Regista: Richard Berry
Titolo originale: L'immortel
Durata: 114'
Genere: Azione, Thriller
Nazione: Francia
Rapporto:
Anno: 2010
Uscita prevista: 05 Novembre 2010 (cinema)
Attori: Jean Reno, Gabriella Wright, Richard Berry, Kad Merad, Marina Foïs, Fani Kolarova, Joséphine Berry, Claude Gensac, Jean-Pierre Darroussin, Venantino Venantini
Soggetto: Franz-Olivier Giesbert
Sceneggiatura: Richard Berry, Alexandre de La Patellière, Mathieu Delaporte
Trama, Giudizi ed Opinioni per L'Immortale (clic qui)...In questa pagina non c'è nemmeno la trama per non fare spoiler in nessun caso.
Titolo originale: L'immortel
Durata: 114'
Genere: Azione, Thriller
Nazione: Francia
Rapporto:
Anno: 2010
Uscita prevista: 05 Novembre 2010 (cinema)
Attori: Jean Reno, Gabriella Wright, Richard Berry, Kad Merad, Marina Foïs, Fani Kolarova, Joséphine Berry, Claude Gensac, Jean-Pierre Darroussin, Venantino Venantini
Soggetto: Franz-Olivier Giesbert
Sceneggiatura: Richard Berry, Alexandre de La Patellière, Mathieu Delaporte
Trama, Giudizi ed Opinioni per L'Immortale (clic qui)...In questa pagina non c'è nemmeno la trama per non fare spoiler in nessun caso.
Fotografia: Thomas Hardmeier
Montaggio: Camille Delamarre
Musiche: Klaus Badelt
Scenografia: Philippe Chiffre, Nicolas Decaux, Catherine Werner-Schmidt
Costumi: Carine Sarfati
Produttore: Luc Besson, Pierre-Ange Le Pogam
Produttore esecutivo: Didier Hoarau
Produzione: Europa Corp.
Distribuzione: Eagle Pictures
Montaggio: Camille Delamarre
Musiche: Klaus Badelt
Scenografia: Philippe Chiffre, Nicolas Decaux, Catherine Werner-Schmidt
Costumi: Carine Sarfati
Produttore: Luc Besson, Pierre-Ange Le Pogam
Produttore esecutivo: Didier Hoarau
Produzione: Europa Corp.
Distribuzione: Eagle Pictures
La recensione di Dr. Film. di L'Immortale
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Colonna sonora / Soundtrack di L'Immortale
Potrebbe essere disponibile sotto, nei dati aggiuntivi (clic qui).
Voci / Doppiatori italiani:
Massimo Corvo: Charly Mattei
Franco Mannella: Tony Zacchia
Tiziana Avarista: Marie Goldman
Pasquale Anselmo: Martin Beaudinard
Franco Zucca: Aurelio Rampoli
Emanuela D'amico: Christelle Mattei
Lorenza Biella: Madame Fontarosa
Renato Mori: Padovano
Massimo De Ambrosis: Karim
Laura Romano: Pat
Simone Mori: Frank Rabou
Angelo Nicotra: Pappalardo
Graziella Polesinanti: Stella Mattei
Emiliano Coltorti: Malek Telaa
Roberto Draghetti: Pistacchio
Emidio Lavella: Fontarosa
Informazioni e curiosità su L'Immortale
Tratto dal romanzo “L’IMMORTEL” di Franz-Olivier Giesbert, questo film è un lavoro di finzione ispirato a veri eventi accaduti nel mondo della mafia marsigliese.Note dalla produzione:
INTERVISTA CON IL REGISTA Richard Berry
Cosa l’ha spinta a fare l’adattamento cinematografico del libro di Franz-Olivier Giesbert?
Così come la commedia può talvolta essere un incredibile veicolo di alcune idee, i thriller possono costituire una pausa di riflessione su certi argomenti. In questa storia - un uomo che era un padrino della mafia marsigliese, dato per morto nel 1977 in un posteggio a Cassis, ma inspiegabilmente sopravvissuto, tanto da guadagnarsi il soprannome di “L'immortale” - ho visto un argomento molto forte e un’avventura incredibile. Passare dall’essere gangster al diventare immortale è un’impresa davvero stupefacente.
Inoltre questa storia mi ha dato la possibilità di parlare di identità, il tema centrale della maggior parte dei miei film. Non si riesce mai del tutto a togliersi di dosso la propria cultura, le origini, la storia... Per gli altri, sarai sempre un Bretone, un ebreo, un arabo, un cinese o altro. E fra l’ integrarsi e la nostra abilità di accettare le persone, c'è spesso un gap enorme.
In L’immortale, abbiamo a che fare con un gangster che si è ritirato da quella vita e che si sta redimendo, cercando di vivere una vita tranquilla con la moglie e i figli, accettando il fatto che non sarà mai molto ricco. Charly Matteï deve fare i conti con il suo passato che si presenta nelle vesti di Zacchia, suo amico d'infanzia. Avevano deciso di rimanere sempre uniti, nella vita e nella morte, ma Zacchia crede fermamente in una teoria non del tutto falsa e, anzi, totalmente razionale. "Quando hai le mani sporche di sangue, non riesci mai a lavarle del tutto. Il male rimane il male. E' dentro di noi. Lo devi accettare". I due approcci completamente contrastanti mi hanno spinto a fare un film basato sulla loro storia, ma non in modo didattico, non intendo dire agli spettatori chi ha ragione e chi ha torto. Nella malavita, così come in un reparto di polizia, ci sono buoni e ci sono cretini. Prima di tutto sono esseri umani e poi sbirri o delinquenti.
Il personaggio di Marina Foïs, la poliziotta, è una donna che sta ancora aspettando la chiusura dell’inchiesta sulla morte del marito perché non si sono mai trovate le prove contro i colpevoli. Che sono intoccabili. Naturalmente il suo punto di vista personale diverge totalmente da quello professionale. Sullo schermo volevo vedere quella realtà umana, quei paradossi. Volevo che ogni delinquente che muore fosse un uomo con una storia. Queste sono contraddizioni che danno “umanità” al film.
Come ha fatto ad arrivare a questo scopo?
Ho comprato i diritti per il libro di Franz-Olivier Giesbert, ma alla fine ho usato solo una parte del romanzo. Qualcuno troverà il film molto vicino alla realtà del mondo. Io ho condotto una mia inchiesta, della quale non posso parlare dettagliatamente perché molte persone le ho incontrate in grande segretezza. Ho passato diverse settimane a Marsiglia dove, pian piano, ho conosciuto una donna che a sua volta conosceva un uomo… e così via.
Incontri discreti in bar dove ho ascoltato le storie che hanno dato vita ad alcuni personaggi.
Che cosa è accaduto quando ha conosciuto l’Immortale, il famoso Jacky Imbert?
Franz è stato il tramite. Jacky è stata ovviamente la prima persona che ho voluto incontrare. Il film non è la storia della sua vita. Prendo un evento, e gli creo attorno una vita fittizia che, però, è tratta da alcune realtà della malavita. Non è realtà quotidiana. E' finzione basata sui fatti.
Il nostro primo incontro è avvenuto una sera d'estate di quasi tre anni fa. Mi trovavo in compagnia di un personaggio molto divertente, misterioso e taciturno. Lui vedeva ciò che aveva passato da una prospettiva molto umana – amicizie, tradimenti. Mi disse, "L’attentato che ho subìto ha distrutto la mia vita quando avevo solo 47 anni. Adesso sono un invalido. Ho perso l'uso della mano destra e il mio corpo è tutto dolorante”. Ma la cosa peggiore per lui, la sua ferita più grande, è stata il tradimento. Ho capito subito che, come aveva già fatto per il libro di Franz, Jacky voleva tenersi lontano dalla storia che volevo raccontare.
Ma lei ha chiesto di vederlo di nuovo...
Sì, questo non mi ha fermato dal volerlo incontrare durante il suo processo per associazione a delinquere, un’imputazione che risaliva a 15 anni prima. Aveva già passato 18 mesi sotto custodia. Così, 6 mesi dopo il nostro primo incontro, sono andato in tribunale e sono rimasto esterrefatto dal numero di fotografi e troupe televisive che ho visto. In effetti, sono rimasto colpito dal carisma di questo uomo dai capelli completamente bianchi e vestito totalmente di nero. Assistendo al processo ho scoperto un uomo intelligente che si è difeso e ha spiegato le cose con molto senso dell'umorismo. Ho anche iniziato a capire in quale situazione si trovasse, preda di tanti pettegolezzi e vittima della propria reputazione di “uomo pericoloso”.
Dopo il processo abbiamo cenato insieme e, in seguito, ci siamo incontrati spesso. E' un uomo incredibilmente silenzioso e le cose che ha detto si sono fatte strada nel film come “la giustizia in paradiso funziona meglio di quella sulla terra”, oppure "Gli uomini, durante un colpo indossano passamontagna. Quello è omicidio. I conti si dovrebbero regolare senza maschera”, oppure "gli sbirri mi hanno fermato per colpi che non ho commesso, e per quelli che ho fatto non si sono neanche avvicinati”."Oggi è un uomo che vuole solo vivere il resto della sua vita in modo tranquillo”.
Lui si è fidato subito di lei?
Sì, perché pur senza farmi domande dirette, ha capito che non è la storia della sua vita. Spero comunque che il film suoni di vero. Non è un film sulla mafia italiana o americana trasportata a Marsiglia. Ho ambientato il film nella realtà della mafia francese, la mafia marsigliese, che è il pezzo distinto di cultura locale. C'è una frase nel film che racconta la storia di come, nel 18mo secolo, Luigi XIV puntò i cannoni di due fortezze sulla città di Marsiglia. Sul set, il sindaco di Marsiglia Jean-Claude Gaudin, continuava a dire che non voleva un altro film che ritraesse Marsiglia come un covo della mafia. Ma io sono rimasto più di un anno a Marsiglia, e durante questo periodo ci sono stati un numero incredibile di omicidi da parte di bande. Ogni volta che arrivavo in un posto per girare, trovavo fiori con scritto “In memoria di...". Eppure, nonostante tutto, questo non frena la città dallo sviluppo, e nel 2010 sarà la Capitale Europea della Cultura. Quella realtà però esiste e c'è da molto tempo, e io volevo che questo apparisse ben chiaro sullo schermo. E’ per questo motivo che tutti gli attori non protagonisti sono attori locali che parlano con un autentico accento marsigliese.
Lei non evidenzia il legame fra politica e mafia. Perché?
Fino alla fine degli anni ottanta, il legame tra la politica e la malavita esisteva veramente. Il mio film è ambientato ai giorni nostri e io vi alludo solo nella scena del matrimonio del figlio “spirituale” di Zacchia nella quale il pubblico vede che tutti questi personaggi erano in contatto con politici molto importanti. Ho fatto anche scene più esplicite ma fanno riferimento a situazioni del passato, soprattutto perché i rapporti fra malavita e politica non sono più quelli di una volta. Come spiego nel film, tutto si concentra attorno alla droga e i piccoli delinquenti ne hanno accesso come i gangster di alto livello. Non si vedono mai quelli che stanno ai vertici perché loro hanno rappresentanti, che a loro volta hanno rappresentanti, e così via fino agli spacciatori agli angoli delle strade che vendono un paio di chili e sono pronti ad uccidere per un motivo qualunque, chiunque si trovino davanti. La gerarchia piramidale della mafia non esiste più, quindi avere legami con i politici è diventato un valore aggiunto.
Ci racconti come, una volta terminate le sue ricerche e scelto il punto di vista della storia, ha iniziato a scrivere con Mathieu Delaporte e Alexandre de la Patellière.
Come sempre ho scritto per conto mio la prima bozza, questo per dare un’indicazione di cosa io volessi. Con alcuni scrittori accade che la sceneggiatura prenda diverse direzioni e ho paura che il film mi scivoli via dalle mani. Dopo aver messo giù gli argomenti principali, ho potuto cominciare con il lavoro tecnico, quello della strutturazione della storia, insieme a Mathieu e Alexandre, due scrittori brillanti ed eccezionali. Ma io non faccio mai avvicinare gli scrittori alla tastiera (ride). Quello che andrà sullo schermo è quello che è scritto sulla pagina, perciò deve venire da me e da nessun altro. In questa fase pretendo molto, direi che sono un rompiscatole. Mi piace che la storia sia sempre in fermento, quindi va raccontata con sovrapposizioni e con le scene stesse. Per me la fine di una scena e l’inizio dell’altra hanno un senso preciso, quindi lavoro molto sulle transizioni. Mi piace anche scrivere dialogo.
Mathieu e Alexandre mi hanno in continuazione proposte idée che io ho utilizzato, suggerimenti per rifinire la sceneggiatura. E’ stato facile lavorare con loro, sono perspicaci ed appassionati.
Come ha scelto i protagonisti?
Così come cerco di scrivere di personaggi veri e di vere situazione, così faccio il casting del film: deve sembrare credibile. Per i tre principali protagonisti, gli amici d’infanzia, avevo bisogno di due "anzianotti" e di un uomo più giovane. Perciò Jean Reno e Kad Merad, e Jean-Pierre Darroussin, sono state le scelte ovvie.
Perché ha scelto Jean Reno per interpretare "L’immortale"?
Jean era là dall’inizio del progetto. Siamo buoni amici. Dopo Moi, Cesar... è stato uno dei primi attori che mi ha chiesto di farlo lavorare in un film. Ma io non posso scrivere per qualcuno in particolare. La storia che ho in mente deve calzare perfettamente, ma non avevo in mente niente che calzasse a Jean. Ho cominciato a lavorare su un adattamento di Philippe Claudel's, La petite fille de Mr Linh, che sfortunatamente non ha mai decollato. Poi è arrivata la storia di "L’immortale" e immediatamente ho pensato che fosse un ruolo perfetto per Jean.
Lui poteva interpretare l’umanità di una persona che sta cercando di redimersi e avere allo stesso tempo l’aria di uno che in passato è stato un grosso gangster. Jean ha la profondità di qualcuno con un passato, e una forza che potenzialmente potrebbe essere molto pericolosa. Un uomo silenzioso. Come conferma il film è un attore meraviglioso. In L’immortale, la sua interpretazione è davvero straordinaria.
Perché ha scelto Kad Merad per fare la parte di Zacchia, colui che invia i sicari ad uccidere "L’immortale"?
Zacchia è un personaggio con molte facce, ed è anche carismatico, simpatico, emotivo e pazzo. Può andare fuori di testa in qualsiasi momento. Anche qui ho immediatamente pensato a Kad perché ha caratteristiche vitali diverse per ogni personaggio, una gentilezza innata, e perché anche se ha ottenuto grande successo in film come Je vais bien, ne t’en fais pas, non ha mai interpretato un personaggio che spaventa lo spettatore. Io ho voluto accendere la miccia e vedere cosa sarebbe successo. Ho scelto un attore simpatico e l’ho spinto verso la pazzia anziché prendere un attore che sembra uno squilibrato e dargli un po’ di umanità. E’ affascinante mostrare questi aspetti caratteriali. A volte lo spettatore ha la sensazione che potrebbe fare amicizia con questo tizio, altre volte ne resta terrorizzato. Kad era la persona giusta, per catturare questa gamma di emozioni.
E per completare il trio, Jean-Pierre Darroussin?
Jean-Pierre ed io ci conosciamo da molto tempo, abbiamo fatto tre o quattro film insieme e ci vado molto d’accordo. E’ veramente una bella persona, onesto, leale, di fiducia – un Robert Duvall che non trasmette il minimo senso di pericolo – esattamente come l’ultimo membro del trio, più riservato e più codardo di Jean o di quel nervoso di Kad. Queste loro caratteristiche vengono viste anche in flashback di quando erano giovani.
Fra tutti questi uomini, ha scelto Marina Foïs per interpretare la poliziotta che è a capo dell’indagine.
Marina è un’attrice che adoro da molto tempo e volevo vederla in una ambientazione più realistica. In L’immortale ha dimostrato di essere una bravissima attrice estremamente versatile. Il suo non è un personaggio pazzo come quello di Darling, e neanche strano come quello di Les Robins des Bois. Qui è bravissima ad interpretare una persona che ha i piedi per terra. Le piace prendere una direzione ben precisa e risponde molto bene alle indicazioni.
Perciò ho potuto spingerla molto in alcune scene e questo dà un immenso piacere ad un regista.
Anche lei e il rapper Joey Starr fate una breve apparizione. Come mai?
Nel film c’è un mistero attorno all’ottavo uomo del gruppo che ha sparato a Jacky. L’idea era quella di non lasciare indovinare subito la sua identità allo spettatore Ho combattuto per avere volti molto conosciuti anche nei ruoli minori del film per aumentarne la potenzialità Questo spiega il mio ruolo e quello di Joey Starr come Pistachio. Naturalmente gli attori dovevano essere credibili nei loro ruoli e io credo che Joey sia un attore fantastico. Era incredibilmente attinente alla realtà in Le bal des actrices. Inoltre ci conosciamo da molto tempo, da prima che diventasse Joey Starr e mi piace molto. E soprattutto la macchina da presa, lo adora.
Come lavora con i suoi attori?
Prima delle riprese leggo la scene con l’intero cast, sul set, e facciamo una prova mentre la troupe allestisce. Preparo sempre le riprese nei minimi dettagli, così i tecnici sanno esattamente quello che voglio e io posso concentrarmi sugli attori. Quasi sempre rimango in piedi dietro la macchina da presa, dove i miei attori mi possono vedere. Loro sanno che io mi aspetto che sappiano perfettamente le loro battute. Non voglio alcuna esitazione, non devono essere incerti sul da farsi. Io do molte indicazioni e li spingo molto per ottenere il meglio da loro. Per la scena nella quale Jean supplica Marina di aiutarlo, ho lavorato per settimane, concentrandomi su di lui come su un diamante che avremmo tagliato al suo stato più puro con ogni ciak. Gli chiedevo continuamente di fare di più, di disinserire il pilota automatico. Per me è stato facile perché andiamo indietro di 35 anni ed io so quello che può fare, e quello che voleva fare. Gli ho chiesto di imparare bene le sue battute e di allenarsi per le scene d’azione, così non ci sarebbe stato bisogno di uno stuntman. E ce l’ha fatta. Era in perfetta forma e ha raggiunto risultati eccellenti, la verità nella sua forma più pura.
Quale sono le sue priorità quando gira?
Questo film doveva essere realistico ma anche scorrevole, il che può sembrare una contraddizione, ma è quello che stavo cercando. Per capire come abbiamo fatto dobbiamo tornare a The Black Box, il mio film precedente, che non era affatto fedele alla realtà: eravamo nella testa di un uomo in coma. Per catturare questo effetto, ho usato degli obbiettivi corti e una densità eccezionale per ottenere inquadrature che sembrassero quadri. Ho fatto appello a tutte le mie fantasie e ossessioni. In L’immortale, senza trascurare considerazioni estetiche, ho lavorato con obbiettivi più lunghi per aumentare il realismo e ho usato una macchina da presa a mano con uno shutter a 45gradi, che è più stretto del solito, come nella scena del rapimento in strada, per dare un senso di ‘immagine di vita vera’ impregnata da un sentore di panico. Dovevo stare attento a non oltrepassare il limite. Non mi piace l’aspetto a singhiozzo di molti film di oggigiorno, è semplicistico ed inutile. Il mio unico scopo era di raccontare ogni scena come doveva essere, non quello di usare effetti spettacolari tanto per fare. La macchina da presa non è quasi mai stata ferma, siamo sempre stati in movimento, anche se di poco – una carrellata laterale, push-in oppure movimento della gru.
Il film è cambiato molto nel montaggio?
No, non ho tagliato alcuna scena, ne ho solo spuntata qualcuna un po’ qua e un po’ là. La prima versione era di 125 minuti e siamo arrivati a 114 minuti inclusi i titoli di coda. E’ stato così per tutti i miei film. Per usare un’altra volta la metafora del diamante, più li lustri più sono belli. Meno significa di più. Ho parlato di questa cosa con Besson e lui ha detto, "Non mi sono mai chiesto perché ho tagliato qualcosa nei miei film, però spesso mi sono pentito per non aver tagliato di più."
Come mai ha scelto Klaus Badelt per comporre la musica?
Ho girato con in mente la musica di James Newton Howard. Ammiro molto il suo lavoro. Mi sono prefisso uno standard molto alto perché lui è un compositore che spazia da un genere all’altro con grande facilità. Lui e Alexandre Desplat sono le prime persone che ho contattato – sono stato fortunate perché i miei produttori mi hanno dato carta bianca – ma nessuno di loro due era libero. Poi mi sono rivolto a Howard Shore che ha lavorato con Scorsese, Cronenberg e con Il Signore degli anelli. Ha accettato di farlo dopo aver letto la sceneggiatura ma, stranamente, quando abbiamo tentato di mettere un po’ della sua musica alle scene nel montaggio, non ha funzionato. Ho tentato molte volte ma invano. Poi mi sono reso conto che la musica di Howard Shore era in competizione con la musica lirica. Io lavoro più che altro con strumenti ad arco, usando delle basi molto classiche, perciò quella musica non poteva funzionare in questo film. Avevo due opzioni: Harry Gregson-Williams e Klaus Badelt, il cui lavoro, Premonition and Constantine, mi era piaciuto moltissimo, e che mi ricordava musicalmente James Newton Howard. Qualcuno mi ha suggerito di sentire la sua musica in Pour elle.
L’ho trovata molto minimalista, ma bella e pura. Mi piace anche quando è più elaborata, come in Pirati dei Caraibi 3 (Pirati dei Caraibi: la maledizione del forziere fantasma.). Quando ho saputo che era a Parigi per uno dei suoi rari viaggi, l’ho incontrato e gli ho mostrato il film. Ho avuto l’immenso piacere e shock di sentirmi dire, "Le chiedo di farmi lavorare nel suo film. Mi piace da morire”! Quando una persona di tale talento ti manda un e-mail e ti chiama per dirti che è sicuro di fare un lavoro magnifico, è inevitabile che sarà lui la persona scelta. Infatti non mentiva, ha fatto un lavoro straordinario. Abbiamo registrato a Abbey Road con degli eccellenti suonatori d’archi.
E’ stato un momento incredibile. Ed è li che mi sono reso conto del perché aveva insistito per fare L'Immortale. Gli ha dato l’opportunità di comporre musica fiammeggiante come in Pirati dei Caraibi. E’ riuscito a creare molte emozioni, puro e semplice sentimento con una incredibilmente vasta gamma di toni, cosa che non accade spesso.
Come si sente a poche settimane dall’uscita del film?
Ovviamente sono molto attento a come sarà accolto il film, perché mi sta a cuore e vorrei che Jacky Imbert si emozionasse quando lo vedrà, e vorrei che anche lo spettatore si emozionasse. E’ un film che parla di come le persone ti guardano, ti accettano oppure no, e del modo in cui tu guardi le altre persone, di come ci si può sentire esclusi dal microcosmo della società alla quale loro vogliono che tu appartenga.
Più personalmente, con questo film credo di aver fatto molto, sia come scrittore che come regista. Anche se in genere i miei film hanno sempre riscosso delle buone critiche, questa volto sono più attento del solito.
INTERVISTA CON JEAN RENO - Charlie Mattei: “L’immortale”
Quale altro attore francese potrebbe interpretare una leggenda vivente della città di Marsiglia, un "padrino" miracolosamente scampato alla morte e il suo percorso per la redenzione? Con questo ruolo la stella di Le Grand Bleu ha ottenuto una certa soddisfazione, e questa non è una coincidenza.
Cosa le è piaciuto del ruolo di Charly Matteï?
La sua voglia di redimersi, così come è stata sceneggiata dallo scrittore Richard Berry. E’ sempre difficile uscire dal proprio ambiente e dal proprio passato. Il prezzo da pagare talvolta è molto alto. Ci vuole tempo per capire dove stai andando. Charly Matteï sceglie la sostanza al posto dell’apparenza – la sua barca, moglie e figlio anziché montagne di cocaina, la vistosità e gli altri cliché. Torna alle origini, e dopo l’attentato alla sua vita protegge la famiglia.
Richard Berry ha scritto questo ruolo pensando a te. Questo significa che il film tratta anche dell’amicizia fra un regista e un attore?
Richard ha prodotto una meravigliosa sceneggiatura tratta dal libro di Franz-Olivier Giesbert, perciò è stato difficile dire di no. Ha individuato il personaggio di Charly come un ruolo per me. A dirla tutta, ci conosciamo da molto tempo e abbiamo spesso parlato di lavorare insieme. Torniamo indietro, al lavoro di Elie Chouraqui Mon premier amour. Eravamo entrambi con la produzione di Planchon, Andromaque a Lione, subito dopo Le grand bleu, quando combattevo per non essere considerato un attore con un ruolo stereotipato. Richard ed io ci siamo incontrati spesso e abbiamo parlato molto al telefono. E’ un amico, è proprio un amico, ed è qualcuno che non mette le etichette alle persone. E’ ricettivo a molte cose e come me ama diversificare, avere nuovi generi di regia. In fondo io vado molto d’accordo con le persone che escono dagli schemi.
Il suo amico l’ha sorpresa come regista?
Io mi sono letteralmente consegnato nelle sue mani. Sembra stupido, ma credo di piacergli molto! Non si può dirigere senza questo genere di benevolenza. Non ne abbiamo parlato per ore o per giorni, sembravamo una vecchia coppia, c’era un intesa immediata.
Sul set, Richard dirige con molta abilità e ha degli standard molto alti perché sa quello che vuole e non tralascia niente. Questo mi ha sorpreso – quando ho visto in lui una delle qualità di un grande regista. Richard potrebbe lavorare con De Niro domani, nessun problema. E questo è perchè ha un grande occhio.
Come si è trovato con gli altri attori, Kad Merad, Jean-Pierre Darroussin e Marina Foïs, che vengono da orizzonti molto diversi? In qualche modo è stato il loro “padrino”?
Quando io arrivo sul set ho un’idea abbastanza precisa di “come” faremo e di “quanto” faremo. Generalmente mi dico: "E’ un sogno e io voglio che questo sogno vada in questa direzione”. Credo che gli altri percepiscano questa cosa e si posizionino nel modo giusto con la persona che sta loro chiedendo di dare il massimo. Lo scopo è quello di raggiungere un accordo fra gli interpreti e i nostri obiettivi . Comunque, un film significa lavorare con altre persone, uno sforzo collettivo, e questo si raggiunge solo con l’umiltà. Ecco perché bisogna affrontarlo con calma e tranquillità, essere certi che l’angolazione, il ritmo e il momento siano giusti. L’interpretazione di Marina, per esempio, è eccezionale. E’ un’attrice brillante, di talento—ed il suo personaggio lo ha centrato in pieno. Proprio come ha fatto Kad. Lui si è lasciato andare ed è stato bravissimo. Credo davvero che sarà sorpreso, quando si vedrà sullo schermo. In sostanza, durante le riprese di questo film abbiamo formato una specie di tribù.
Sembra che il film abbia sorpreso persino lei. Quale posizione gli darebbe nella sua lunga e prestigiosa filmografia?
Ho visto il film il giorno di Halloween, insieme alla mia famiglia. Ho cinque figli, grandi e piccoli. Si sono tutti emozionati molto e questo mi ha reso incredibilmente felice, ma allo stesso tempo mi ha fatto star male perché mi sono reso conto che per me L’immortale non è solo un bellissimo film, ma quello che mi ha fatto rivivere tutta la mia vita e la mia carriera.
La lezione è: se non arrivi a fare la cosa giusta con la persona giusta, allora continua a provarci, ma scintille come quelle sono molto rare. Alla mia età, la domanda è: “Qual’è il mio posto nel cinema francese?” Può sembrare una domanda pretenziosa, dopo aver interpretato un personaggio soprannominato “L’immortale”, ma anche questo è indicativo di qualcosa. Il protagonista possiede un revolver e senso dell’umorismo, ma allo stesso tempo sanguina dentro. A me sembra di avere tutte queste sfaccettature, e anche Richard le ha, con il suo occhio da regista.
L’immortale è un film noir e lei ne parla molto seriamente. Mentre sta girando c’è anche spazio per il piacere?
Il piacere esiste quando tutti gli altri sono felici. Sul set non direi esattamente che mi diverto.
L’idea che il film possa non piacere ti pietrifica e toglie qualsiasi forma di piacere si possa sentire. Certo, non lavoriamo in miniera ne stiamo combattendo un toro, e neanche siamo in guerra, ma raccontare la storia di un uomo e del suo destino significa qualcosa. Inoltre ho conosciuto l’uomo che interpreto nel mio film, Jacky Imbert. Mi creda, dopo averlo conosciuto mi rendo conto che non è facile mettersi nei suoi panni a cuor leggero, anzi, è una grande responsabilità. Mentre giravo L’immortale mi sono reso conto di quanto è forte la mia amicizia con Richard. Mi piacerebbe sapere cosa succederebbe se noi due facessimo un film comico, uno senza cuore, naturalmente!
INTERVISTA CON KAD MERAD - Tony Zacchia
L’uomo che affronta “L’immortale” indossando l’abito nero da padrino della mafia marsigliese è una star dai successi incredibili come Les choristes - I ragazzi del coro e Giu' al nord - Bienvenue chez les ch'tis. Temibile, imprevedibile, pericoloso — il suo ruolo più crudele.
Per molti sarà sorprendente vederla interpretare un thriller. Lei è un fan di questo genere? E’ per questo che ha accettato la parte?
Soprattutto perché era un ruolo nuovo e molto accattivante, e anche eccitante. Gli attori amano giocare, siamo come bambini. Sotto sotto non sapevo se sarei stato in grado di farlo e l’ho anche detto a Richard Berry quando mi ha offerto la parte. Non sono un tipo che corre a vedere i film di gangster ma in alcuni casi, come in Quei bravi ragazzi, Scarface e Carlito's way, i delinquenti ed i brutti ceffi erano davvero affascinanti. Sono estremamente crudeli, banditi con i quali non ci si può identificare, ma forse ne conosco alcuni senza rendermene conto! Chi lo sa!
Cosa ha ispirato la sua interpretazione, qualche gangster di film leggendario?
Quando fai un ruolo da gangster come Zacchia, vestito di nero, in una enorme casa, ovviamente pensi a Scarface. Quindi, io ho pensato a Pacino! Ma era una cosa assolutamente inconscia, perché non esistono molti modi per approcciarsi al ruolo di un padrino che incute timore e pietà. Fortunatamente, potevo sfruttare le sue debolezze come il fatto che balbettasse, che avesse terribili emicranie e che fosse ipocondriaco. Altrimenti sarebbe stato un gangster normale. Ricordo che di lui Richard diceva: "E’ simpatico, adora la sua famiglia e piace alle donne… ma è meglio non farlo arrabbiare. C’è qualcosa dentro di lui che brucia”. E’ pronto ad ammazzare a sangue freddo, perciò è imprevedibile e pericoloso. Sembra sia rimasto sorpreso dal ruolo che le è stato offerto.
Ricordo di aver chiesto a Richard come mai avesse scelto me per la parte. Siamo tutti un po' etichettati e la mia etichetta è quella del bravo ragazzo, anche un po’ clown. Certamente ho interpretato ruoli drammatici ma mai scene con pistole! Anche se è un film, devi sempre essere credibile. Non bisogna mai cadere nel ridicolo. E’ in questo senso che è stato difficile sul set, dovevo interpretare un ruolo che non avevo mai recitato prima.
Più chiuso, più introspettivo?
In genere, prima delle riprese, lascio che il ruolo si sviluppi dentro di me. Quando poi arrivo sul set, se so come affrontare la prima scena, il resto viene da sé. In questo film ogni giorno c'era un nuovo inizio. Ero molto teso e alla fine della giornata ero esausto.
Allora si sentiva sotto pressione?
Sia per me che per Marina Foïsne - ne abbiamo parlato prima delle riprese - un film come questo è molto importante. Ci rendiamo conto che la gente si aspetta degli sbagli da parte nostra. Ma noi vogliamo far felice Richard. E' un regista molto bravo, molto preciso. Si ha la sensazione che lui sappia bene dove ti deve portare. Se lui ci avesse dato la possibilità di andare fuori rotta, non sarebbe stato lo stesso film. Ma non ci sono stati problemi e tutti sono stati molto professionali.
Ci racconti com'è lavorare con Jean Reno. I vostri personaggi sono amici d'infanzia ma anche rivali, le vostre scene insieme sono molto intense, soprattutto il momento chiave alla fine.
L’immortale è stato fatto apposta per Jean. Conosce bene il personaggio e ha la profondità e la versatilità per interpretare il ruolo dell'uomo redento. Jean è un tipo solido e molto carismatico. Girare la scena finale, quella in cucina, è stato come essere in un sogno. Ti veniva voglia di chiamare i tuoi amici a farti una foto con lui. Jean è una leggenda dai tempi di Le grand blue. E' una star internazionale. Ero a Los Angeles, recentemente, e lui è conosciuto lì come in Francia. Per me vuol dire molto lavorare con lui.
Com’è lavorare a Marsiglia, una città che lei conosce bene?
A Marsiglia è nata mia moglie, mia sorella ci abita, mio fratello ha un ristorante, e io una casa. Praticamente ci abito. E' un posto meraviglioso, molto cinematografico. Con una gita in barca si arriva a Frioul, dove ti sembra che il sole tramonti sul mare proprio per te.
Sfortunatamente per i suoi abitanti, Marsiglia è spesso associata a thriller e a film di gangster.
Posso capire che i marsigliesi non ne possano più ma, allo stesso tempo, è stato proprio così.
Il film è tratto dalla vita di Jacky Imbert e dal suo giro, e non si sarebbe potuto girare in nessun altro posto.
INTERVISTA CON MARINA FOÏS - Detective Marie Goldman
Nella sua prima apparizione in un genere nuovo, Marina Foïs interpreta la parte di una donna detective molto moderna, enigmatica, ostinata e ribelle. Intrappolata dai demoni del suo passato, è sempre alle prese con i suoi ideali, le delusioni e le responsabilità di madre single.
Cos'è che le è piaciuto maggiormente di questo film? Interpretare la parte di uno sbirro in un film noir?
Se devi recitare in questo genere di film, perché non fare la detective? In effetti ho già fatto la parte di una poliziotta nel film di Ilan Duran Cohen, Le plaisir de chanter, ma si trattava piuttosto di spionaggio nei corridoi del potere. La sfida, in questo caso, era nel come poter dire a modo mio: “Sei in arresto”! Chi non ha sentito questa frase mille volte? Rientra in canoni ben precisi. Era questa la cosa che volevo evitare. Sicuramente in qualche ciak sono stata perfetta per un film di sbirri!
E' qui che interviene il regista...
Infatti, l'altra cosa che mi è piaciuta è stata il modo in cui Richard Berry mi ha descritto il mio personaggio dicendo: "Voglio che sia enigmatico”. Questa frase ha sollecitato la mia immaginazione perché tutta la vita di questa donna viene fuori nel film, anche se non si vede sullo schermo.
Come ha costruito la parte "enigmatica" del suo personaggio?
Ciò che interessava, sia a me che Richard, di questo personaggio, era la sua fatica nel tentare di conciliare le difficoltà non molto cinematografiche che donne vere hanno nella vera vita, con il mondo nel quale viene scaraventata, un mondo nel quale lo spettatore non si identifica.
Io sono amica di un poliziotto che ha catturato un serial killer, Francis Heaulme. Mi ha detto che durante le indagini, oppure dopo gli interrogatori di grossi criminali, quando ti trovi faccia a faccia con una violenza incomprensibile, istintivamente ti aggrappi alla realtà di tutti i giorni come andare al bar a ordinare un caffé, circondato da persone normali, facendo cose normali. Comunque è comprensibile l'effetto dell’ adrenalina anche per una giovane detective come Marie. In più, lei ha dei motivi personali molto precisi, non necessariamente vendetta, più un bisogno di vedere giustizia fatta che possa aiutarla a superare l'assassinio di suo marito.
Il suo carattere certamente non rientra nel cliché del detective infallibile.
Sì, le persone come lei sono interessanti perché devono costantemente fare dei compromessi con i loro ideali. Immagino che chi si arruola nella polizia abbia una certa etica. Poi, quando si trova faccia a faccia con la realtà e con il sistema giudiziario, qualcuno deve inevitabilmente ridimensionare i suoi sogni d’infanzia. Il mio personaggio ha appena perso suo marito, che era un poliziotto in borghese, ucciso dalla mafia. E' costretta a chiedersi quanto può osare e quali rischi non affrontare ora che deve allevare un figlio da sola. E' combattuta tra il bisogno di rimanere distaccata e il suo impegno, trattenendo in continuazione la tentazione di essere troppo zelante. Questo dilemma rende il personaggio molto interessante anche se non è quello centrale del film.
Il regista è vitale nel creare un giusto bilanciamento. E' diverso quando il regista è anche attore?
In qualsiasi caso io mi fido sempre e completamente del regista. Vado dove mi chiedono di andare. Richard Berry sa esattamente quello che vuole e io credo che voglia che i suoi attori esistano veramente, non solo mostrare che esistono. Lui vuole cose molto ordinarie e questo lo apprezzo molto. A lui piace la sensazione di catturare i personaggi in momenti della loro vita quotidiana o lavorativa. Per un poliziotto questo significa un pesante lavoro quotidiano, con pochi momenti di grande esaltazione.
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Questo film segna il ritorno a Marsiglia di uno degli attori preferiti di Robert Guédiguian nel ruolo incisivo dell’amico avvocato dei due padrini, Matteï e Zacchia. Professionalmente e personalmente, tra legalità e lealtà, per quanto potrà rimanere al di sopra delle parti?
Darroussin che gira un thriller ambientato a Marsiglia. Qualcuno dirà: “Certamente”!
Non voglio sembrare ovvio, non voglio essere etichettato in un genere specifico. Quello che mi ha attratto in L’immortale è stata l’opportunità di lavorare con Richard Berry. Lo conosco bene, è un amico. Ho fatto una piccola parte nel suo primo film, ma in questo mi ha offerto un personaggio fantastico un po’ fuori dagli schemi, con scene molte belle da recitare. Oltre tutto non ho fatto molti film d’azione.
La forza di questo personaggio sta nelle sue contraddizioni?
Sì. Di solito in film di questo genere i personaggi sono o tutto o niente, ma questo uomo è intrappolato da molte contraddizioni ed esce dai soliti cliché. Si trova nel bel mezzo della crisi, della guerra, ed è talmente tirato da tutte le parti, che lentamente vengono fuori le sue debolezze. E’ restio a prendere decisioni, a muoversi, però non è un antieroe. Ogni livello della storia ha il suo protagonista ed elementi che si conformano di volta in volta al potenziale del personaggio. Nel mio personaggio il pubblico si identifica facilmente. Diventa l’avvocato dei gangster, ma si può benissimo immaginarlo come apprendista gangster in un giro immobiliare, a parte il fatto che si è laureato alla facoltà di giurisprudenza… succede!
Per questa parte, si è ispirato a personaggi veri o fittizi?
Richard mi ha presentato un avvocato donna, perciò non potevo certo ispirarmi a lei!
Naturalmente ricorda il personaggio di Robert Duvall nel Padrino, tranne per il fatto che sono totalmente diversi. Duvall interpreta il ruolo di una specie di Segretario degli Interni direttamente coinvolto nella mafia, mentre i gangster in L’immortale sono piuttosto individualisti. Non sono in guerra per dominare un quartiere o qualche attività, ma è una questione morale. So che il cinema è talmente giovane che ama citare sé stesso, ma non ho altri riferimenti quando recito, e cerco di evitarli.
A proposito di riferimenti, L’immortale sarebbe potuto essere girato in altri posti, oltre che Marsiglia?
No, non credo. Soprattutto perché parla della vita di un famoso personaggio di Marsiglia, Jacky Imbert. Lo avremmo potuto trasportare ad Amburgo… ma no, proprio no. La malavita di Marsiglia è ben delineata nell’immaginazione collettiva, in Francia ed altrove. Interpretare archetipi significa interpretare i classici di un genere. Storicamente, essendo vicina all’Italia, Marsiglia aveva dei legami con la mafia di Napoli e anche con quella Corsa. In più, Marsiglia è un porto, quindi c’è molto traffico, e anche molta storia. Prima della seconda guerra mondiale, attorno al porto la legge era scritta dai gangster. Dopo la guerra, il comando passò agli eroi della Resistenza e ai loro amici. Marsiglia è una città dove le avventure sono sempre possibili, quindi le avventure vanno fatte là. E’ più difficile immaginare avventure in un paesino noioso della Francia, no?
Il risultato è che, anche se non è totalmente inventato, il film non è neppure totalmente realistico.
Tutto dipende da quello che hai in mente. Richard vuole fare film che colpiscono. Gli piace la macchina da presa che si muove molto, e le luci. Ha iniziato con il teatro, quindi sa comunicare con il pubblico su un altro livello, più fiabesco, più eroico e epico, se vogliamo. E io sono d’accordo sul fatto che c’è della tragedia in questa storia di battaglia e tradimento.
Anche molta violenza...
Ho visto Richard mentre lavorava. Si è assicurato che non fosse gratuita. Ha voluto far vedere che le vittime erano persone, non solo personaggi. A me piace quando un film dimostra che la violenza causa danni collaterali alle famiglie, madri, sorelle – persone la cui vita è devastata. E’ importante dimostrare questo.
Sembra che le riprese le siano piaciute.
Sì, è andato tutto molto liscio. Richard è un regista che lascia trasudare il piacere che prova, e questo ti dà energia e momentum. Essendo anche lui un attore, sa esattamente quanto può dare un attore. Non si accontenta facilmente. Io credo che sia una buona cosa quando il regista vede che sta facendo il film che voleva realizzare. Per me è stato così.
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