ha voluto Matthew Lillard, il versatile attore, noto soprattutto per le sue interpretazioni comiche nel ruolo di “Shaggy” nei film di Scooby-Doo.
Quando Lillard ha fatto il provino, era convinto che avrebbe avuto pochissime chance. “Sono entrato e c’erano cinque persone che aspettavano, tutti con il look da star di Hollywood, il mento volitivo, pettorali e braccia muscolose”, racconta. “Ho pensato: ‘Non ce la farò mai’. Non credevo di avere molte chance di interpretare l’amante della moglie di George Clooney!”

Lillard ha dato il meglio di sé ed era contento di aver ricevuto i complimenti di Payne. Ma è rimasto davvero senza parole quando, quattro mesi dopo, Payne al telefono gli ha comunicato: “Vorrei che facessi parte di questo film”. Payne spiega che è stato il ritmo della recitazione di Lillard ad avergli aggiudicato il ruolo.
Per Lillard è stata una di quelle occasioni che ti capitano una volta nella vita. “Ogni attore non aspetta altro che la possibilità di far parte di un progetto del genere”, dice. “Non sono un attore standard. Mi rendo conto di essere piuttosto originale, ma è proprio questo a rendere Alexander un grande regista. Sono le sue scelte a distinguere i suoi film”.

Per quanto riguarda Brian, che diventa involontariamente la grande nemesi di Matt King, ma forse anche il suo liberatore, Lillard afferma: “È un uomo che sa che quel che vuole. È dedito alla famiglia, profondamente innamorato della moglie e dei figli, ma ha un difetto fatale. Nella moglie di Matt vede un’opportunità finanziaria, il problema è che si lascia coinvolgere troppo a fondo e troppo presto, improvvisamente, e si ritrova in una situazione assurda. La cosa buffa è che George Clooney intraprende un viaggio all’inseguimento del mio personaggio. Ma poi Brian diventa una specie di oracolo che lo restituisce alla sua famiglia, suggerendogli come vivere nel modo migliore”.

Un’altra attrice nota principalmente per le sue qualità comiche è Judy Greer, che di recente è apparsa nella serie TV “Mad Love”; Judy è stata scelta per interpretare nel film la moglie tradita di Brian Speer, Julie, una donna dall’apparenza pacata, che incontra per caso Matt King su una splendida spiaggia di Kauai.
La Greer è rimasta colpita dal modo in cui il suo personaggio va al di là ogni aspettativa e diventa fonte di divertimento. “È una figura materna molto moderna”, osserva la Greer. “È una donna pratica e sensibile, che vuole a tutti i costi tenere unita la sua famiglia. Mi piace che Alexander abbia inserito una figura così calma e ragionevole in questa situazione”.

Quanto tuttavia gli eventi esplodono generando il caos, sarà Julie e non Brian a interpretare una scena turbolenta, in cui si presenta in ospedale per vedere la moglie di Matt in coma, e finisce per perdere le staffe al suo capezzale. La Greer è entrata in sintonia con i pensieri di Julie nonostante il suo comportamento diventi a dir poco scioccante.
“Julie si reca da Elizabeth perché è confusa e preoccupata”, dice la Greer. “Quando scopri che tuo marito ti tradisce, sei sopraffatta da sentimenti di gelosia, inadeguatezza, rabbia e tristezza e forse lei vuole solo vedere la donna che ha rovinato tutto quel che aveva costruito. Inoltre nutre un’incredibile compassione per la situazione di Matt. È una scena bellissima perché contiene tanti elementi diversi. In quel momento Julie esprime i suoi sentimenti più autentici”.

Regna un po’ di confusione anche nelle emozioni del suocero di Matt, Scott Thorson, interpretato dal veterano attore di cinema e televisione Robert Forster (Jackie Brown, Mulholland Drive). Ex militare burbero e autoritario, Scott è già impegnato a prendersi cura dell’Alzheimer di sua moglie, quando apprende che la vita di sua figlia è appesa a un filo. E così sfoga tutta la sua frustrazione incolpando Matt.
“Scott considera suo genero una grande delusione”, spiega Forster. “È convinto che non meriti sua figlia, che lei sia troppo per lui. Matt è molto ricco ma non è motivato, e Scott ritiene che non si comporti come dovrebbe fare un vero uomo. Scott ha comandato altri uomini per tutta la vita e Matt non corrisponde certo al suo modello”.

Intanto la famiglia di Matt inizia a dargli filo da torcere, soprattutto quando lui inizia a tirarsi indietro rispetto alla decisione di vendere la preziosa terra di famiglia ad un promotore locale di campi da golf. L’indecisione di Matt genera un conflitto con suo cugino Hugh, interpretato da Beau Bridges, due volte vincitore del Golden Globe.
Bridges ha apprezzato il copione per vari motivi. “Due delle ragioni per cui volevo partecipare al film sono Alexander Payne e George Clooney”, osserva. “Sono due artisti all’apice delle loro carriere. Ho pensato che sarebbe stato avvincente lavorare con loro”.

L’attore era interessato anche per i suoi personali rapporti con le Hawaii, che sono per lui una seconda casa, in cui si reca regolarmente sin dall’infanzia e dove ha frequentato l’Università. “La vita ha un ritmo diverso alle Hawaii”, afferma Bridges. “Sembra aver conservato quella semplicità che manca altrove”.
Matt resta colpito dallo stile di vita di Hugh. “Hugh è un personaggio interessante”, afferma Bridges. “Come Matt, anche lui discende dai missionari e dagli hawaiani ma è comunque deciso a vendere la terra che ha ereditato. Giustifica la sua posizione dicendo che la terra verrà venduta ad un uomo d’affari locale e non a qualcuno che intende costruirvi un centro commerciale... ma comunque ha in mente solo il profitto”.

Bridges spiega che Hugh in un certo senso si sta approfittando di suo genero Matt in un periodo in cui lui non è del tutto lucido – nonostante Matt creda invece, per la prima volta in vita sua, di vedere le cose come stanno. “Penso che Hugh, in cuor suo, si auguri davvero il meglio per Matt”, conclude Bridges, “ma non vuole neanche che faccia una stupidaggine perché crede davvero che non vendere un terreno così proficuo sia una vera pazzia!”
Il migliore amico di Alexandra, il prepotente e infantile Sid, interpretato con grande intensità dall’astro nascente Nick Krause, accompagna la famiglia King nella sua avventura ‘on the road’ con il suo inconfondibile stile anticonformista.

“Sid è un personaggio che ha una funzione comica, e che si pone in contrasto con l’atteggiamento di Alexandra”, dice Krause. “I due sono molto amici e si aiutano quando hanno dei problemi. Sid è completamente noncurante delle convenzioni sociali. Non riesce mai ad esprimersi con tatto, nonostante le sue buone intenzioni”.
Questa sconcertante mancanza di sensibilità lo mette spesso nei guai – come quando, ad esempio, il nonno di Alexandra lo prende a pugni per aver riso in faccia a sua moglie. Questa è una delle scene del film preferite dall’autrice Kaui Hart Hemmings. “Mi piace perché è assurda e allo stesso tempo realistica”, dice. “È quasi tutto dialogo. Adoro i momenti apparentemente tranquilli in cui accade qualcosa di incredibile”.

Eppure, nonostante Sid metta costantemente alla prova le persone accanto a lui, diventa inaspettatamente una forza di coesione. “Sid entra a far parte della famiglia in un momento in cui tutti cercano di venire a capo delle folli situazioni che si accumulano l’una sull’altra”, dice Krause. “Il suo viaggio personale è quello di diventare parte di una nuova famiglia. All’inizio Matt lo considera solo un amico della figlia che fuma qualche canna, ma alla fine stabilisce con lui un rapporto di profonda comprensione reciproca”.

Il produttore Jim Burke considera Sid un elemento essenziale della storia. “La presenza di Sid contribuisce a creare un legame fra Matt e le sue figlie”, dice il produttore. “Verso la fine si rende conto che Sid è forse l’unica persona con cui deve parlare. Sid diventa il suo confidente, anche se è alquanto insolito”.
Come Sid, anche gli amici di lunga data di Matt, Mark e Kai hanno un effetto galvanizzante sulla famiglia King, perché sono loro che hanno notizie sulla persona con cui Elizabeth tradiva il marito. Il loro ruolo è interpretato da due attori emergenti, Rob Huebel e Mary Birdsong.

Huebel è particolarmente fiero di interpretare una delle scene più drammatiche del film, e cioè quando Matt si precipita improvvisamente a casa di Mark e Kai per chiedere tutti i dettagli del tradimento di sua moglie, nonostante lei sia in stato vegetativo. Rob Huebel e Mary Birdsong si sono destreggiati con difficoltà in questa situazione angosciante e assurda.
“È una scena difficile perché è seria ma deve anche risultare divertente”, spiega Huebel “Mark e Kai sono in una posizione delicata perché erano a conoscenza di questa storia ma sono anche i migliori amici di Matt.

Cerchiamo di divagare, di non dirgli nulla, di difendere la moglie di Matt, ma tutto questo non fa altro che indispettire maggiormente Matt. Alla fine, poiché Mark tiene molto alla sua amicizia con Matt, gli rivela l’identità dell’amante di sua moglie. Credo che molti farebbero la stessa cosa”.
Questa scena, spigolosa e complessa, ha funzionato, dice Huebel, grazie all’abilità di Payne di mettere i suoi attori a proprio agio. “È il regista più preciso con cui abbia mai lavorato”, dichiara Huebel. “Aveva già previsto ogni sfumatura ed ogni gesto ancora prima di girare la scena, e tutti noi ci sentivamo al sicuro perché era lui a guidarci”.

Mary Birdsong considera la posizione di Kai particolarmente delicata, perché quando Matt scopre la tresca, il suo personaggio non sa come comportarsi. “Elizabeth, la moglie di Matt, era la sua migliore amica”, spiega. “Ora è divisa fra il senso di lealtà nei confronti di Elizabeth e il dovere di dire la verità. Per lei Elizabeth era uno straordinario spirito libero e vorrebbe solo proteggerla”.
Come Huebel, la Birdsong riconosce a Payne il merito di aver scritturato attori provenienti da background diversi. “Ha un cervello particolare e molto originale”, afferma. “Il casting del film dimostra la sua sensibilità. In ognuno di noi ha visto un elemento che avrebbe contribuito a raccontare la storia”.


UNA REALTÀ PARADISIACA: L’AMBIENTAZIONE
“Mio nonno adorava questo posto. E anche tua madre lo adorava. Lo adora” -- Matt King

Le ambientazioni caratterizzano da sempre le opere di Alexander Payne ma in PARADISO AMARO questo elemento è ancora più centrale. Sin dall’inizio il regista e la troupe, costituita dai suoi più fidati collaboratori, erano estremamente consapevoli che la suggestiva cornice hawaiana non è stata spesso teatro di un dramma familiare. Tutti i contrasti presenti nell’ attuale cultura hawaiana – elementi antichi e moderni, urbani e naturali, la crescita e la preservazione– si intrecciano nell’ambientazione del film, e sono visibili nella fotografia e nei set.

La storia delle Hawaii risale a 1500 anni fa, quando gli esploratori polinesiani si spinsero con le loro canoe sotto il cielo stellato, fino alla fertile striscia di queste isole vulcaniche. In seguito vi approdarono anche coloni giunti dalla Polinesia - Tahiti, Samoa e Tonga – portando con sé la loro particolare cultura matriarcale, con la propria lingua, costumi, forme d’arte e leggende. Nel 1810 il re Kamehameha, Capo della Grande Isola, unì tutte le isole in un unico regno hawaiano. Poco dopo iniziarono ad arrivare anche i missionari cristiani, seguiti dai coloni dagli Stati Uniti. Nel 1893, un gruppo di uomini d’affari americani rovesciò la monarchia hawaiana, gettando le basi dell’annessione. Nel frattempo la cultura continuò ad evolversi e ad adattarsi, mescolando elementi americani con gli usi e costumi hawaiani. Quando le Hawaii divennero parte degli Stati Uniti, nel 1959, furono denominate “Aloha”, un termine hawaiano impossibile da tradurre, che riflette lo spirito di apertura e di accoglienza radicato nell’amore per la terra.

Per riuscire a catturare con sguardo fresco e innovativo l’essenza delle isole al giorno d’oggi – un territorio in cui coesistono fianco a fianco una rapidissima urbanizzazione, spensierati surfisti e antiche tradizioni polinesiane – Payne ha voluto come direttore della fotografia Phedon Papamichael, con cui aveva già lavorato in SIDEWAYS. Dopo aver letto il copione, Papamichael ha capito subito che si trattava di un progetto particolare.

“È una storia basata principalmente sul dialogo, e questo generalmente implica una minore attenzione all’aspetto visivo”, spiega. “In questo caso tuttavia era esattamente l’opposto. Poiché l’ambiente hawaiano crea un forte contrasto con i problemi della famiglia King, l’aspetto visivo in questo film ha un ruolo determinante. Era importante catturare la bellezza e la natura dell’ambiente circostante in modo da comprendere pienamente il conflitto interiore di Matt rispetto alla vendita della terra di famiglia”.
Papamichael ha ambientato il film in due diversi ambienti hawaiani: da un lato la convulsa e moderna città di Honolulu, dall’altro la splendida Baia di Hanalei, nell’isola di Kauai, ricca di verdi foreste tropicali e circondata da un limpido mare color zaffiro.

Spiega il direttore della fotografia: “Era importante mostrare la comunità di Honolulu ma anche la bellezza della costa, per comprendere cosa Matt avrebbe perso e per calarsi nella storia dell’isola. Per questo abbiamo deciso di girare in wide-screen, cosa che Alexander aveva fatto soltanto una volta prima d’ora, in Election. In questo modo abbiamo creato una cornice epica in cui piccoli esseri umani si confrontano con la maestosità del paesaggio”. Allo stesso tempo tutti e due volevano restare fedeli allo stile asciutto e senza fronzoli di Payne, che potrebbe essere quasi definito un ‘anti-stile’. “Mi piace raccontare le storie cinematografiche in modo quasi documentaristico, come se fossero un reportage”, dice Payne.

Papamichael concorda: “Alexander vuole che la fotografia non interferisca nella narrazione della storia. Ama il realismo, al punto tale che se in una location troviamo gente che sta potando gli alberi, lui li inserisce nella scena. Ad esempio quando abbiamo girato nel bar in cui George Clooney incontra Beau Bridges, Alexander ha voluto popolare il locale con i normali frequentatori del posto, per ottenere un effetto realistico. Lo stesso vale per quanto riguarda le luci. La luce è sempre molto naturale, infatti la gente spesso ha l’impressione che non ci sia alcun artifizio nell’ambiente”. Continua: “Vogliamo che il pubblico venga coinvolto dai personaggi senza altre distrazioni. Le emozioni sono talmente intense e la storia è talmente forte che non c’è bisogno di aggiungere drammatici effetti visivi”.

Ma le Hawaii stesse hanno contribuito, con il loro paesaggio suggestivo, alla drammaticità della storia. “La luce nelle isole hawaiane è in costante mutamento quindi non è facile effettuare le riprese”, spiega Papamichael. “In una stessa ripresa il cielo prima è nuvoloso e poi assolato. Ma sia Alexander che George sono bravissimi nel reagire immediatamente a questi cambiamenti, adattandoli alle scene. È un ambiente che richiede molta flessibilità”.

Alcune riprese di PARADISO AMARO sono state effettuate anche sott’acqua, in piscina e nell’oceano. Il leggendario fotografo subacqueo Don King ha collaborato nella scena in cui Shailene Woodley si sfoga gridando sott’acqua, nella profondità della piscina della sua casa.
Racconta la Woodley: “Don King mi aspettava sott’acqua con la sua strana cinepresa subacquea. Mi sono immersa e ho nuotato verso di lui e lui nuotava velocemente all’indietro, perfettamente coordinato con i miei movimenti. È stata una scena fantastica da girare”.

Una delle esperienze preferite di Papamichael in PARADISO AMARO è stata girare la scena del momento clou del viaggio di Matt, in cui l’intera famiglia giunge nella terra ancestrale di Kauai e la giovane Scottie induce suo padre a riconsiderare la sua decisione di vendere la terra a degli estranei.
“Nella scena la famiglia è in macchina sulla montagna ma non si sa cosa li aspetta. Sembra un percorso normale, fino a che la cinepresa rivela un panorama spettacolare che travolge i viaggiatori con la sua bellezza. Quella è una delle mie scene preferite”, conclude Papamichael.

Payne ha inoltre ritrovato la scenografa Jane Ann Stewart, che ha lavorato in tutti in suoi film fin dall’inizio della sua carriera. La Stewart si sente completamente in sintonia con il gusto estetico di Payne. “Il suo senso dell’umorismo corrisponde al mio: è un po’ estremo, quasi macabro, non c’è nulla su cui non si possa scherzare”, spiega.

Si è resa conto che si trattava di un lavoro su misura per lei quando Payne l’ha reclutata nel film. “Abbiamo dovuto entrambi imparare molte cose rispetto alla cultura hawaiana, per rendere l’atmosfera del luogo e l’ambiente in cui si svolge questa vicenda”, spiega l’artista.
Per realizzare la casa di Matt King, la Stewart si è basata sul romanzo e si è consultata con l’autrice Kaui Hart Hemmings. “I consigli di Kaui sono stati importantissimo”, dice Stewart. “Ad esempio lei ci ha parlato dei punee [i letti su cui gli hawaiani riposano durante il giorno, che sono spesso usati come divani] e ci ha aiutato a comprendere la storia di questa famiglia in tutti i suoi dettagli”.

Jane Ann Stewart ha trovato una casa del luogo che aveva la giusta atmosfera, ma mancava qualcosa: il grande albero di fichi tropicali che campeggia sul cortile d’entrata. Perciò la Stewart ne ha fatto trapiantare uno lì appositamente. “È un elemento importante perché i rami di questo albero si piantano nel terreno e crescono, e questa immagine riflette l’idea della famiglia, nel modo in cui ogni ramo si estende e si radica nel terreno”, osserva l’artista.

Per quanto riguarda la fotografia, la difficoltà di Jane Ann Stewart è stata quella di riuscire a conservare un’immagine realistica infondendole un gusto tropicale. “Alexander vuole sempre che l’ambiente sia autentico, al punto da risultare persino banale. Ma in questo film ho potuto azzardare un po’ con i colori per rendere la qualità esotica dei luoghi. Però dovevo sempre avere un buon motivo per inserire un oggetto come un mobile o un quadro all’interno del luogo in cui si girava la scena. Tutto doveva essere funzionale ai personaggi e al loro ambiente”.

Questa ricerca di autenticità ha profondamente commosso Kaui Hart Hemmings quando si è recata sul set, dove ha visto la sua storia materializzarsi davanti ai suoi occhi. “È stato un momento molto toccante per me tornare alla Baia di Hanalei, dove sbarcarono i miei antenati. Per me è stato importante assistere al modo in cui il cast e la troupe hanno imparato a conoscere questo posto tanto speciale. È stata un’occasione per ritrovare il passato della mia famiglia e la mia comunità. Scrivere un libro è un’esperienza molto solitaria mentre la bellezza di un film è proprio la condivisione”.


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