Illegal di Olivier Masset-Depasse

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locandina Illegal
Fotografia: Tommaso Fiorilli
Montaggio: Damien Keyeux
Musiche: André Dziezuk, Marc Mergen
Costumi: Magdalena Labuz

Produttore: Jacques-Henri Bronckart, Olivier Bronckart, Antonino Lombardo, Isabelle Madelaine,Nicolas Steil,Arlette Zylberberg
Produzione: Versus Production, Iris Productions, Dharamsala, Prime Time, RTBF
Distribuzione: Archibald Enterprise Film

La recensione di Dr. Film. di Illegal
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Colonna sonora / Soundtrack di Illegal
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Informazioni e curiosità su Illegal
Prodotto con la partecipazione di CENTRE DU CINEMA ET DE L’AUDIOVISUEL DE LA COMMUNAUTE FRANÇAISE DE BELGIQUE ET DES TELEDISTRIBUTEURS WALLONS; con la partecipazione di WALLIMAGE, IL FONDO PER IL CINEMA DEL GRANDUCATO DEL LUSSEMBURGO
IL VAF (VLAAMS AUDIOVISUEL FONDS), CINECINEMA, FILMS DISTRIBUTION, BELGACOM
con il sostegno di AGEVOLAZIONI DEL GOVERNO FEDERALE BELGA, INVER INVEST, IL PÔLE IMAGE DE LIÈGE; sviluppato con il sostegno di MEDIA Program dell’Unione Europea - (Slate Funding).

Note dalla produzione:
INTERVISTA CON Olivier Masset-Depasse
Lei ci mostra uno spaccato di “illegalità”, ma è evidente che non considera illegali solo i clandestini, ma sicuramente anche il sistema…
Si, in effetti è il sistema che io considero illegale, non Tania. I centri di detenzione amministrativa che si trovano nei nostri paesi, che dovrebbero rispettare i diritti umani, sono illegali.
La stragrande maggioranza degli immigrati clandestini detenuti in questi centri sono dovuti fuggire dalla povertà estrema, dalle dit-tature, dalle guerre , ecc. e quando dopo un viaggio spesso faticoso e pericoloso, finiscono nei nostri paesi, noi li accogliamo sbattendoli in prigione. Vengono trattati come criminali. Infatti, il Belgio è già stato condannato 4 volte dalla Corte Europea dei diritti dell’uomo per trattamento disumano e degradante. Questo dimostra fino a che punto il mio paese sostiene i suoi ideali.

Gran parte del film si svolge in un centro di detenzione amministrativa.
Molti film hanno mostrato ciò che la gente è disposta a sopportare per stare qui, nei nostri paesi. Un giorno ho scoperto che vivevo a 15 chilometri da uno di questi centri di detenzione. Ho voluto saperne di più. Ero quindi spesso sul campo, a incontrare immigrati clandestini ma anche donne guardie e la polizia. Abbiamo potuto visitare un centro. Era importante che restassi obiettivo. Il centro di detenzione nel film è un set. Fare delle riprese in un vero centro di detenzione era fuori discussione, è ancora più complicato che girare in una prigione. Abbiamo scoperto questo edificio dopo 4 mesi di ricerche. Il Centro 111 bis nel film è sia reale che immaginario. Volevo trasmettere chiaramente la sensazione delle sedi governative che sono vecchie e degradate, ma volevo comunque mantenere una qualità drammatica.
Mi piaceva il fatto che l’unico contatto con il mondo esterno fosse il telefono, un oggetto a cui ci si aggrappa letteralmente, che domina il corridoio. E il fatto che questo corridoio simboleggi il tunnel in cui si trova Tania.

Avrebbe potuto girare un documentario ma ha scelto un’opera di finzione…
Permette un’esplorazione più profonda della soggettività dei vari personaggi, cercavo di arrivare a qualcosa di più universale. Inoltre, volevo trattare il soggetto come un thriller psicologico. Ho pensato spesso a Fuga di mezzanotte durante le prime fasi concettuali di ILLEGAL. Per evitare di cadere nel manicheismo, o nell’agenda di sinistra, volevo che il film fosse realistico e fondato su ricerche approfondite. Tutto ciò che si vede nel film è accaduto realmente almeno una volta. Ho voluto mostrare come le guardie e alcuni membri della polizia siano anche loro vittime del sistema.

Lei ha parlato di thriller psicologico. La tensione è dovuta anche al fatto che nel centro non c’è nulla da fare; le gior-nate scorrono lenta-mente, a volte movi-mentate da accelerazio-ni inaspettate.
I prigionieri raramen-te vengono avvisati in anticipo di una convocazione. È molto difficile per loro accedere alla loro documentazione… volevo che lo spettatore percepisse l’incertezza della posizione di Tania, la natura arbitraria della situazione.

Il film è girato prevalentemente con la macchina a mano e su molti primi piani.
Volevo esprimere la soggettività, catturare reazioni sensoriali affinché lo spettatore entrasse nel film, s’identificasse col personaggio. La macchina a mano contribuisce a questo aspetto, rendendolo reale. Quando un corpo vibra, l’inquadratura trema.
Per questo film volevo fare delle riprese usando obiettivi a lunghezza focale media o lunga per non perdere mai di vista Tania, per essere sempre intimamente con lei.

Lei mostra la violenza usata dalla polizia in modo molto cruento.
Ma mostro anche che nella polizia non sono tutti dei pitbull. Infatti, nel film cerco di mostrare che la violenza nasce dalla loro fru-strazione e dal-la difficoltà del loro lavoro.
Detto questo, non giustifico i comportamenti barbari. Ovviamente ciò che accade nel film non avviene quotidianamente. Tuttavia, esistono numerosi racconti di violenza da parte della polizia, troppi. I “decreti reali” dicono chiaramente: “Queste persone non devono desiderare tornare nel nostro paese.” Questo apre le porte a ogni tipo di abuso di potere. Nel film ritraggo le tecniche di coercizione e i metodi autorizzati usati dalla polizia (le deportazioni sono state filmate); gettano benzina sul fuoco. Oltre tutto, le squadre di polizia di trasferimento non hanno alcun rapporto con gli immigrati che scortano. Vedono solo scorrere una continua fiumana di visi anonimi.

La forza di ILLEGAL deriva dal fatto che non è solo un film con un messaggio, ma anche il ritratto di una madre.
Il film parla soprattutto di una madre divisa da suo figlio. Era importante mantenersi su questa linea narrativa universale, pura, chiara. Il commento sociale doveva restare in secondo piano. Le prime versioni del copione erano molto dure: integravano tutte le cose terribili che mi erano state narrate. Eppure quasi da subito, la storia della madre è diventata il punto centrale. Ho eliminato tutto ciò che ci allontanava dalla sua storia.

Tania è russa, non africana o asiatica, come in altri film che affrontano la questione dell’immigrazione clandestina.
Innanzitutto è reale. In Belgio, molti dei clandestini parlano russo. Volevo un personaggio che vi somigliasse il più possibile, affinché lo spettatore s’identificasse. È anche per questo motivo che ho voluto chea interpretare Tania fosse un’attrice belga, non russa. Volevo che il pubblico dicesse: “Quella potrei essere io.”

È una donna isolata.
Quando si vive clandestinamente è molto difficile farsi degli amici. E poi questo avrebbe coinvolto un comitato di sostegno, dimostrazioni, ecc. Questo ci avrebbe allontanato troppo dalla struttura che cercavo: dovevamo restare con Tania e suo figlio. Lei non ha neanche un uomo nella sua vita. Vive solo per suo figlio.

Tania è un personaggio duro e silenzioso. All’inizio del film, è la separazione dal figlio che ce la rende amabile. Non proviamo immediatamente empatia per lei.
Tania è una combattente. È in lotta continua. Il personaggio esige che sia dura, che non conceda nulla, che sia determinata, pronta a tutto, paranoica. Tania non è una persona che suscita subito simpatia. La fa gradualmente attraverso la sua lotta di madre.
Anne Coesens che interpreta il ruolo difficile di Tania, è uno Stradivari. Con uno strumento simile non devi cambiare nulla: se lo suoni non te ne stanchi mai. Ho girato tutti i miei film (due cortometraggi e due lungometraggi) con lei. Credo di capire cosa suona reale in un ruolo, ma con Anne posso davvero spingermi oltre. Con lei più che con altri divento veramente un regista per gli attori. La nostra simbiosi influisce in modo molto positivo sui miei film, e su questo l’ha fatto in modo particolare.


INTERVISTA CON ANNE COESENS
ILLEGAL si basa su di lei dall’inizio alla fine… lei appare in ogni scena. Come ha costruito il personaggio?
Faccio un grande lavoro di preparazione prima delle riprese. Tengo dei quaderni di appunti con delle indicazioni che si riferiscono a ogni sequenza. Associo i testi a della musica e delle emozioni. Per cinque mesi ho studiato il russo e creato il passato del personaggio. Prima ancora del copione ho avuto tra le mani il soggetto. Ho passato due anni con questo ruolo. L’ho vissuto come se fosse stato un periodo di gestazione. Vivere con una storia per tanto tempo, prima delle riprese, mi ha alimentato. Non avevo l’impressione di lavorare. Quando un ruolo è bello, è sempre più facile. Questo personaggio è una donna straordinaria, qualcuno che cammina sul filo del rasoio.

Come è riuscita a evitare di cadere nel pathos con un ruolo simile?
Il personaggio si è imposto, la sua intera lotta me l’ha imposto. Tania può solo trattenersi, non può lasciarsi andare, o cedere alla pressione. Va oltre il pathos, oltre il dolore. Per lei è una questione di sopravvivenza.

Parla molto poco; comunica tutto tramite il suo corpo e i suoi sguardi…
Questo non mi ha preoccupato. Al contrario, quando c’è molto dialogo, a volte perdo il punto, lo scopo. Qui le emozioni sono immediate, rese chiare dal copione.

Questo è il quarto film che fa con Olivier Masset-Depass. Formate una vera coppia cinematografica.
Ogni ruolo che Olivier mi ha proposto ha presentato delle sfide concrete. “In questo film sei zoppa, in questo parli russo, in quello (CAGES) balbetti.” Ironicamente, quel tipo di limitazione mi aiuta molto. M’impedisce di ascoltare me stessa con troppa attenzione, di pensare troppo alla psicologia del personaggio. Inoltre, Olivier è molto diretto, semplice e concreto nella direzione degli attori. Amo le famiglie cinematografiche o teatrali. Lavoriamo fidandoci gli uni degli altri, possiamo tentare di tutto, correre maggiori rischi. È come un laboratorio, ci dà molta libertà. Dopo, chiaramente, dobbiamo andare altrove per ricaricare le batterie, rinnovarci e incontrare nuove persone.

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